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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
14 marzo 2007
Il giallo del Dipartimento, ovvero Suibhne detective

Signore, signori, la ormai lunga epopea di liberazione dagli italianisti si è tinta, oggi, di un inquietante color giallo. La vicenda è intricata seguite quindi con particolare attenzione il dipanarsi della vicenda. I link non sono affatto casuali.


A mezzogiorno e mezzo il Dipartimento è sempre lo stesso: alle due scrivanie i due italianisti, forti del loro foglietto dattiloscritto, Stronzetto e Panzone, al tavolo ovale noi tre filologi romanzi, Suibhne, la Dfr e Simone, all’altra scrivania l’unica che ha diritto di stare dove sta, una rossa Assegnista filologoromanza con solide pubblicazioni. Libera e sgombra la scrivania di un losco figuro, miracolato anni fa da un concorso truccato, che l’ha reso ricercatore ma non l’ha mai portato ad occupare fisicamente una scrivania, accontentandosi di improvvide comparsate e di ritirare il lauto stipendio. Entro l’una Stronzetto&Panzone se ne vanno da soli, salutando frettolosamente, e noi aspettiamo che siano scomparsi per andarcene a mangiare, così che pensino “Però, quanto lavorano ‘sti filologiromanzi!”. L’Assegnista non mangia, presidia il fortino e la nostra roba fino al nostro ritorno, che si situa di solito tra le due e mezza e le tre. Tenete ben presenti gli orari, ci verranno utili più tardi.


Oggi scendiamo a pranzo all’una meno un quarto, mangiamo una fetta di torta di carciofi nel giardino del Palazzo Reale, poi caffè e olandesina e alle quattordici e trenta ci dirigiamo verso il dipartimento. Io devo passare prima alla Posta mentre gli altri si avviano verso il dipartimento. Alle tre meno cinque entro anche io in Dipartimento è apprendo la notizia: non si trova il computer di Simone, che era stato lasciato sul tavolo ovale. Il mio primo pensiero è “L’avrà preso qualcuno per metterlo al riparo da ladri e simili” ma rapidamente scopriamo che, come sempre, confido troppo nella buona fede degli sconosciuti. Capiamo rapidamente che il computer è stato rubato, anche se il ladro non ha preso né i cavi e la custodia né una borsa con tanto di cellulare e portafoglio. L’Assegnista si è assentata per trentacinque minuti, tra l’una e trenta e le due e cinque, assieme a Luca, un laureando che è dottorando in filologia romanza honoris causa, causa che significa età e frequentazione del dipartimento. È evidente che il furto è avvenuto in quel lasso di tempo. Eppure…


Eppure no, c’è qualcosa che non quadra e a noi è subito chiaro. La Biblioteca è chiusa, a quell’ora, e per raggiungere la sala dei dottorandi, nel sottotetto, non si può che passare per una scala ignota ai più, che fiancheggia la stanza della Cinguettante segretaria amministrativa (quella dei cartelli escludenti) e quella dell’ex Direttore del Dipartimento, il mandante degli italianisti. Rischioso, per rubare soltanto un computer e lasciare stare borse e cellulari. Ma non è l’unica stranezza: a pochi metri dal luogo del delitto, sopra gli scatoloni ripieni di riviste del dipartimento, notiamo un mazzo di chiavi. Sono due gruppi identici di tre chiavi a cui è attaccato un anello con un’etichetta:


BAGNI VERDI AMEZZ.


Bagni verdi? E dove sarebbero ‘sti bagni verdi? E dove sarebbe l’ammezzato, tra l’altro… Ci è subito evidente che la scomparsa e l’apparizione sono strettamente collegate: il ladro è entrato, ha preso il computer ma purtroppo gli sono cadute le chiavi che potrebbero incastrarlo. Ma di chi possono essere e che porte possono aprire? Analizzo la targhetta, noto che manca una M e quasi all’unissono esclamiamo “Il propietario è gallo-italico! Scempia la geminata e non fa il raddoppiamento fonosintattico!”. Ecco, questa frase è l’unico contributo che la filologia romanza può dare alla scoperta del colpevole, quindi siete pregati di tenerla in giusto conto. Certo, il fatto che il furto si svolga a Genova rendeva piuttosto probabile che l’autore fosse linguisticamente situato al di sopra della La Spezia – Rimini, ma non divaghiamo.

Io e Simone, che reagisce al furto con un aplomb francamente invidiabile, ci incarichiamo delle indagini, convinti che scoprire il padrone delle chiavi sia scoprire l’assassino, scusate il ladro. Il portinaio non ne sa nulla, ha appena iniziato il suo turno ma dice che le chiavi non sono di quelle in dotazione a lui, chiede conferma a un’altra portinaia, che esclude categoricamente che ci siano ammezzati nel palazzo e che il mazzo appartenga a qualcuno della loro ditta. Perché i servizi di portineria, come è evidente, sono appaltati.
Andiamo dalla segretaria amministrativa del dipartimento di Archeologia, che sta al primo piano del palazzo. Lei sta chiacchierando con la bibliotecaria di Medievistica, la quale pare francamente entusiasta all’idea di scoprire l'autore del misfatto, ma entrambe escludono che le chiavi siano di qualcuno del loro dipartimento. Ma ad un tratto, dopo un attimo di silenzio, la Segretaria sgrana gli occhi: “Mi ricordo che quando ci siamo trasferiti qui mi avevano fatto vedere dei bagni… avevano il marmo verde solo che… non li ha mai usati nessuno, credo siano chiusi… anzi no, sono aperti non hanno chiave… quando è venuta mia mamma glieli ho anche fatti vedere…”.

La seguiamo per i meandri delle scale di questo palazzo, patrimonio dell’umanità ma per nulla pratico, tra spazi angusti, lampadine bruciate e angoli dimenticati. Valichiamo una catenella e un segnale di divieto di transito apriamo una porta che ha un che di inquietante e dietro, oltre un’altra piccola rampa di scale, ci saluta uno specchio e delle lastre di pesante marmo verde.


Scopriamo che esiste un ammezzato, tra il piano di Archeologia e il piano di Filologia Romanza, e qui stanno due bagni verdi, che a memoria d’uomo nessuno ha mai usato. Nei water c’è poca acqua, il portasapone è pieno, c’è anche una doccia ma l’aria è spessa e avizzita. Simone prova le chiavi. Una apre un bagno ma l’altra resta misteriosa. Uscendo ci viene uno scrupolo, saliamo una rampa e ci troviamo miracolosamente in un punto nascosto nel nostro dipartimento. Quindi esiste un passaggio diretto tra Filologia Romanza e Archeologia, attraverso due bagni verdi che paiono usciti da Twin Peaks. Però nessuno riesce a rispondere alla domanda più importante: chi ha le chiavi di quei bagni? Andiamo in presidenza dove una corpulenta segretaria si appassiona al giallo e ci riporta dalla segretaria amministrativa di prima. Tirano fuori le piantine del palazzo per scoprire che i due bagni in questione sono sotto il controllo della presidenza, anche se nessuno giura di averli mai usati né di avere mai avuto le chiavi che li aprivano. In effetti passare dalla presidenza a quei bagni è tutto fuorché economico, troppe scale e troppo ripide per le culonissime impiegate. “Ricordo che li abbiamo fatti pulire un’unica volta in tre anni, dice la donna della presidenza, perché salivano dei cattivi odori… forse la Nicoletta ne sa qualcosa…” e convoca immantinente la donna delle pulizie. La Nicoletta è una signora anziana, rubizza, con la classica faccia da chi preferisce non essere vista, non essere considerata, fare il proprio lavoro e poi sparire. “Hai mai visto queste chiavi, Nicoletta?” dice la segretaria “Mai viste, di sicuro non son mie…” dice la Nicoletta prima ancora di averle viste. Humm pensiamo io e Simone. “Non metto mai il targhettino attaccato alle chiavi, ho paura di perderle… metti che le perdo per la strada, se uno le trova restano un mazzo di chiavi, ma se scrivo cosa aprono… poi succede qualcosa e danno la colpa a me!” Sembrano tutti convinti “e poi noi non abbiamo l’ordine di andare lì, né abbiamo le chiavi. Le prendiamo di volta in volta dalla segreteria”. Saliamo sconsolati in Dipartimento.


Ricostruiamo l’accaduto: 12:45 Andiamo a pranzo e il computer viene lasciato sul tavolo ovale, 13:30 – 14:05 l’Assegnista va a prendere un caffè con Luca e nel frattempo
1) entra qualcuno che prende il computer, poi entra qualcuno che fa cadere le chiavi. Però due persone che entrano in circostanze tanto strane in uno stesso posto? humm... non ci convince, antieconomico e Occam si strangolerebbe, come dice Dfr...

oppure

2) un Ladro aspetta che entrambi scendano le scale, sale per la scala unica che porta nella stanza, prende il computer (ma nient’altro) e scappa, facendo cadere le chiavi. Ma di chi cazzo possono essere le chiavi di un bagno che non ha bisogno di chiavi per essere aperto, che nessuno usa e che è situato in un posto tanto isolato quanto utile per passare tra due dipartimenti senza essere notato?


Se questo fosse un film, uno di quei gialli in cui un ladro sconvolge la placida vita di una comunità, come Caccia al Ladro di Alfred Hitchcock, la colpevole sarebbe Grace Kelly e stasera l’avrei invitata a cena e non starei qui a scrivervi un post. Ma questo non è un film, è la vita vera, e Simone è senza computer e il mistero rimane fitto.


State attenti, lettori, c’è un ladro a piede libero all’Università…


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permalink | inviato da il 14/3/2007 alle 21:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
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