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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
9 marzo 2009
A teatro con la vecchia ovvero: Iodio l'odore degli altri

C'è una chanson de croisade in cui una dama pensa all'amico partito per la Terra Santa, andato a salvare la cristianità e a macellare pagani, e per sentirlo più vicino si stringe al corpo un suo abito e lo annusa, riempiendosi del suo odore e accorciando la distanza. Nulla dirò su come potesse essere l'odore di un cavaliere medievale che non aveva grande dimestichezza con saponi e tinozze d'acqua, perché non sarebbe gentile per la dama sofferente, che comunque a sua volta non doveva emanare profumi molto accattivanti. Ad ogni modo, dalla chanson de croisade alla pubblicità dell'Atkinson, passando per il "Mi lasci una tua felpa? così quando non ci sei mi sembra di dormire con te" e i feticisti giapponesi che comprano mutande di ragazzine, nulla riesce ad abbattere una lontananza, ad annullare un'assenza come l'odore altrui ritrovato per caso o gelosamente custodito su scampoli di stoffa.


Deve essere per questo che detesto ritrovarmi le mani che puzzano di odore altrui. Attualmente, ad esempio, sto annullando la distanza con non so quale vecchia che ha deciso di cospargersi di profumo falso da discount e di appendersi con le mani ancora fetide al sostengo dell'autobus al quale mi sarei sostenuto anche io. E' una delle cose che detesto di più al mondo: tre volte mi sono lavato le mani sotto l'acqua senza alcun successo. Insomma, stasera mi tocca portarmi 'sta vecchia a teatro, vi rendete conto?

4 agosto 2008
Iodio il Corriere

Io mi rivolgo principalmente a lui, che anche se dice che non può farci niente son sicuro che qualcosa può fare. Io sto maturando un odio potenzialmente criminogeno verso il Corriere online. Il primo motivo di stizza sono i sondaggi online, non riesco neppure a immaginare chi sia l'idiota che si inventa le domande. Negli ultimi giorni ci hanno chiesto, in un crescendo demenziale:

Il pericolo dell'Aids ha mai condizionato la vostra vita o le vostre scelte personali?
Champions: ce la faranno Juventus (contro Tampere o Artmedia Bratislava) e Fiorentina (Slavia Praga) a passare il turno?
Qual è la cosa più importante da fare, per alleviare i problemi di mobilità che affliggono gli italiani, usando una parte dei soldi delle tasse che gli automobilisti versano allo Stato, pari a quasi il 20 per cento dell’intero gettito fiscale del sistema Italia?
Secondo voi ci sono somiglianze tra "A te" di Jovanotti e «La primera persona» di Alejandro Sanz?

e poi ci avevano chiesto se era giusto riformare l'ortografia dell'italiano, se gli uomini devono usare o no la matita per gli occhi, qual è il tassista ideale e - udite udite - Avete mai usato una compagnia low cost?
Ma quale interesse potrà mai avere il parere dei lettori del corriere online sulla salute di Steve Jobs (hanno chiesto anche questo) o sulla canzone del Piave? Perché ci chiedono di fare i veggenti, di anticipare se nel Milan Ronaldinho tornerà il campione di qualche anno fa o se l'Italia vincerà con l'Olanda? tra l'altro, Corriereonline, queste sono anche domande vagamente jettatorie.
E poi sono intollerabili le notizie laterali, su pettegolezzi e stronzate, per cui può capitare che a fianco del titolo principale su un attentato in Pakistan ci sia la foto del culo della Hunziker e un sapiente confronto tra il culo di qualche anno fa e quello di oggi.
Oggi mi sono incazzato ancora di più. Visto che ancora nessuno si è messo ad ammazzare vergini o decapitare bambini, il Corriere è a corto di materiale per il tradizionale giallo dell'estate e ha quindi pensato bene di ricominciare con Garlasco. Grazie. Ma poi il tocco di classe è la seconda notizia: Morgan Freeman gravemente ferito in un incidente. Oh diamine, mi dico, povero Morgan! Se è seconda notizia, se l'incidente è definito "grave" mi aspetto una rassegna di Rete4 "Ricordando Morgan" e inizio a pensare a quali film metterci. Poi clicco e leggo che Morgan Freeman si è rotto due costole e sbucciato un ginocchio. Come dicevo qui, noi non avremo i tabloid con le tette in terza pagina, ma se i giornali poi vanno a coprire le notizie da Bild o Sun non so se ci guadagnamo molto...

Vorrei che cominciaste una campagna di disprezzo nei confronti del Corriere online, che boicottaste i sondaggi dementi e non diate soddisfazione al redattore che dà per morto un Morgan Freeman al giorno. Fatelo voi perché io non ce la faccio, rispondo ai sondaggi e mi chiedo cosa cazzo sia 'sto mostro di Montauk.

29 luglio 2008
Indocina ed eurocentrismi

Ecco, io ora mi sento un po' in imbarazzo con tutti 'sti passanti di ieri e di oggi... Cioè, questi sono andati a vedere il sito di Repubblica, hanno cliccato su Netmonitor e hanno trovato il link al post tontolone di domenica, quello banalotto su Ferrero, la Nutella e il casino in cui stiamo finendo. Allora hanno cliccato e son passati di qui, chissà che si credevano di trovare... chissà cosa vi credete di trovare... Non so, satira, politica, analisi interessanti... E invece no, io vi parlo di tutt'altro di solito, dopo che mi sono emancipato e da quando sto meglio... Che fare? Beh, io continuo come il solito, e mi scusino i passanti occasionali se non parlo di Ferrero, Adinolfi e i pasticceri trozkisti.

Ecco, l'imbarazzo di parlare a più gente del previsto è un po' l'imbarazzo di poco fa. Io me ne tornavo tranquillo e placido al mio posto V. 94 in BnF, risoluto a concludere un capitolo dopo essere stato in bagno. Anche dei bagni vi dovrei parlare, ma non ora. Stavo attraversando serenamente il corridoio breve tra il Café des Temps e quello des Lettres quando vedo due che si sbracciano, sedute sulle scale di legno. Sono un'amica di una mia collega, italoaustrotedesca che sta a Parigi e fa la comparatista, e una sua amica che ho conosciuto qualche giorno fa en passant e che, con eurocentrica ignoranza, definisco asiana. Non mi pare giapponese, non mi pare cinese ma potrebbe essere una sinogiapponese o chissà che altro... Mi dicono "Mangi con noi?" e pare brutto rifiutare. Mentre mi sgranocchio la baguette col chorizo (eh sì...) l'italoaustrotedesca che sta a Parigi si alza e va a prendere un caffè lasciandomi con l'asiana. Si fa lo small talk solito, di che ti occupi tu, di che mi occupo io, Ah, Medioevo! interessante! Ah, Nouveau Roman, mecojoni... Poi le spiego dov'è Genova, le dico della crisi dell'italiano come lingua straniera, visto che lei dovrebbe leggere saggi in italiano ma non è in grado, e lei mi dice che ad Hanoi c'era una cattedra di italiano ma ormai è vacante. Io mi propongo per reintrodurre lo studio di Dante e scopro scaltramente che è vitetnamita. Continuiamo lo small talk e dopo poco arriva Ugly Betty, proprio lei. Però senza alcuna possibilità che non sia ugly, mi spiace. Malgrado ciò è molto sorridente e inizia a farci il terzo grado: e di che vi occupate? Io le dico soltanto littérature française au Moyen Age e lei dice subito: Sei di origine italiana? Ora, è mai possibile che non ho mai trovato un francese che capisse che sono italiano (straniero sì, non madrealingua certo, ma nessuno becca mai che sono italiano) e sta arpia orribile arriva da Hanoi per umiliarmi dopo tre parole? Decido di odiarla, rimarcare il mio snobistico eurocentrismo e faccio bene.

Qualche istante dopo, infatti, iniziano a ticchettare in vietnamita che apprendo essere una lingua molto nasale e, appunto, piena di tikitik che neanche fossero i Fichi d'India. Io metto su la faccia maviparecorrettoparlareinvietnamitadavantiame? che è all'incirca l'espressione un po' tirata di Cristo pantocratore, solo con più sorriso e più denti. Ogni tanto la Vietnama originale mi traduce dei brani del colloquio, per impedirmi di scappare e per educazione, credo. Apprendo che le due - com'è piccolo il mondo - si erano conosciute all'Alliance Française di Hanoi duecentomila anni fa e che per caso si sono rincontrate in BnF. Continuano a ticchettare, intermezzate da Bien sur, Nation e c'est pas vrai! Credo di capire anche un café ma potrebbe non essere. Ad un tratto la Vietnama originale dice: noi ci scambiamo le coordinate (sic!) vuoi farlo anche tu? E che fai, dici di no? Quindi ora, riuscito a sfuggire, ho la mail di una vietnamita che mi prega di restare in contatto perché sta pensando di fondare una rivista internazionale franco-giappo-vietnamita e dice perché non fare una sezione anche italiana e poi magari per la tesi le serve del materiale che è in Italia e può chiedermi di aiutarla... Profittatrice.

Ora son qui, con 'sto abbonamento del Velib' in mano con quattro nomi scarabocchiati sopra. Resta da scoprire, prima del nostro prossimo incontro fortuito che, credetemi, farò in modo di evitare, quale dei quattro nomi sia il nome di battesimo. Che poi non sarà di battesimo visto che non è cattolica. Che poi che ne so che non è cattolica? Perché, un vietnamita non può essere cattolico? 

Dio quanto sono eurocentrico...

5 luglio 2008
Iodio. Chi parla di cose che non sa e avrà un futuro assai triste

Stavo bevendo un caffè ciofeca e volevo leggere, con la passione che merita, il solito Littell, poco fa, ma non ho potuto. Mi ero trovato una comodissima postazione nel café des Lettres, con una fonte di luce potente alle mie spalle, un tavolino dove poggiare il gobelet, e invece niente. Quelli parlavano e io non potevo. Con “quelli” intendo un gruppo così composto: lui, polo a righe orizzontali (anche io oggi ho una polo a righe orizzontali maa differenza di lui, posso permettermelo perché non diventano ondeggianti dune a livello della panza), calvo al massimo entro cinque anni, barba non particolarmente curata, lei, assai curata, maglioncino giusto, scarpe giuste, atteggiamento giusto, odiosa, l’altra, banale, capelli normali, abbigliamento normale, occhiali normali (montatura di metallo argentato, pensate…). Sono appollaiati sul trespolo attorno a un tavolino, hanno appena terminato di mangiare e si sentono in dovere di parlare di letteratura. Nel giro di quattro secondi netti li decodifico come italianisti e ignoranti. Su “italianisti” potrei sbagliarmi, su ignoranti bah, magari sbaglio anche qui ma sentite cosa si dicevano. Il mènage mi è stato chiaro dopo un po’ ma a voi lo rivelo subito:tutti volevano fare bella figura e quindi si riempivano di parole stonate e di concetti smodati, esprimevano giudizi tagliati con l’accetta ma senza una minima competenza. Ecco, io odio come poche cose al mondo chi si prende troppo sul serio, chi studia una cosa e quando ne parla cambia tono, espressione del volto, inclinazione del cranio. Ora, tipa Giusta, perché devi commentare Tabucchi, se poi mi dici che non l’hai mai letto? E perché devi farlo con quelle parole che sembrano copiancollate da un manuale di letteratura per le scuole? scuole medie, tra l'altro. E tu, tipo Brutto, perché devi confondere continuamente il termine “sociale” e “politico”? politica non è una parolaccia, una cosa di cui non si deve parlare anche se lo so che dalle tue parti (che poi sono le sue) è così. E perché, tipa Normale, devi dire che in Sostiene Pereira non c’è un adeguato approfondimento storico? E cosa è, un tema della maturità? Non si può scrivere un libro con una ambientazione, evitando di snocciolare dati e date? Soprattutto, Giusta, non ti consento di farneticare su racconto & romanzo. Perché no, tipa Giusta, non vuol dire niente che “se uno scrive un racconto o scrive un bel racconto o scrive una cosa proprio brutta” e vuol dire ancora meno se lo dici con ‘sto accento lagunare e ‘sta espressione beota. No, Giusta, i libri non si misurano in pagine e quindi un racconto non è un romanzo scritto in meno pagine, no. E soprattutto il problema della letteratura, ammesso che tu possa davvero individuarne uno, non è che escono troppi racconti perché tutti dopo aver scritto un romanzo scrivono dei racconti perché ci si mette di meno e perché devono pubblicare qualcosa per forza. Ma tutti chi?

Mentre tutte ‘ste farneticazioni avvenivano, io mi contorcevo sulla sedia, cercando sguardi di complicità da qualche italofono ma l’unico che c’era, stava leggendo Fred Vargas e non voleva che nessuno lo decrittasse come italiano, lo stronzo. Io mi contorcevo, sarei intervenuto ma non mi pareva il caso. Alla fine è risultato che la Giusta è la donna più cretina mai nata, commentava ogni frase e contestava ogni virgola per partito preso. Come faccio io, ok, ma io lo faccio meglio. La tipa Normale diceva molte sciocchezze ma ho capito dopo un po’ per quale motivo cercasse di dimostrarsi saggia e l’ho scusata. Inspiegabilmente, perché il mondo è inspiegabile quanto stupido e stronzo, la Normale voleva fare bella impressione sul Brutto. Non soltanto culturalmente: quella se lo voleva proprio fare. Il che ha dell’orrido, ma voi potete solo immaginare quanto. Secondo me la Normale, che era molto più carina del Brutto, come dice il nome, è una di quelle che sopravvaluta la testa delle persone perché credono che stia bene così, perché credono che le apparenze siano una cosa disdicevole e che la bellezza sia solo quella interiore. Di più: credono che sia meglio essere un po’ brutti e che se uno non lo è beh… sarà superficiale. La Normale, e quelli come lei, crede che uno che studia Joyce (il Brutto se ho ben capito ama Joyce, il che spiega perché dicesse meno stronzate delle altre e perché fosse così taciturno) debba essere la persona giusta per lei: Sa tante cose.... La Normale, e tante e tanti come lei, non sarebbe nauseata all’idea di andare con un bel figo che studia giurisprudenza o che fa ilcommesso in un negozio di telefonini, ma sente che in qualche modo non dovrebbe farlo perché la bellezza è una cosa brutta. Non so se sia colpa del cattolicesimo o di Alessandro Canino, del comunismo austero o di Ritanna Armeni, però alla fine la Normale assomiglia a quelle che vanno a miss Italia, con ladifferenza che alla fine lei resterà coerente alle frasette che va dicendo e si metterà con uno come il Brutto che pensa più a Joyce (o alla chirurgia vascolare, o al diritto amministrativo, o alle turbine) che a lei, soffrirà come una cagna per tutta la vita e poi, quando avrà 50 anni, scriverà a Natalia Aspesi una lettera coltissima e appassionata che verrà pubblicata sul Venerdì con una crudele risposta della giornalista. Ora, io esagero ma è evidente che nell’interesse della Normale per il Brutto non c’è nulla di spontaneo e almeno l’attrazione dovrebbe esserlo, no? Come se questo non bastasse (voi avete capito, la Normale mi fa incazzare ma alla fine mi riempie di tenerezza) la Giusta se ne frega del Brutto ma vuole fare la star e si mette a contestare ogni frase della Normale e poco importa se le frasi fossero effettivamente contestabili. Il risultato è un teatrino piuttosto fastidioso ma anche decisamente interessante, con dinamiche un po’ piatte a causa dell’insipienza del Brutto e della sciattezza dei personaggi. Vi risparmio le disquisizioni su Pirandello ("In fin dei conti è sempre rimasto un teatrante”), su Sciascia (“Non era tanto bravo a scrivere romanzi, infatti scriveva racconti lunghi” e soprattutto “Ma quante pietre miliari della letteratura italiana ci ha dato la Sicilia? Fino al celeberrimo Camilleri, no?” senza farsi mancare l’atavistico “Secondo me gli scrittori che vengono dal Sud non sono tanto bravi con i romanzi, preferiscono scrivere racconti” e Tomasi di Lampedusa e Verga si fottano) e su Caos Calmo (l’unico libro di cui parlano di cui è evidente che l’hanno letto).

Non vi risparmio la scena finale, però. “Andiamo a prendere un caffè?” dice la Normale, e si alzano come un sol uomo, dirigendosi verso l’uscita. Poi la Normale si rivolge tremebonda al Brutto: “Il modo il cui tu analizzi i romanzi è… a 360 gradi… tu fai attenzione anche agli aspetti narrativi, alla costruzione dei personaggi… il mio sguardo è più sulla storia, la vicenda, l’ambientazione…”. “Ma no" risponde lo scellerato "non credo sai? Anche tu quando leggi, leggi con attenzione…”.

Negli occhi della Normale un brillio sgomento e nel mio profondo la certezza che soffrirà tanto.

24 novembre 2007
Strange Fruit. La FNAC, Billie Holiday e il pistolero del west
Passo da FNAC per dare un'occhiata ai DVD, magari ce n'è qualcuno in offerta. Mentre cerco di districarmi tra la quantità di ciarpame che mettono in prima fila per raggiungere i film interessanti ben nascosti, sento questa interessante discussione tra uno spocchioso commesso FNAC, ancor più brutto con la divisa scema che hanno da FNAC, che parla di cantanti jazz con un insulso cliente tonto in giaccavento che assomiglia mortalmente a Gnaghi:

Commesso FNAC: Beh Billie Holiday è una delle voci più famose… beh, era perché è morta…
Cliente Tonto: Come morta?
FNAC: beh sì… da una cinquantina d’anni tra l’altro
Tonto: Mi sa che c’è un equivoco…
FNAC: Perché?
Tonto: Beh non può essere... Ah, l’ho capito l’equivoco… io conoscevo il pistolero… Holiday, il pistolero del west... mi sono confuso, ecco l'equivoco
FNAC: Ma no, ma cosa dice… quello non era Billy il pistolero è Johnny Holiday! Quello biondo, ha presente?
Tonto: Arrivederci.

Ora, io capisco che una persona non conosca Billy Holiday perché capisco tutto. Però spiegatemi: chi cazzo sarebbe il pistolero Billy Holiday? Perché magari esiste, ma non so proprio chi sia… Ma pure se esiste: essendo pistolero del west questo Billy Holiday dovrebbe essere morto da un centinaio di anni, grosso modo. Perché il Tonto si sorprende della morte e non del fatto che canti? Ma soprattutto: come fa il commesso a spandere tutta quella spocchia e prosopopea se pensa che Johnny Hallyday – che effettivamente è tuttora biondo e sostiene Sarkozy – faccia il pistolero e non il mediocre cantante francese?

Quanto detesto i commessi saccenti. Più di tutti quello di Feltrinelli che dico io, ovviamente.

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22 novembre 2007
Scorrevole

Voi sapete che qualche tempo fa sono entrato nel tunnel di anobii. A settembre, mentre dovevo preparare l'intervento per un convegno, mi sono rinchiuso in casa e ho schedato tutti i libri che trovavo, tranne qualcuno che non ritenevo opportuno rendere pubblico mi appartenesse. L'idea del sito mi piace molto e soprattutto mi serve a fare chiarezza. Ad esempio ho scoperto che l'autore di cui posseggo più libri è Benni (11), seguito da Calvino (10), Pavese e Kundera (7), quindi Tondelli e Shakespeare (6) e Tabucchi, Brecht, Garcia Marquez e la Allende (5). Questa classifica mi imbarazza un po', attualmente, perché è figlia del periodo in cui ero antologico e leggevo (quasi) tutto un autore, in cui avevo più soldi da spendere (essendo triste e non avendo un cazzo da fare) e perché è piena di sudamericani e io ormai odio la letteratura sudamericana.

Ad ogni modo, anobii è una comunità di gente appassionata di libri e si suppone che le loro recensioni possano servire ad altri anobiani per scoprire libri interessanti e quindi innescare virtuosi scambi culturali. Se non fosse che nella stragrande maggioranza dei casi chi ritiene che il proprio parere su un libro valga la pena di essere conosciuto è solo vagamente scolarizzato. Soprattutto io odio l'uso che si fa, su anobii ma soprattutto tra la gente che commenta i libri sugli autobus, negli ascensori o in contesti in cui gli è richiesto ma non sa farlo, del termine scorrevole. Un libro non deve essere scorrevole. Non è una cosa che è richiesta a un libro, può esserlo e questo può essere un pregio ma non è necessario né tantomeno sufficiente perché questo sia definito un bel libro. Intendiamoci, non è neanche vero il contrario: un libro non deve essere particolarmente elaborato, linguisticamente arduo, stratificato, complesso e profondo. Però ci sono casi in cui un libro lo è e in alcuni di questi casi (alcuni, non tutti) la bellezza del libro sta nella sua lingua ardua e non scorrevole, nel suo procedere avvitato o nel suo non procedere affatto.

Non so da cosa sia nato l'uso del termine scorrevole come giudizio di valore e non come semplice constatazione, ma la mia impressione è che sia figlio dei giudizi scolastici di quei "poco scorrevole" dietro una riga verticale rossa, vicino a frasi senza soggetto, senza verbo o con una superfetazione di complementi di qualsiasi cosa ma in gran parte mal assortiti. Esattamente come queste recensioni in cui cercano di vendicarsi di quella troia della prof di italiano che non l'ha mai capito.

Ecco, se non capite questo, che scorrevole è Sergio Romano e Marcel Proust non lo è, per favore non imponetemi le vostre recensioni, non mi interessano.



P.S. Dimenticavo di dirvi che domani torno. Per un po'. Ci sentiamo in Italia, ciao.



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DIARI
30 ottobre 2007
Chi ha ucciso il geco

Io mi affeziono alle cose e ai posti. A Parigi ho comprato le baguette sempre nella stessa boulangerie e l’ultimo giorno mi si spezzava il cuore all’idea che chissà quando ci sarei rientrato. Anche quando stavo a Berlino lo Schokobrotchen lo compravo sempre dal MiniMal vicino a Goerzallee. L’ultimo giorno di scuola dell’ultimo anno del liceo ho fatto uscire dall’aula il professore di filosofia e sono rimasto da solo, nell’aula vuota, mi sono voltato a guardare e sono uscito con i lucciconi. Prendo il caffè dalla stessa macchinetta, quando sono a Balbi 4, e se scendo dall’autobus in largo Zecca e ho fame, faccio colazione nello stesso bar. Addirittura nel cassetto della mia scrivania c’è il telecomando della televisione di quando ero bambino, che resistette fino al 2000 (o era il ’99?). Non è essere abitudinari, scontati o paranoici: io mi affeziono, mi attacco alle cose e ai luoghi come un vecchio romantico.

Per questo sono rimasto sconvolto quando, tornato da Parigi ad agosto, ho visto che Il Geco, il bar dove prendevo sempre l’olandesina dopo pranzo, bevendo un caffè, un microbicchierino d’acqua e leggendo l’oroscopo di City, era chiuso e in restauro. “Nuova Gestione” e la cosa mi ha schiantato, fino a quando ho visto il cameriere del Geco che usciva da un altro locale, poco lontano, e ho dedotto che si stessero trasferendo.

Stamattina mi sono visto con lei per prendere un caffè (ne avrei presi quattro, nel giro di qualche ora, ma è quello che capita quando torni da lontano per poco tempo) e abbiamo deciso di tornare là, per vedere che ne era del Geco. Il bancone è stato ricoperto da fintardesia, il cameriere e la cameriera sembrano Paolo Limiti, nel senso che hanno il farfallino e una giacca elegante anche di mattina, cosa disdicevole assai. Il cameriere si dimostra subito antipatico, troppo confidenziale per i miei gusti. E non ci sono le olandesine, cosa pessima. Le brioche, se ho ben capito, sono congelate ma è il meno. Sul tavolo – lo stesso tavolo di prima, ma con una tovaglia rossa sopra, decisamente inappropriata – c’è questo biglietto da visita:

 

Allora, caro gestore del Prè Café: “deor’s” vorrebbe dire “dal signor Deor”, così come Mac Donald’s vuol dire “Da Mac Donald” e “at the butcher’s” vuol dire “dal macellaio”. Credo che però tu non ti chiami Deor (non fosse altro per la minuscola) e credo che tu volessi dire dehor che è francese e significa “fuori” ma – per traslato – vuol dire “locale provvisto di tavolini all’aperto che rendono più piacevole (nonché più cara) l’assunzione di bevande durante la stagione estiva”. E visto che hai chiamato il tuo locale “Prè Café” e non “Caffè Pré” (tralascio il fatto che la e di Pré sia chiusa e non aperta), con evidente francesismo, sarebbe opportuno che bruciassi tutti i biglietti da visita merdosi che hai fatto stampare, ti cospargessi il capo di cenere e chiedessi scusa. A me e al mondo. Poi ho visto il tovagliolino che sporgeva dal grossolano portatovaglioli. Eccovelo:

 

Decaffeinizzato? Caro gestore del Prè Café, me lo fai apposta? Perché magari si usa anche, come termine, ma fa schifo e io mi incazzo ancora di più.

Fortunatamente dopo pranzo siamo stati nel nuovo Geco vero, cioè abbiamo seguito il gestore del Geco di prima in una traversa di via Garibaldi. Ora si chiama Portici e il nome è la parte peggiore, perché è un locale piuttosto design, con inserti di metope e elementi architettonici di marmo in un contesto contemporaneo. C’è anche la postazione per il DJ set, una chitarra rosso smaltata per le serate canore, un bagno grande come casa mia e delle buone brioche di pasticceria. Peccato per una caduta di stile, appoggiati sui tavoli bicchieri da vino ripieni di perline simil-sali da bagno azzurre e una candela dell’Ikea dentro. Ma non si può avere tutto dalla vita, no?

Ad ogni modo, vedere i Portici mi ha reso ancora più insopportabile il Prè Café, ragion per cui queto post andrà nella categoria Iodio. Devo solo trovare il modo per boicottare il Prè Café. Entro e grido “Oddio, scarafaggi!”? fotocopio questo post e lo distribuisco all’ingresso della facoltà, lo affiggo ad ogni fermata di autobus nel raggio di miglia, lo faccio distribuire sulla città da un aereo che vola basso? Me ne frego?

Che bello trovare nuove abitudini… Devo ancora trovare i miei Stammlokal a Zurigo, ora che ci penso…


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televisione
24 settembre 2007
Iodio Loretta Goggi

Io lo so di andare contro a una larga fetta di lettori che da ora mi odieranno. So anche di andare contro la vulgata dellabuonatelevisionechepiunonsifà. Però io odio Loretta Goggi. La detesto con tuttele mie forze e l’ho sempre detestata. Un luogo comune ripetuto come un mantra da tutti quelli che amano la bella televisione è: “La TV di oggi non premia il merito ma vive di pettegolezzo, se tiene fuori professioniste come Loretta Goggi, una delle donne più talentuose che la nostra televisione abbia mai visto”. Ecco, io sono d’accordo fino a “pettegolezzo” perché Loretta Goggi non è talentuosa, è premoderna e stucchevole. E' finta e si vede, ed è un peccato gravissimo perché che si sia finti non è per nulla importante a patto che tutto sembri spontaneo.

Stride, ed è vero, con la TV di oggi ma non lo fa come, che ne so, Lucarelli o i vecchietti che preparavano uno spettacolo teatrale a SuperSenior. Stride perché è impostata come una annunciatrice degli anni Cinquanta, stride perché ha una risata inopportuna e casuale peggio di Frizzi (che infatti strideanche lui), sonante e caricaturale come quella della Bella Figheira. È costantemente sopra le righe: nella sitcom che faceva con Johnny Dorelli, tanto lui era confidenziale e sornione, tanto lei si atteggiava a Sarah Bernard. E il fatto che Sarah Bernard non abbia mai fatto una sitcom è indicativo di quanto il suo modo di recitazione non sia adatto al genere. Fa battute loffie ma, purtroppo, le fanno quasi tutti. Ride sempre, ma non ha un briciolo di autoironia, è una che si autodefinisce Diva e Primadonna, come fosse Barbra Streisand, quella di Hello Dolly, non di Hello Goggi.

Canta bene, quello è vero, nel senso che è intonata e ha voce. Imita anche in modo più che accettabile, ma – poveraccia – le scrivono testi pessimi, nella speranza che non se li scriva lei. La mia impressione, quando la guardo, è che si renda sempre ridicola: sembra quelle compagne di classe che abbiamo avuto tutti, carine e magari pure simpatiche ma che hanno costante bisogno di conferme, hanno necessità di essere considerate da tutti e che si sentono sempre sotto esame. E allora si mettono a ridere ossessivamente, parlano a sproposito per colmare i vuoti – da cui sono spaventate ancora più dime – e alla fine generano solo disinteresse e un lieve fastidio.

Il sogno della povera Loretta Goggi (perché io lo vedo là, sotto gli occhi perennemente strizzati perché sta ridendo) è quello di essere considerata una grande presentatrice, non tanto di esserlo. Lei vorrebbe essere una pippobaudo, una corrado, una maicbongiorno e non capisce, non riesce ad arrendersi al fatto che non lo è diventata e, ormai, non lo diventerà più. Per questo credo, a differenza sua, che la scena dell’altra sera non fosse preparata, e non solo perché quando recita Loretta Goggi lo si nota. Loretta Goggi vorrebbe essere perfetta,esattamente come Milly Carlucci, ma nello sforzo risulta disumana, molto più diMilly Carlucci, che risulta fredda ma poi fa la pubblicità del formaggio con la figlia.

Ora, qualcuno di voi mi chiederà: “Vabbé, ma Amadeus? Non è peggio? E Carlo Conti?” Sì, sono peggio, lo so e detesto abbastanza anche loro, così comeritengo mortificante che le donne debbano essere ottantavolte più brave degliuomini e, oltre a questo, molto carine per ottenere un posto decente in TV. Maquesto non sposta la questione: Loretta Goggi mi fa incazzare, mi irrita conuna intensità che non mi so spiegare e neppure il fatto che ci sia gente peggio di lei in TV me la fa rivalutare.


... noi non siamo il due di briscola


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televisione
24 settembre 2007
L'odio e la Goggi

Io lo so di andare contro a una larga fetta di lettori cheda ora mi odieranno. So anche di andare contro la vulgata dellabuonatelevisionechepiunonsifà. Però io odio Loretta Goggi. La detesto con tuttele mie forze e l’ho sempre detestata. Un luogo comune ripetuto come un mantra da tutti quelli che amano la bellatelevisione è: “La TV di ogginon premia il merito ma vive di pettegolezzo, se tiene fuori professionistecome Loretta Goggi, una delle donne più talentuose che la nostra televisioneabbia mai visto ”. Ecco, io sono d’accordo fino a “pettegolezzo” perché Loretta Goggi non è talentuosa, è premoderna e stucchevole. E' finta e si vede, ed è un peccato gravissimo perché che si sia finti non è per nulla importante a patto che tutto sembri spontaneo.

Stride, ed è vero, con la TV di oggi ma non lo fa come, che ne so, Lucarelli o i vecchietti che preparavano uno spettacolo teatrale a SuperSenior. Stride perché è impostata come una annunciatrice degli anni Cinquanta, stride perché ha una risata inopportuna e casuale peggio di Frizzi (che infatti strideanche lui), sonante e caricaturale come quella della Bella Figheira. È costantemente sopra le righe: nella sitcom che faceva con Johnny Dorelli, tanto lui era confidenziale e sornione, tanto lei si atteggiava a Sarah Bernard. E il fatto che Sarah Bernard non abbia mai fatto una sitcom è indicativo di quanto il suo modo di recitazione non sia adatto al genere. Fa battute loffie, ma purtroppole fanno quasi tutti. Ride sempre, ma non ha un briciolo di autoironia, è una che si autodefinisce Diva e Primadonna, come fosse Barbra Streisand, quella di Hello Dolly, non di Hello Goggi.

Canta bene, quello è vero, nel senso che è intonata e ha voce. Imita anche in modo più che accettabile, ma – poveraccia – le scrivono testi pessimi, nella speranza che non se li scriva lei. La mia impressione, quando la guardo, è che si renda sempre ridicola: sembra quelle compagne di classi che abbiamo avuto tutti, carine e magari pure simpatiche ma che hanno costante bisogno di conferme, hanno necessità di essere considerate da tutti e che si sentono sempre sotto esame. E allora si mettono a ridere ossessivamente, parlano a sproposito per colmare i vuoti – da cui sono spaventate ancora più dime – e alla fine generano solo disinteresse e un lieve fastidio.

Il sogno della povera Loretta Goggi (perché io lo vedo là, sotto gli occhi perennemente strizzati perché sta ridendo) è quello di essere considerata una grande presentatrice, non tanto di esserlo. Lei vorrebbe essere una pippobaudo, una corrado, una maicbongiorno e non capisce, non riesce ad arrendersi al fatto che non lo è diventata e, ormai, non lo diventerà più. Per questo credo, a differenza sua, che la scena dell’altra sera non fosse preparata, e non solo perché quando recita Loretta Goggi lo si nota. Loretta Goggi vorrebbe essere perfetta,esattamente come Milly Carlucci, ma nello sforzo risulta disumana, molto più diMilly Carlucci, che risulta fredda ma poi fa la pubblicità del formaggio con la figlia.

Ora, qualcuno di voi mi chiederà: “Vabbé, ma Amadeus? Non è peggio? E Carlo Conti?” Sì, sono peggio, lo so e detesto abbastanza anche loro, così comeritengo mortificante che le donne debbano essere ottantavolte più brave degliuomini e, oltre a questo, molto carine per ottenere un posto decente in TV. Maquesto non sposta la questione: Loretta Goggi mi fa incazzare, mi irrita conuna intensità che non mi so spiegare e neppure il fatto che ci sia gente peggio di lei in TV me la fa rivalutare.


... noi non siamo il due di briscola


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permalink | inviato da suibhne il 24/9/2007 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
consumi
21 dicembre 2006
laF - Gli iniziati e il Natale

È difficile che Feltrinelli sia vuota, a Genova. C’è sempre qualche quattordicenne che compra il solito Fenoglio, il solito Pavese, il solito Moravia. C’è sempre almeno una vecchia che cerca il libro presentato il giorno prima in qualche talk-show, c’è sempre qualche ragazza coi capelli biondi e gli occhiali che guarda i libri della Allende (ma quanti ne scrive), c’è sempre qualche tipo un po’ outsider tra i fantasy, qualche professore tra i libri di filosofia, qualche vecchio tra i libri di storia (di solito quelli paperback), qualche cetomedioriflessivo che cerca l’ultimo Adelphi, qualche donna che cerca ricette. E poi vabbè, ci sono sempre io ma non c’entra. Ah, e spesso c’è gente che fa richieste buffe tipo “Vorrei Il cappotto di Gogol, però non so chi sia l’autore”. Ad ogni modo, oggi da Feltrinelli c’era l’universo. Non ho mai visto un negozio tanto pieno, una densità che nemmeno in Olanda. Cosa spinge gente che in libreria non entra mai a comprare, per Natale, un libro? Perché un analfabeta di ritorno, amico di analfabeti di ritorno, si ritiene legittimato a regalare un libro che nessuno leggerà? Perché, poi, mi spintonano tutti mentre – con il mio cestino – guardo gli ultimi Strade Blu o gli Adelphi più preziosi? E poi dove vanno, questi neofiti brancolanti nel buio, con quei foglietti in mano e quei visi sbarellati e decisi, con gli occhiali da lettura che sembrano nuovi di zecca?


Oggi, da Feltrinelli, non c’era nessuno dei soliti clienti, giusto io. C’era anche il mio nemico numero due, il commesso che io odio e che mi odia a cui non chiederei neppure di spostarsi dal mio piede se me lo stesse calpestando. Mi ha stranamente sorriso, come per dire “Almeno un volto conosciuto!”, come per cercare un’alleanza di iniziati, tra clienti ignoranti e commesse in prova. Peccato che io lo odi e l’abbia lasciato in balia di uno che chiedeva “Un romanzo di Chatwin, ma il più romanzo, se no poi XY si scazza”.

6 luglio 2006
Un ammericano a Milano ovvero: Quanto fa schifo Mondomarcio

1954 la guerra è finita da meno di dieci anni e l’America è il presente e il futuro del mondo. In quell’anno nasce la RAI TV che sceglie, infatti, come primo presentatore un ragazzotto che in America c’è stato a lungo, Mike Bongiorno. L’America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata, l’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino. L’America era il sogno degli italiani che erano ancora abbastanza poveri ma in un paese che stava iniziando a crescere, proprio come nei film americani. L’ammirazione dell’italianoqualunque per l’America sconfinava a volte nello scimmiottamento parvenu e se ne accorgono presto il più qualunque di tutti gli italiani, Alberto Sordi, e soprattutto Steno. Nasce Nando Moriconi, l’Americano a Roma che viene da Kansas City, quello del uozz american bòi che però alla fine non si riesce a negare il maccarone che l’ha provocato.


2006 l’Italia è più ricca, l’America non è altro che una nazione dove fanno bei film, buona musica e dove si decidono i destini del mondo. Manca il mito, tutta l’ammirazione che il mondo riversava sull’America è svanito e non è detto che sia un male.
Però c’è ancora Nando Moriconi, che vi credevate?
Oggi pomeriggio è stato un pomeriggio pigro che si è concluso con TRL su MTV. I più assidui tra di voi ricorderanno il rapporto difficile che ho con quella trasmissione ma ciononostante ogni tanto la guardo, tanto per conservare un punto di contatto con il mondo. L’ospite di oggi era Mondomarcio, un nome che sembra quello di un personaggio del Roman de la Rose, come Falsembiante o Bellosguardo, ma che è invece quello di un cantante hip hop piuttosto incazzoso e ben poco cortese. Il giovane Mondomarcio, come narra l’enfance che si intitola “Dentro alla scatola”, ha avuto qualche problemuccio: un po’ di anni fa vedeva mamma e papà dentro una scatola, dietro due psichiatri ed era solo un bambino…un bambino! [A me la frase “ero solo un bambino” suona un po’ stonata, pare più una frase alla Helen Lovejoy che alla Tupac Shakur, più da zia bacchettona che da ragazzo di strada (a meno di considerare davvero i Corvi dei ragazzi di strada)]. Ad ogni modo, pare sia stato in carcere, in manicomio o chissà dove, è molto incazzato col mondo perché è tragico che un ragazzino cosi innocente può arrivare a viaggiare con l’omicidio in mente e perché in questa cazzo di società / mettono un sedicenne in catene lasciano un Bubbà / libero di fare PA-PA!! / sulla sua famiglia mentre i ragazzini chiedono papà , perchè perchè, papà e scappano nei ripostigli / vedi gli errori dei genitori ricadono sui figli / a volte mi chiedo che sarebbe stato / se quel giorno di dicembre si fosse fermato!!. Vabbé.


Ora, voi sapete che odio i Gemelli DiVersi e TRL. Vorrei che prendeste nota che odio anche (e forse pure di più) Mondomarcio e questo tipo di hip hop che scimmiotta le scazzottate e le pallottole americane. Ma Mondomarcio è andato oltre e l’ho scoperto oggi. Non solo si veste da rapper della East Coast, non solo si muove come un rapper della West Coast, ma parla come Wendy Windham! Il suo non è italiano e neppure una specie di creolo: usa intercalari ammericani e parole ammericane. Una ragazzina romagnola a TRL gli chiede quali sono i suoi generi musicali preferiti? “Soul, babe” e agita le braccia. Un’altra gli chiede quali sono i suoi progetti per il futuro e lui dice “Un nuovo disco, jo!” e poi dice “capisci?” come un americano direbbe “you know?” dice jo jo jo e fa tutti i versetti che vanno fatti. La mia domanda è perché.
Sono l’unico a cui questi cantanti sembrano posticci e ridicoli come Nando Moriconi? Io so se il povero Gianmarco Mascello aka Mondomarcio abbia davvero vissuto tutte le disgrazie che ci dice ma diciamo che gli voglio credere. Deve per forza imitare Pharrel e gli altri non solo con i vestiti e il modo di fare musica ma anche con le parole e il tono della voce? Si torna al problema Gigi Sabani della fiction sul papa: posso credere a un posticcio così evidente?


"Maccarone! ...mannaggia... Ti distruggo, sai, maccarone... Che mi guardi con quella faccia intrepida? Mi sembri un verme, maccarone. Maccaroni!  Ma 'che gli ammericani magnano i maccaroni e bevono er vino? Gli ammericani magnano il toast, la mostarda, lo yogurt... 'Mazz'e zzozzeria! Gli americani, aho... Maccarone... m'hai provocato e io ti distruggo adesso maccarone. Io me te magno! mmm boni..."




permalink | inviato da il 6/7/2006 alle 1:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
13 maggio 2006
Abbattere l'Invidia

Dopo un gradevole pomeriggio tra il Klapp, il Ciclostile e Altro, prendo il mio bel 67/ davanti alla stazione di Brignole. Come tutti gli autobus mignon che salgono su per le colline, il 67/ (nella sua versione estesa, ridotta o notturna) ha frequentatori più o meno abituali che divido in tre categorie: quelli che conosco di vista e ignoro, quelli che conosco di vista e trovo interessanti, per cui tendo l’orecchio in attesa di qualche cosa da riferirvi, quelli che abitano nella mia via, e sono quelli più fastidiosi. Fino a quando si sta sul bus è tutto abbastanza facile e con un “buonasera” ci si salva. Il problema, però, arriva dopo: come ben sapete, per arrivare nella mia via è necessario (beh, non è necessario ma agevola) prendere l’ascensore della vergogna e lì c’è l’obbligo di dire qualcosa. Capitemi: l’obbligo non è mio, io sto zitto zitto a testa bassa nella speranza che il compagno di ascesa interpreti il mio linguaggio del corpo come “NON SENTO IL BISOGNO DI PARLARTI / NON HO VOGLIA DI FARLO”. Ma raramente lo fanno, soprattutto i vecchi. E raramente dicono cose interessanti

(Piccolo florilegio di frasi tipiche: “Eh, con questo caldo / freddo…” di solito si sopravvive, signora; “Studi ancora? Ah, che bravo… sarà contenta la mamma” no, la mamma mi avrebbe preferito ingegnere piuttosto che dottorando in filologia romanza, ma che glielo spiego a fare!; se ho un libro in mano “ma lo leggi tutto?” no, adoro soltanto portare pesi nella borsa; “Come sta tua mamma?” bene, ma se si dovesse ammalare le prometto che glielo diròN.B. Frase che ha detto la vicina del secondo piano a mia madre: “Ma è vero che a giugno Suibhne si sposa?” no signora, non mi sposo né ritengo invalidante avere 27 anni e non avere moglie. Lasci perdere che mia sorella si sposa, lei sa meglio di me che vive in un’altra generazione)


Ad ogni modo, capirete la mia angoscia quando ho notato, appollaiata su un trespolo, una perfida amica di mia sorella di cui vi avevo accennato già una volta e che abita nel palazzo davanti al nostro. Io la detesto cordialmente, non tanto perché è bruttissima, ma perché è la regina dell’Invidia e della Maldicenza. Anzi, rettifico: ne è la principessa, perché la madre detiene ancora lo scettro, mentre il padre si limita a tingersi i capelli di un color sempre più mogano e a confondere le dentali. Già ai tempi delle medie l’Odiata si era iniettata qualche ettolitro di invidia nei confronti di mia sorella che invece – ingenua come un segretario DS – l’aveva scelta come migliore amica. Il fatto scandaloso era che mia sorella era piuttosto carina – in famiglia siamo tutti irresistibili – e popolare con i ragazzi, mentre lei era brutta, malvoluta e si ricopriva di brufoli in quei giorni lì. La regina madre dell’Invida si era quindi premurata di raccontare all’intera via quanto mia sorella tentasse di traviare la figlia, culminando in una telefonata a mia madre in cui accusava pure lei. Oltre alle accuse di troiaggine (la più tipica delle offese interfemminili), l’Odiata sosteneva pure che mia sorella fosse raccomandata, anche se non si è mai capito bene da chi. Il problema era che mia sorella prendeva ottimo di tema, mentre lei soltanto insufficiente. Ovviamente non le era mai capitato di pensare “Forse non mettere il verbo nelle frasi non aiuta la comprensione del testo”, la colpa era di qualche strano intrigo alle sue spalle. Il primo anno di liceo – ed è l’ultimo aneddoto, ve lo prometto – mia sorella era stata promossa con tre debiti al liceo scientifico che frequentava pure la PdI. Davanti al cancello della scuola mia madre, che ha appena letto il responso piuttosto atteso, incontra l’Odiata che chiede subito “Com’è andata?” e, saputo dei debiti con un gran sorriso “Eh… vabbé… si sapeva, no?”. Ora, si può dire una cosa del genere? Ma quanto stronzi bisogna essere? Fortunatamente mia madre in questi casi dà il meglio di sé e, abbozzando un sorriso, dice “Hai già visto i quadri? Buon divertimento”. L’Odiata risultò bocciata quell’anno, quello successivo e pure un’altra volta due anni dopo. Successivamente cambiò scuola “Perché i professori ce l’avevano con lei” e si trasferì in un liceo gestito da suore mafiosette dove alla fine ottiene un diploma di maturità con non so bene che votazione. In tutti ci ha messo otto anni.


Stasera sto divagando troppo, è vero, ma mi paiono notizie necessarie a capire il personaggio. Come il fatto che – visto che mi continua a vedere in facoltà – aveva messo in giro la voce che avevo fatto finta di laurearmi. Se c’è una cosa che proprio non sopporto è l’invidia. ‘sta cretina.


Scendo dall’autobus che non l’ho ancora salutata: quando faccio finta di non vedere una persona, sono molto convincente. Nel brevissimo tragitto decido di non fare altro che salutarla, rispondere telegraficamente a eventuali domande e basta. Nessuna provocazione, nessuna. Poi arriviamo davanti alla porta e dice “Siccome sono pigra aspetto che le chiavi le prendi te”. Un’altra cosa che non sopporto è quando le persone fanno le simpatiche e non lo sono per nulla. E poi te è pronome obliquo, non soggetto. ‘sta cretina. E si è pure iscritta a filosofia, visto che i professori di Ingegneria non la capivano!


Forse esagero, ma prendo questa frase come una sfida e accetto. Lei starebbe zitta ma io “come va la vita?” “tutto bene… tu?” “bene, bene… un po’ stanco…” “Il dottorato?” ecco, lei non lo sa ancora - spera in qualche mia disdetta - ma ha segnato la sua sconfitta. Inizio a menarmela tantissimo (e sapete quanto mi riesce bene), tirando a mezzo il fatto che l’anno prossimo vado alla Sorbona e che sono sempre in giro per convegni. Per esperienza ho notato che sono cose che fanno molta impressione ai poveri di spirito come lei, così come la frase “Scusami ma ero in riunione”, d'altra parte. Lei pare incassare il colpo, ho visto distintamente che stringeva le labbra su Sorbona, e si tace. Io azzardo un po’, ma voglio farle produrre una quantità di bile esagerata. “E tu? A che punto sei? Hai finito, no?”. Si sente rimessa in campo, perché piega la testa e sorride: “Sto iniziando a preparare la tesi” Cazzo… “La faccio su un teologo francese che è morto due anni fa… sai è di filosofia teoretica che sarebbe…” Rilancio: “Sì, lo so cos’è la filosofia teoretica! Quanti esami ti mancano” “Beh… cinque” Penso gooooooooool! ma dico soltanto un eloquente “Oh… beh…" con l'aggiunta di un solluccherato "ancora un annetto, un annetto e mezzo…” lei abbassa la testa, siamo fuori dall’ascensore e tenta la marcatura in zona Cesarini, cerca la ragione per non affogare nella sua invidia: “Ma sei contento?” domanda filosofica in effetti… “Beh tantissimo!” Ultimissimo tentativo: “Magari c’è sto problema che devi girare sempre…” Poverina, non capisce niente “No, anzi… questa è una grandissima opportunità! Sai qui a Genova mi sono reso conto che è proprio difficile formarsi una competenza adeguata” Vedo, ed è la prima volta, che non sa cosa dire “Beh sì… è una città un po’ chiusa…” poi accelera il passo e si allontana, un po’ mortificata “Dai, non ne parliamo… ciao…”.

Mentre il suo culone nei jeans troppo stretti si allontana, penso che una persona che si mortifica perché a qualcuno non è andata male beh… un po' se lo merita.


Oggi pomeriggio mi hanno detto che sono competitivo, ma secondo me volevano dire che sono stronzo...




permalink | inviato da il 13/5/2006 alle 0:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
28 marzo 2006
Ma perché

Uff... io vorrei scrivervi degli odori sugli autobus, vorrei leggere poesie dialettali e un po' di teatro piccardo del XII secolo, raccontarvi quanto mi piace il milanese, in 'sto periodo, e di un paio di reality americani che ho scoperto. Vorrei farmi un po' i cazzi miei, ma nel senso dei cazzi miei proprio. E invece domani mi tocca intevenire a una iniziativa sul diritto al lavoro e il diritto al sapere, una di quelle che non servono e che non ha senso fare, una di quelle che però non si possono non fare.
Qualcuno, prima o poi, mi dovrà spiegare chi me l'ha fatto fare.

Gh'ëa un çê freido e lontan
de d'äto a-o bòsco instecchïo,
ma inti cianelli zà verdi
s'arviva i còlchici lilla;
a-i pê de qualche muagetta
spontava a primma viovetta.

Campann-e vegnìvan à sciammi
da-e lontananse di monti,
da-i orizzonti di anni,
quande me paiva che o mondo
nasciùo o fosse con mi.

Ægue de primmaveia
sott'a-e rammette fiorïe,
comme me paiva che allöa
cantasci solo pe mi!

Oh, carovane de nuvie
calme a-i tramonti in sciô mâ
e contemplæ dietro a-i veddri,
quanto m'æi fæto pensâ!

Malinconia,
comme ciù fïto do tempo
ti desfi e cöse do mondo!

Ma e primmaveie ritórnan
e mi rinascio con lô.

Son comme o fiore into gòtto
che mentre o meue cianin
pe ògni sô che ritorna
o se repiggia un pittin.




permalink | inviato da il 28/3/2006 alle 2:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
28 gennaio 2006
L'odio nel pomeriggio

Voi sapete che amo il tedesco, mi piacciono il francese e il portoghese, trovo interessante l'olandese e il rumeno e odio lo spagnolo e il greco. Sapete anche che, dai tempi di Dante in poi, quando meno te lo aspetti ti capita tra capo e collo il contrappasso. In questo triste sabato pomeriggio quale neanche Baglioni avrebbe potuto immaginare, ho scoperto che un tale Enrique de Aragon, marchese di Villena ha scritto all'inizio del XIV secolo un Tractato de lepra che forse potrebbe essermi utile. Il problema di quel forse è che per capire se effettivamente lo è, mi tocca leggere le dieci paginette di trattato. "Poco male" mi dico "lo spagnolo è come l'italiano con qualche dittongo scemo di troppo, qualche immotivato arcaismo e qualche arabismo qua e là! D'altra parte articoli e libri in spagnolo li capisci...". La lettura procede invece un po' a rilento, invece. Questo odioso marchese del tardo Trecento infatti si è messo a scrivere nello spagnolo del Trecento, complicando orrendamente le cose. Non poteva fare altrimenti, mi direte. So che è così ma non mi basta e quindi ho fatto alcune indagini per cercare di infangarne la memoria. Pare innanzitutto che non fosse marchese, ma che il titolo gli fosse stato riconosciuto perché era uno intelligente e stava simpatico al re. Scopro inoltre che era figlio illegittimo, cosa decisamente immorale per uno che delle citazioni bibliche si riempie la bocca e riempie le pagine. Detto per inciso: dio benedica le citazioni bibliche, che sono riportate in latino e quindi facilmente rintracciabili con un ottimo programma free-ware. Tra l'altro credo che tecnicamente dio abbia già benedetto le citazioni bibliche, ma è un discorso, quello dell'autore della Bibbia, che ci porterebbe lontano. Scopro infine che quell'impostore del "marchese" di Villena aveva sì interessi molteplici (ha importato in Castiglia la poetica trobadorica, ha tradotto la Divina Commedia - da cui il mio personale contrappasso -, ha scritto di astronomia, medicina, alchimia...) ma aveva un naso davvero brutto, come potete ben vedere. Per tacer dell'acconciatura...
A questo punto, dopo averne infangato la memoria, ho bisogno che qualcuno mi spieghi come è possibile che il verbo saber faccia al congiuntivo perfetto, prima persona plurale, supiéramos. Ora vi lascio, devo capire che cosa vuol dire cabsa. Secondo una prima indagine online significherebbe Canadian Alliance for Business in South Africa oppure Carolinas Biological Safety Association... Resta da capire cosa c'entri il Canada con l'Aragona del XIV secolo... Può essere che l'odioso marachese abbia scoperto l'America prima di Colombo, visto che i cinesi non sono stati?


E se volesse dire semplicemente cassa?




permalink | inviato da il 28/1/2006 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
2 marzo 2005
L'odio e i polli d'allevamento

Odiare è disdicevole, lo so. Non si dovrebbe odiare neppure il peggiore nemico. E infatti io non odio quasi nessuno. In realtà in prima liceo dichiaravo di odiare solo due persone al mondo, la prof di Inglese, che si ostinava a darmi 3 benché io non fossi d’accordo, e la Pivetti, a cui non perdonavo gli eccessi vandeani. Poi però mi sono ricreduto, quando la prof di Inglese iniziò a temermi dopo che le avevo fatto notare che Orazio non aveva scritto carpen die e che non era molto accurata la sua ricostruzione per cui (giuro, cito testualmente): “I tre uomini più importanti della rivoluzione russa erano Trotzky, Lenin e Stalin, che erano anche di origine nobiliare. Mi ricordo che avevo visto un film, una volta… c’erano i Bianchi e i Rossi, poi non so… Comunque in un primo tempo Stalin e Lenin governarono insieme scacciando Trotzky, poi dopo qualche tempo Stalin took the power definitivamente”. La Pivetti invece non l’ho più odiata quando mi sono dimenticato che esisteva.

OK, odiare non è lecito per nessuno. Non si fa.


Però IO ODIO FRANCESCO AMADORI. Non è tanto per la sua faccia da imbecille, per il sorriso beota o la parlata incerta, no. È per la sua invidia malcelata verso Giovanni Rana, che a differenza sua in TV rende bene.
Ah, pure la bambinetta che sa tutto sui polli d’allevamento mi sta sui coglioni.


Scusatemi, l’ho detta e ora sto meglio.




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