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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
5 ottobre 2009
Stanze di poveri delitti a cui abbiamo assistito
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Il fatto che successe subito dopo in cucina fu di quelli che s'infilano nei ventricoli della memoria e li ostruiscono, producendo quei piccolo infarti di cui si continua a soffrire segretamente. Il passato è pieno di questi dispiaceri che ci ingannano con la dolcezza, e sono come luci fioche che solo noi vediamo ancora, stanze di poveri delitti a cui abbiamo assistito e ci portiamo dietro negli anni con quello stesso sentirci responsabili e colpevoli, e sono teste basse, gole che ingoiavano, sorrisi contraffatti per coprire il dolore di un rimprovero, avvilimenti incrociati in uno sguardo che chiede aiuto o almeno comprensione, cani che avremmo potuto raccogliere e salvare in una sera d'inverno, bambini trascinati da un padre in collera sul marciapiede che percorrevamo nell'altro senso, e non l'abbiamo più dimenticata quella piccola disperazione avvinghiata al braccio, e noi c'eravamo, passavamo di là, eravamo il bordo a cui le dita non si sono aggrappate, siamo pieni di questi dolori incidentali che hanno un conto in sospeso con noi e che paghiamo con l'unica moneta che ci resta, ricordando.

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Diego De Silva

Da un'altra carne

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12 agosto 2009
La stupidità pensa
«Oggi la stupidità si vede di più» afferma l'Accademico, e annoda stretta la cintura dell'accappatoio bianco. «Questo è inedito» aggiunge.
I gatti siamesi mangiano pane e latte, gli accoliti e i proseliti lo circondano con plauso sincero.
«Si vede di più perché ha il diritto di parola. Oggi si interroga la Stupidità in pubblico, ed essa concede interviste. Anche questo è inedito». Si volge a tutti i suoi ammiratori, e scandisce: «OGGI LA STUPIDITA' PENSA!»


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Alberto Arbasino
Parigi o cara
19 luglio 2009
Quante cose al mondo puoi fare... ovvero: Italianità
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Nella contemporanea cattedrale gotica (Centro Commerciale) è estranea al "New Order" come lo era il culto di Mitra all'epoca del cristianesimo secolarizzato; spicca come una Citroën Ami 6 al Motorshow; c'entra come Tura Satana e Wallpaper.

La Cedrata Tassoni non aggredisce "il consumatore" con packaging cangiante e seducente, non adesca con Porsche Boxter e isole tropicali, non promette eterna giovinezza e nemmeno nuove sensazioni; non si pone come tramite per una arcadia di genuinità; non vuole elevarsi a concetto né a oggetto di culto.

Se ne sta lì, nella sua bottiglietta cilindrica da 20 cl, dalla texture rugosa a suggerire al tatto la sensazione di una buccia di cedro, con il suo inquietante contenuto giallo fosforescente.

Il nome, l'indirizzo, la data di scadenza e gli ingredienti sono tutti scritti sul tappo, verde su giallo.

Niente etichetta dunque: nata minimal, inopinatamente nuda, nacked si direbbe oggidì.

Tuttavia non si confonde con i prodotti concorrenti nello scaffale grondante splendide lattine, sinuose bottigliette in pet e bombe energetiche liquide per il ragionere in vena di record. Forse un turista potrebbe restare interdetto  tra la scelta di un'anonima spuma al sapore di cedro e la nostra 20cl, ma un qualsiasi italiano no, no di certo.

La Cedrata Tassoni è parte del dna patrio a pieno diritto: nasce a Brescia, nella nebbiosa Lombardia con materia di base prelevata dagli agrumeti del sud, ed è consumata in tutta Italia, senza distinzioni di classe, politiche o generazionali.

Incredibile, no? Una bibita di nicchia che viene consumata da tutti i censi della popolazione italiana e che appena fuori dall'Italia non la si trova più.

E con l'arrivo della bella stagione state pur certi che in orario preserale, puntuale come un monsone farà capolino in TV lo spot della Cedrata Tassoni: con la Mina nazionale che canta; tale e quale da quando c'era il Carosello e gli "spot" si chiamavano "reclame". Non stufa e non ossessiona, al contrario dei gingle ossessivi e globali del cola-beverone a stelle e strisce.

Questo è il valore aggiunto della Cedrata Tassoni, il potersi abbandonare al refrigerio estivo senza implicazioni e sensi di colpa. Non richiede l'immedesimarsi in qualcun altro o in un altro dove, ed in questo il testo dello spot era profetico: "Quante cose al mondo puoi fare, costruire, inventare... ma trova un minuto per me", ed avere un minuto per bersi una cedrata è qualcosa di speciale, basta sapersi accontentare.


Franz Fiorentino

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Italianità
a cura di Giulio Iachetti



2 luglio 2009
Salvarsi la vita

Vorrei sommessamente ma decisamente sconsigliare a tutti gli ipocondriaci di leggere libri in cui vengano descritti minuziosamente i sintomi di malattie mortali come quello che ho iniziato a leggere stamattina, in autobus, fiero del mio ritorno alla francophonie e pregustando la partenza (- 50 circa...). 



More about À l'ami qui ne m'a pas sauvé la vie
Hervé Guibert
À l'ami qui ne m'a pas sauvé la vie



Credo che su aNobii verrà subito classificato come "abbandonato".



Je suis malade 
Complètement malade 
Je verse mon sang dans ton corps 
Et je suis comme un oiseau mort... 
20 maggio 2009
I duecentomila nomi con cui invocarti

« Conosco a memoria i sonetti di Shakespeare e i silenzi di Emily Dickinson, Saffo la potrei recitare al contrario, ho letto Proust in un'estate senza di te, Rimbaud e Verlaine nelle domeniche in cui non ci sei, ho studiato Platone, aspettandoti e conosco Freud, Jung e Hillman, so di tanto altro amore scritto e cantato, so dell'anima e dei suoi contrari, un'immensa biblioteca  allestita per te, tutta una vita a preparare queste stanze piene di frasi d'amore per noi, a girarci dentro, a studiare i duecentomila nomi con cui invocarti. E tu vuoi che io ti chiami «troia»


Se non fosse che a volte penso che alla fine hai ragione tu.»

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Giancarlo Pastore
Io non so chi sei

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6 maggio 2009
Sei passato in bicicletta sotto la mia finestra

«Caro Franco, perdonami se ti ò scritto questa lettera, ma il mio cuor in tale modo comanda. Il giorno che mi dissero che l'ufficiale della gioventù littoria aveva simpatia per te, io ò compreso tutti i tuoi turbamenti, i baci e gli abbracci che mi ài negato. Ó capito che non ero più il tuo amore e che qualcun altro aveva preso il mio posto.


Caro Franco, quel giorno in cui in piazza mi bastonarono gli avanguardisti, il tuo amore, i vecchi del paese e pure mio padre tra quelli, non sentii nessun dolore, giacché niente reggeva il confronto alla pena di non poter più abbracciarti.


Ricordo quando ti baciavo sulla tua bocca esangue e tu pure mi restituivi i tuoi baci. Questo è l'esilio più duro per me, quello dai tuoi baci.


Ó visto che la notte che mi hanno portato via, sei passato in bicicletta sotto la mia finestra, e quello è il ricordo che mi fa compagnia in questo luogo alla fine del mondo. Tu che piangevi in silenzio sotto la mia finestra.



Saluti infiniti e baci tanti.

Per sempre tuo

Attilio»



Più riguardo a In Italia sono tutti maschi

Luca de Santis, Sara Colaone

In Italia sono tutti maschi

29 marzo 2009
Nei cessi della sede delle Nazioni Unite, ovvero: Salvare il mondo attraverso la degenerazione
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L'altro giorno, mentre continuavo a camminare su e giù per il quartiere francese con il solo risultato di ridurre le suole delle scarpe a un velo sottile di gomma, nel febbrile e disperato tentativo di procurarmi il necessario per vivere in questa società dimentica del prossimo suo, mi capitò di incontrare una vecchia conoscenza (un deviato). Dopo un paio di minuti di conversazione, nella quale peraltro riuscii a stabilire la mia superiorità morale su questo degenerato, mi ritrovai ancora una volta a meditare sulla crisi della nostra epoca. La mia inventiva incontrollabile e licenziosa come al solito, mi suggerì un'idea così audace e magnifica che mi rifiutai di credere a ciò che stavo pensando. "Alt!" gridai implorando la mente che si era fatta simile a un dio. "Questa è follia". Tuttavia, stetti a sentire ciò che il mio cervello mi suggeriva: ebbene, mi stava offrendo la possibilità di SALVARE IL MONDO ATTRAVERSO LA DEGENERAZIONE. E fu là, sui marciapiedi consunti del quartiere francese, che io invitai questo fiore marcio del giardino umano a riunire tutti i suoi compagni pederasti sotto l'insegna delle fratellanza.

Il nostro primo passo sarà quello di far arrivare uno dei membri del partito alle alte cariche dello Stato; forse la presidenza stessa se la Fortuna ci assiste. Poi gli altri si infiltreranno fra i militari, e saranno continuamente occupati a fraternizzare fra loro, a sistemare le uniformi, a inventare gare di eleganza, a dare feste ecc., in modo da non avere più tempo di pensare alla guerra. Colui che diventerà Capo di Stato Maggiore avrà un'unica preoccupazione: badare al proprio guardaroba, che conterrà uniformi e abiti da sera, da indossare a seconda dei casi. Vedendo questi risultati, tutti i pederasti del mondo desidereranno il controllo dell'esercito e in quei paesi dove ci saranno dei problemi, manderemo aiuti sotto forma di guerriglieri che assicureranno loro la presa del potere. Quando alla fine avremo rovesciato tutti i governi esistenti il mondo non avrà più guerre, ma soltanto gigantesche orge condotte per sotto il protocollo più stretto e con spirito internazionale, perché si dà il caso he questa gente passi sopra alle differenziazioni a livello nazionale. Tutti infatti tendono verso un unico scopo, sono veramente uniti e la pensano come una persona sola.

Ovviamente, nessun pederasta avrà la benché minima idea di che cosa sia una bomba, per cui le armi nucleari marciranno nei depositi. Di tanto in tanto, il Capo di Stato Maggiore, o il Presidente stesso, ricoperti di penne e perline, organizzeranno balli e feste per intrattenere i leader, ovverosia i pederasti-capo delle altre nazioni. Se per caso dovesse sorgere un qualche screzio, tutto verrà risolto nei cessi della sede delle Nazioni Unite, ovviamente ridecorata per l'occasione. Ci sarebbero di continuo balletti, musical e divertimenti e probabilmente l'uomo della strada ne sarebbe più soddisfatto che dei discorsi oscuri, ostili e fascisti dei precedenti governanti...

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Immagine di Una banda di idioti
John Kennedy Toole
Una banda di idioti

5 marzo 2009
Scivolando a New York sul marciapiede
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Ma dove vado adesso, dove andrò,

notte iniziata tardi e già finita?

Provavo il marciapiede con la neve

scivolando a New York sul marciapiede

per la neve  ormai immobile gelata.

Con una mia caldissima pisciata

potrei scioglierla un po', aprire un po'

la strada. Eccomi utile e tardamente

chiara: luna che cresce, vento che scende,

adesso dormo, ma domani torno.


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Immagine di Sempre aperto teatro
Patrizia Cavalli

Sempre aperto teatro

25 febbraio 2009
Le mie azioni anarchiche

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Dire che la lettura è un atto anarchico non è esattamene come dire che la sola lettura libera è fondata sul libero fraintendimento. Se ho intenzione di diventare uno studioso di letteratura, sarò infatti libero di farlo: imparerò le diverse pratiche filologiche fondate sula devozione al testo, sulla fedeltà alla lettera e sull'immaginazione necessaria a capire che cosa l'autore non sapeva di aver detto. Anche scegliere di essere filologo è un atto anarchico. Non tutti gli studenti, però, non tutti i lettori faranno questa scelta. Né saranno obbligati a farla.

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Immagine di Che noia la poesia

Hans Magnus Enzensberger - Alfonso Berardinelli
Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati

3 febbraio 2009
Un giorno assolato di settembre
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Quando compie trentun anni - è un giorno assolato di settembre e lui è in una città sulle rive dell'Adriatico, le ombre sulla spiaggia sono allungate e la luce è quella di un teatro di posa allestito per una pubblicità pop; nel suo campo visivo ci sono una striscia chiara di sabbia, un ombrellone, un lettino su cui è steso un telo da bagno bordateaux che la brezza fa sventolare, e la linea azzurra del mare, di un celeste cupo che gli ricorda il cielo delle Dolomiti - quando compie trentun anni è solo ormai da molti mesi, più di un anno.

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Immagine di Camere separate
Pier Vittorio Tondelli
Camere separate
27 gennaio 2009
E intanto fuori, in giro per il mondo...

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«Chissà» fece Levine. «con la fortuna che mi trovo potrei morire di fame». Indicò con la testa un gruppo di studentesse e disse a Rizzo - riscoprendo con stupore una parte di sé che era rimasta a lungo in letargo: «Ne è proprio passato di tempo».


Rizzo fece una risata cavernosa. «Cos'è, nostalgia?» chiese. Levine scosse il capo. «Non esattamente. Mi dà l'impressione di un circuito chiuso. Tutti sulla stessa frequenza. E va a finire che uno si dimentica il resto dello spettro: così si comincia a credere che quella sia l'unica sequenza importante o vera. E intanto fuori, in giro per il mondo, si continuano a vedere colori meravigliosi, raggi X, ultravioletti».


«Non credi che anche Roach sia a circuito chiuso?” chiese Rizzo. «McNeese non è il mondo ma Roach non copre certo tutto lo spettro».


Levine scosse il capo. «Voi di leva siete tutti uguali” disse. «Lo so, lo so. Siam l'esercito regolare, sempre pronti ad avanzare. Ma avanzare dove?».


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Immagine di Entropia e altri racconti

Thomas Pynchon

Entropia



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16 gennaio 2009
Breve storia di lunghi tradimenti
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Una volta, in un'altra vita, usciva sul terrazzino per fumare. Ora non sa perché l'ha fatto. Non è una gran fuga: il terrazzino è corto e stretto. Fa freddo. I cofani delle auto parcheggiate nel piazzale luccicano di brina. Giulio guarda il suo respiro condensarsi davanti alle labbra, e poi sparire quando trattiene il fiato. Magia.

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Immagine di Breve storia di lunghi tradimenti

Tullio Avoledo

Breve storia di lunghi tradimenti

9 gennaio 2009
Vermouth
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Arturo sarebbe stato il mio unico uomo.
Avevo questo sogno, questa fantasia di avere un amante. L'idea di andare a letto tutta la vita con mio marito mi faceva venire una tristezza che nemmeno il vermouth riusciva a scacciare.
Sognavo un uomo che prima mi corteggiava con fiori e vestiti e poi mi veniva a prendere con una bella macchina e mi portava a cena in un bel ristorante e poi in uno di quegli hotel del centro dove mi avrebbe spogliato, baciato e mi avrebbe fatto tutte quelle cose che ad Arturo non erano mai venute in mente. Ma a me sì. Tutte le volte che Arturo mi prendeva.
E quando ci pensavo mi chiudevo in bagno e mi toccavo tra le cosce e godevo da sola.
Quella volta che mi sono guardata allo specchio ho capito anche che un amante non lo avevo trovato pecrhé con la vita che facevo mi mancavano le occasioni. Dove lo trovavo io un amante che mi scopava al grande hotel?
Qui nel quartiere ne avrei trovato quanti ne volevo che mi avrebbero portato a fare un giro con le loro utilitarie ma sarebbero stati uomini perdenti identici ad Arturo. Me lo avrebbero sbattuto dentro e poi se ne sarebbero vantati al bar e tutti gli uomini si sarebbero sentiti liberi di tastarmi il culo.

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Immagine di Niente, più niente al mondo
Massimo Carlotto
Niente, più niente al mondo
8 gennaio 2009
Il contagio. (Addio Marcello)

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Addio Marcello, tu sei un uomo e nient'altro che un uomo - diciamolo, nemmeno dei migliori. Ma la felicità che ti devo, quella strana, apatica felicità che non mi consente di recriminare né di piangere, be' quella felicità mi vieta di credere che il realismo non sia nient'altro che una caduta di fede. Tu m'hai insegnato a guardare oltre le cose, perché era là che vivevi davvero. Ho perso (e tu sai come!) il contatto con la natura, coi suoi opposti: orizzontale e verticale, caldo e freddo, vivo e morto; ma non ho perso il respiro che sta dietro la natura, la bolla che rinasce dopo ogni distruzione, anche quella che appare più definitiva. Non saranno le alchimie sociali, le tecniche sopraffine, a salvare questo pianeta condannato; anche se queste parole ti sembrano da matto («ma che stai a dì?»), fidati, e non credere a nessuno se ti urla che non vali niente; oltre i pianeti che crollano qualcosa si rinnoverà sempre, ed è la tua allegria. Non per me soltanto (anche se mi costa ammetterlo), per molti hai dato senso al mondo: molti si sono detti, quando tutto sembrava inutile e triste, «però c'è Marcello». Non è poco, per un uomo. Addio Marcello, grazie: se ho smesso di sentirmi inferiore agli altri, lo devo a te; qualunque cosa tu faccia e dovunque tu sia (chiamami, per favore! più ti immagino degradarti e più mi ecciti) - non è da tutti, credimi, testmoniare la bellezza e la grazia. Tu l'hai fatto e la traccia del tuo corpo non morirà. 


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Immagine di Il contagio

Walter Siti

Il contagio

letteratura
4 gennaio 2009
LMVDM. La forma di vita più inutile e malvagia.
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In quegli anni mi trovavo spesso a detestare i miei genitori. Del resto ero ancora (quasi) un adolescente. La forma di vita più inutile e malvagia che si possa immaginare, se si esclude un gremlin bagnato.
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LMVD
La mia vita disegnata male


politica estera
5 novembre 2008
Tre vocali e i destini del mondo

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Per riprendere la storia dei miei genitori devo far riaffiorare un ricordo piuttosto imbarazzante per un americano di origine greca: Michael Dukakis sul carro armato. Ve lo ricordate? Un'immagine che bastò da sola a uccidere la speranza di vedere un greco alla Casa Bianca: Dukakis con un elmetto troppo grande che avanza sobbalzando sull'M41 Walker Bulldog, sforzandosi di avere un'aria presidenziale e sembrando invece un ragazzino sulla giostra. (Ogni volta che un greco si avvicina alla Stanza Ovale qualcosa va storto. A Agnew con l'accusa di evasione fiscale e a Dukakis con il carro armato.) Prima che salisse su quel tank, prima che togliesse il completo J. Press per infilare l'uniforme, tutti avevamo provato - parlo per i miei compatrioti di origine greca, che gli piaccia o no - un moto di esultanza. Il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti! Veniva dal Massachussetts come i Kennedy! Praticava una fede ancora più strana di quella cattolica, anche se di questo non parlava nessun. Era il 1988. Forse era arrivato davvero il momento in cui chiunque - o perlomeno non sempre gli stessi - poteva diventare presidente. Ecco i gagliardetti alla Convenzione democratica! Guardate gli adesivi sulle Volvo. "Dukakis, un nome con più di due vocali correva per la presidenza! L'ultima volta era stato con Eisenhower (che sopra un carro armato faceva il suo bell'effetto). Parlando in termini generali,  gli americani preferiscono i presidenti con due vocali al massimo. Truman, Johnson, Nixon, Clinton. Se ne hanno più di due (Reagan), non devono comunque avere più di due sillabe. Ancora meglio se con una sillaba e una vocale: Bush. Ci hanno provato due volte. Perché Mario Cuomo decise di non prendere parte alle elezioni presidenziali? A quale conclusione era arrivato mentre rifletteva durante il ritiro? Diversamente da Michael Dukakis che veniva dal Massachussetts  accademico, Mario Cuomo era di New York e aveva un'idea ben chiara della realtà. Sapeva di non poter vincere. Troppo liberale per il momento, certamente, ma anche con troppe vocali nel nome.

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Immagine di Middlesex

Jeffrey Eugenides

Middlesex



Ora di vocali ce ne sono tre. ObAmA. E in bocca al lupo al mondo.

21 ottobre 2008
L'odore del corallo

Bisogna che non accetti più le offerte dell'Ovale, che non le rubi più il cavo ethernet e che non connetta più il mio mac alla rete. Bisogna che la smetta di ascoltare Vinicius de Moraes mentre cerco di farla finita con le crociate, cosa che farebbero bene a fare anche i cattolici ma quello è un altro discorso. Bisogna che non perda tempo a leggere i blog in giro per il cannocchiale, splinder o altre piattaforme e bisogna che finisca di leggere 'ste dieci paginette che mi devo autocorreggere entro domani.

Però voglio dirvi 'sta cosa perché non ci dormo la notte. Voi avete presente che bellezza aprire un Einaudi nuovo? Uno dei Supercoralli, intendo, quelli rilegati con la copertina rigida grigetta, la sovracopertina bianca, con la foto e le scritte in nero. Si apre e ti invade quel profumo di finestra aperta, la mandorla ti pizzica là dietro agli occhi e non la smetteresti più di tirare su col in naso, appoggiato sul taglio oppure tuffato alla radice della pagina, dove le pagine sono cucite, a stordirsi dell'odore della colla e della carta.


Non mi ricordo il mio primo Supercorallo, ma sono quasi certo che fosse Se una notte d'inverno un viaggiatore ed era il settembre del 1993. Non ricordo neanche se l'ho comprato da Di Stefano, che una volta era una libreria celebre a Genova, con gli scaffali di legno e ben poco pratica e che oggi ha lasciato il posto a un megastore di trucchi, belletti e profumi, o da Feltrinelli, che aveva appena aperto in via XX. Ricordo che quell'odore era buonissimo. Ricordo anche il mio penultimo Supercorallo, Le Benevole, e ricordo di aver scoperto con l'orrore della balia che annusava Jean-Baptiste Grenouille, che non aveva odore. Colpa del fatto che era un libro usato, mi son detto, comprato da un remainder milanese, condotto via aerea a Parigi, consegnatomi su una terrasse del Marais, condotto in un microstudio del Père Lachaise e poi in treno a Londra, in treno a Bruxelles e in aereo prima a Londra e poi a Genova. Chi gira troppo, mi son detto, assume l'odore dei mezzi di trasporto e perde il suo.


Poi ieri apro il mio ultimo Supercorallo e non capisco subito il disagio. Non è l'atmosfera postbellica o preapocalittica, né il bambino che soffre il freddo, il cielo che non si vede, così diverso dal mio ieri, o il carrello trascinato nella cenere. Il mio nuovo Supercorallo ha un cattivo odore, da libro di scuola, da colla scadente, da carta impoverita. Credo che Einaudi abbia deciso di risparmiare e di straziarmi il cuore.





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Lui si accovacciò e raccolse una manciata di sassi, li annusò e li lasciò ricadere tintinnando. Rotondi, levigati e lisci come biglie o pillole di pietra venate e screziate. Dischetti neri e schegge di quarzo lucido, resi luminosi dalla nebbiolina che si alzava dal fiume. Il bambino fece qualche passo avanti, si accovacciò e immerse le mani nell'acqua scura.

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Immagine di La strada

Cormac McCarthy

La strada

1 ottobre 2008
Le mie cose. Alla ricerca di Gigi

In un presente futuribile, Ivar è un ragazzino enormemente intelligente, che ha iniziato a parlare a due mesi, quando era solo un embrione e avrebbe fatto perciò molto felice Giuliano Ferrara, ma questo non c'entra. In questa Italia presente e futuribile, Ivar deve andare ogni pomeriggio in un centro in cui viene reso un po' più scemo, perché non si senta a disagio con i propri coetanei. Allo stesso tempo suo fratello Poäng, che non è particolarmente sveglio, viene obbligato ad andare nello stesso centro, dove viene sottoposto a milioni di stimoli diversi nel tentativo di trovare in lui un qualche talento ma per ora si è notata solo una sua predisposizione all'emettere rutti molto potenti.

In questo centro, Ivar gioca tutto il pomeriggio a ReclaMan II: Alla ricerca di Gigi.


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Stando al racconto di Poäng, in questo episodio il perfido Uomo Del Monte, capace di distruggere le economie di interi Paesi soltanto dicendo "sì" o "no", si è insediato con le guardie del corpo - il viscido Coccolino, sopravvissuto al primo episodio, e l'elastica assassina Kaori, la ragazza del Philadelphia - nella Valle degli Orti, ed è pronto a dire "no" per raderla al suolo, se non gli verrà consegnato il ritratto di Gigi, il ragazzo della Cremeria Motta di cui nessuno ha mai visto il volto, ma la cui visione può donare poteri sconosciuti. Per fermare il malefico Uomo Del Monte interviene l'enigmatico Uomo Che Non Deve Chiedere Mai, di cui si è visto solo il torace muscoloso e si sa che indossa un paio di jeans. L'Uomo Che Non Deve Chiedere Mai manda l'autista Ambrogio a cercare gli eroi più adatti a compiere questa missione: Mastro Lindo, Capitan Findus, Carletto il Camaleonte, la nonnina dell'Ace, il passerotto di Del Piero e la Particella di Sodio. Ambrogio li porta al Mulino Bianco, la base segreta dell'Uomo Che Non Deve Chiedere Mai, dove i ReclaMen elaborano un piano per la ricerca di Gigi.

Ognuno dei ReclaMen ha un potere fuori de comune, ma anche un problema personale con cui convivere: Mastro Lindo fa brillare tutto all'istante, ma non riesce ad accettare la propria omosessualità; Capitan Findus è un uomo di mare quasi leggendario, non meno del Capitano Nemo, ma è incontinente; Carletto il Camaleonte è ovviamente in grado di mimetizzarsi, ma ha sempre fame (è un personaggio che richiede un notevole apporto di energie); la nonnina dell'Ace può lacerare i tessuti soltanto con lo sguardo, ma l'amore non ricambiato per Capitan Findus la fa soffrire oltre misura; la Particella di Sodio è un'ottima spia, capace di infiltrarsi ovunque, il suo problema è la misantropia; l'uccellino di Del Piero, invece, sta facendo il doppio gioco, ma soltanto a causa della sua doppia personalità. Il giocatore, per risolvere le varie situazioni, può selezionare di volta in volta il personagio che gli sembra più adatto. Ogni missione inizia con Ambrogio che con la sua limousine accompagna i ReclaMen in un luogo diverso.

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Sto leggendo Le mie cose, che è il titolo della rivista che la mamma di Ivar e Poäng deve leggere e seguire pedissequamente perché l'Ente Territoriale per il Controllo e la Gestione dei Figli di Genitori Separati (ETCGFGS) non le crei problemi e non le tolga la possibilità di vedere i suoi pargoli. Vi dirò come prosegue, per ora l'impressione è che Marco Lazzarotto diverta e si diverta ma che tenda a strafare, a volte. 


Però vi saprò dire.


Immagine di Le mie cose

Marco Lazzarotto

Le mie cose

18 maggio 2008
Un certain regard. Piccolo esercizio di traduzione senza dizionario, ovvero: l'Italia vista dalla Francia

Dopo questo splendore, sto leggendo questo libro, adesso. L’ho trovato su una bancarella, parla di un trentenne e – sapete – devo prepararmi. Il protagonista è in Italia, a pranzo con i genitori in un ristorante. Ha lasciato la Francia per qualche giorno perché la moglie, dopo che lui le ha confessato un tradimento con una sciacquetta cantante, l’ha pestato, preso a schiaffi, graffiato, frustato con un cavo elettrico, poi curato e quindi abbandonato. E quella sera a cena il cameriere gli porta un bigliettino Ero dietro di te (tu sais ce que ça veut dire en français? J’étais derrière toi). C’è anche una firma, Alice (en italien ça ce prononce Alitché), e un numero di telefono (en Italie ça commence avec 33 ou 34, non l’avevo mai notato). Da lì non so ancora cosa partirà, visto che stiamo rievocando la sua storia con Alexandrine, la (ex)moglie. Però so che il protagonista appena atterrato in Italia, guardando gli occhiali aereodinamici (ci prendono molto in giro per gli occhiali da sole italiani, i francesi) dell’autista della navetta che lo porta al ritiro bagagli, inizia a pensare all’Italia e alla Francia:

...e a partire dagli occhiali dell’autista, dai movimenti spontaneamente ampî ed esperti, dall’entusiasmo calmo e musicale di questo autista perfettamente banale in Italia, e a partire dalla sua presenza naturale, cominci a trarre le tue prime lezioni, noti le vere differenze culturali che nessun altro ha pensato di cercare là, ma piuttosto in un museo o che ne so, in un famoso rito di non so che villaggio siciliano. A quel punto inizi a dire: gli italiani sono meno nervosi di noi, son più diretti, più tranquilli, più solidi di noi, accettano meglio la loro latinità, diciamo che sono sbruffoni ma fanno solo quello che gli piace, senza preoccuparsi come facciamo noi di quello che gli altri penseranno dei loro cosiddetti eccessi, non sono sempre sulle spine, loro. Allora cominci a pensare – beh, almeno a me è successo così – malgrado tutte le caricature che si fanno da noi: le sceneggiate, le chiacchiere, la mafia, Berlusconi, i servizi pubblici inefficienti, i varietà con le paillettes, Eros Ramazzotti, il razzismo nascosto sotto il calcio, beh, al di là di tutto questo trovo che abbiano più carattere di noi, più personalità, che si sentano meglio di noi nella loro pelle. Basta comparare l’influenza della cultura italiana e francese sul resto del mondo. Beh, con cultura non intendo mica il Quattrocento, Dante o l’opera. In quel campo per definizione siamo sconfitti, hanno esteticamente centocinquant’anni di vantaggio su di noi da tutti i punti di vista. Perché francamente, a parte l’impressionismo e i nostri filosofi, dal punto di vista artistico siamo sempre stati degli imitatori austeri e megalomani dello stile italiano, no? E non intendo neppure i romani, loro non contano ... No, parlo della vera cultura popolare, della cultura effettiva: parlo della pasta, della vespa, della pizza e dell’espresso: c’è un solo posto al mondo in cui non si trovino? Pensa all’influenza dell’emigrazione italiana sugli Stati Uniti, i film, gli attori e tutto. Anche lì, la personalità degli italiani si misura anche nella posizione che si sono fatti nella storia e nella cultura americana. Perché negli Stati Uniti, siamo d’accordo, non se ne fanno niente delle culture molli, integrano solo le cose più efficaci e universali. E noi, a parte Lafayette... Vuitton, Dior, Saint Laurent, Bocuse e le bottiglie di château-margaux, OK... Ma, mi spiace questa non è vera cultura popolare, non c’entra. Abbiamo avuto colonie dappertutto, OK, ma sul piano dell’immaginario collettivo, voglio dire, cosa abbiamo lasciato, concretamente? ... Penso che dovremmo smetterla di raccontarci tutte quelle storie sul peso della nostra influenza nel mondo ... E anche sulla qualità della nostra cucina. Insomma, va a finire che diventerò grasso ma, hai notato che i cattivi ristoranti in Italia sono rarissimi?

Sono banalità che consolano, ogni tanto. Consolano e divertono. Soprattutto consoleranno quando qui, tra un mesetto, in occasione di Italia - Francia, si riaccenderanno le rivalità più aspre. E io mi vergognerò della Francia, mi vergognerò degli italiani e mi fingerò, eroicamente, lussemburghese.

Immagine di J'étais derrière toi
Nicolas Fargues
J'étais derrière toi



Vous êtes tellement tellement
beaucoup trop lourds
que quand les soirs d'orage
des chinois cultivés
me demandent d'où je suis,
je réponds fatigué
et les larmes aux dents:
"Ik ben van Luxembourg"

27 aprile 2008
Fukú. Chi ha ucciso John F. Kennedy?

Non c'entra niente con Parigi, non c'entra niente con l'Italia, non c'entra niente con niente il libro che ho scelto di leggere nella cuccetta 94 sul treno che lunedì notte mi (ri)porterà a Parigi. Vada per Junot Diaz, nato a Santo Domingo ma che vive in America e che racconta le vicende di un nerd dominicano fissato con la fantascienza e il fantasy e perseguitato, lui e tutti i suoi antenati, dal fukú.

Lo so, non mi interessa per niente l'America Latina (meno che mai le Antille), odio il fantasy e conosco poco la fantascienza. Ma oggi pomeriggio (tra Philip Roth, Tullio Avoledo e Walter Siti) alla fine ho deciso così. In ascensore, stasera, ne ho letto le prime tre pagine e ho già scoperto chi ha ucciso Kennedy. Il libro mi piace.


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Dicono che sia venuto dall'Africa, racchiuso nelle grida degli schiavi; che fosse l'anatema finale degli indiani Taino, pronunciato mentre un mondo moriva e un altro nasceva; o che fosse un demone, penetrato nella Creazione attraverso la porta dell'incubo dischiusa alle Antille. Fukú americanus, o più colloquialmente fuku: usato in genere per indicare qualche tipo di maledizione o sventura, e in particolare la Maledizione e la Sventura del Nuovo Mondo. ... 

Il fukú, però, non è solo un cimelio del passato, un racconto di fantasmi che non fa più paura a nessuno. Ai tempi dei miei genitori, il fukú era reale come la sfiga, e nessuno ne metteva in dubbio l'esistenza. Tutti conoscevano qualcuno che era stato divorato da un fuku, così come tutti conoscevano qualcuno che lavorava nel Palacio. Era nell'aria, si potrebbe dire, anche se, come tutte le cose più importanti dell'Isola, la gente evitava di parlarne. Ma a quei tempi il fukú se la passava bene; aveva anche una specie di paladino, un sommo sacerdote, per così dire. L'allora dittatore-a-vita Rafael Leonidas Trujillo Molina. Nessuno sa se Trujillo ne fosse il servo o il padrone, il rappresentate o il capo, ma era chiaro che fra loro esisteva un accordo, che quei due erano culo e camicia. Si credeva, persino nelle cerchie intellettuali, che chiunque cospirasse contro Trujillo sarebbe incorso in un fukú potentissimo, che l'avrebbe perseguitato per oltre sette generazioni. Pensavi qualcosa di male su Trujillo, e fuá, la tua famiglia veniva trascinata in mare da un uragano, fuá un masso cadava dal cielo e ti schiacciava, fuá, i gamberetti che mangiavi oggi diventavano lo spasmo che ti uccideva domani. Questo spiega perché tutti quelli che tentarono di ammazzarlo vennero beccati, e perché i tizi che infine riuscirono ad abbatterlo trovarono una morte orrenda. E quello stronzo di Kennedy? Fu lui che nel 1961 diede il via libera all'assassinio di Trujillo, che ordinò alla Cia di distribuire armi nell'Isola. Pessima idea, capitano. Perché i suoi servizi segreti non furono in grado di dirgli quello che ogni dominicano, dal più ricco jabao di Mao al più povero guey di El Buey, dal più vecchio anciano sanmacorisano al più giovane carajito di San Francisco, sapeva benissimo: che chiunque avesse ammazzato Trujillo avrebbe subito, insieme alla sua famiglia, un fukú così tremendo da far sembrare jojote, al confronto, quello che si era attaccato all'Ammiraglio. Volete una risposta definitiva e inoppugnabile alla domanda della Commissione Warren su chi ha ucciso JFK? Permetete che io, vostro umile Osservatore, vi riveli una volta per tutte la Pura Verità Divina: non è stata la mafia, e neppure LBJ o il fantasma di quella cacchio di Marylin Monroe. Non sono stati gli alieni, né il Kgb, e neppure un tiratore solitario. Non sono stati i fratelli Hunt del Texas, Lee Harvey o la Commissione Trilaterale. E' stato Trujillo; è stato il fukú. Da dove coñazo credete che spunti la cosiddetta Maledizione dei Kennedy? E il Vietnam? Perché credete che la più grande potenza mondiale abbia subito la sua prima sconfitta proprio per mano di un paese del Terzo Mondo come il Vietnam? Ma fammi il piacere, negro. Potrebbe interessarvi sapere che proprio mentre cresceva il coninvolgimento Usa in Vietnam, LBJ lanciava un'invasione illegale della Repubblica Dominicana (28 aprile 1965). (Santo Domingo fu l'Iraq prima che l'Iraq fosse l'Iraq). L'operazione fu uno straordinario successo militare per gli Usa, e molti soldati e agenti segreti che avevano partecipato alla "democratizzazione" di Santo Domingo vennero immediatamente trasferiti a Saigon. Cosa credete che portassero con sé soldati, tecnici e spie, negli zaini, nelle valige, dentro i taschini delle camicie, impigliato tra i peli del naso, incrostato intorno alle scarpe? Un regalino della mia gente all'America, una piccola rivalsa per una guerra ingiusta. Proprio così, ragazzi. Fukú.


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Immagine di La Breve favolosa vita di Oscar Wao
Junot Diaz

La breve favolosa vita di Oscar Wao

sessualità
4 novembre 2006
Catholic people

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But I wasn't sure what the Finches would think, partly because they were Catholic and to me Catholic people seemed very white-knuckled and tight-fisted about life in general.

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Augusten Burroughs

Running with Scissors


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21 aprile 2004
O pallido croco, nel vaso d'argilla...

Mia sorella deve aver cambiato profumo. O balsamo per i capelli, più probabilmente. Me ne sono accorto poco fa, asciugandomi la faccia prima di tornare in camera mia. Era odore di Big Bubble all’uva, avete presente? Li masticava sempre la mattina alle sette il mio vicino di casa, mentre andavamo a scuola alle Medie. All’epoca li consideravo stomachevoli, stasera confesso che l’odore mi è piaciuto.

Ieri sera ho finito Middlesex, appassionanti lettori. Verso l’una e dieci ho letto la 24a riga di pagina 606 ("…pensare al futuro."), ho chiuso il libro e me lo sono appoggiato sul petto, sguardo che metteva a fuoco lo strano baricentro di un triangolo formato dalla superficie del mio letto, dallo spicchio di mare nero che vedevo appena e da Detroit, Michigan. Di solito qui si dice "Non so quanto sono rimasto in questa posizione, sospeso nel silenzio mentre i pensieri mi affollavano la mente". Effettivamente non lo so, come non so mai dare una misura al tempo che passa, a un intervallo tra due eventi, all’attesa (O extensio animae!). In modo estremamente franco, non credo di aver impiegato più di una decina di secondi in quella posizione. Però capite bene [lo capiscono i migliori tra di voi (potrei quasi riconoscere il sorrisetto beffardo che si apre sul volto di quella dozzina di lettori che mi capiscono)] la sensazione della fine del libro. È violento, finire i libri. Evitiamo stupidi paragoni con la conclusione di un amore, non sta lì il punto. È più il fastidio che si prova quando è ora di andare a casa, dopo una cena in cui sei stato bene. Niente di drammatico, solo un po’ di frustrazione perché chissà se la prossima volta sarà uguale. Chissà se, iniziato il prossimo libro, ti ritroverai a tuffare il naso nelle pagine ad ogni occasione, sull’autobus (non facendo sedere le vecchiette, sorry Mr. Veltroni), mentre aspetti che a lezione entri il professore, durante la lezione (quando non ce la fai più del tema del vomito in Luciano e Marziano Capella), in ascensore (se quella del piano di sotto non vuole sapere per la duecentesima volta quando ti laurei: Già successo, signora, già successo. E levi lo sguardo compassionevole da "Poveraccio, non poteva fare Giurisprudenza?").

E soprattutto la notte. Quando ti sdrai sul letto in posizione tutt’altro che ergonomica ma che non hai voglia di cambiare, a costo di sentire il collo intorpidito e le spalle contratte, magari dopo una giornata insopportabile, dopo aver aspettato quaranta minuti un autobus alla stazione, dopo aver aggiornato il blog, o aver notato che non hai commenti, o aver notato che hai molti commenti ma inopportuni, o aver notato di aver molti commenti molto opportuni a cui non sai rispondere in modo altrettanto opportuno. A volte si sono fatte le cinque di mattino. Certo, colpa anche del mio fuso orario spostato in mezzo all’Atlantico, per cui non esiste la mattina mentre si apre una Patagonia, la notte. Altri, i meno brillanti, parlano di pressione bassa.

Quando hai finito un libro, ti ripassa tutto davanti. Con "tutto" intendo le cose che si sono accomodate nell’inconscio, pronte a risbucare nel prossimo post, nella prossima discussione mediamente arguta, o anche dal fruttivendolo che non ti vuole dare il cestino di fragole che gli hai chiesto. Ieri sera pensavo ai nomi greci (e se mio figlio si chiamasse Milziade?), allo spinakopita (ma preferisco la carnale moussaka), alle corone greco-ortodosse (e al Cacciatore), a Brussa e al genocidio degli armeni. La storia della famiglia Stephanides, tra Ataturk e Malcom X. E poi alla nave in mare, al corsetto nella scialuppa in cui Lefty e Desdemona… (e poi a come viene risolta la stessa cosa tra Di Caprio e la Winslet). Come sapete nelle mie letture scatta l’immedesimazione (e se non scatta sono cazzi amari, come diceva un’illustre scuola di filologi), e questa volta si tratta di Lefty. Anche se, certo, io avrei sistemato le cose in modo un po’ diverso. Senza parlare di… no vabbé, se vi dovessi convincere a leggerlo non vi tolgo la sorpresa. E la voce narrante, grandioso Tiresia che nasce femmina nel gennaio del ’60 a Detroit e rinasce come maschio, quattordici anni dopo. Ermafrodito, oppure intersessuale se diamo retta al dottore Luce (dannato dottor Luce).

E il croco. Sembra un dettaglio insignificante, ma resta lì come totem perturbante.


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Jeffrey Eugenides

Middlesex


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13 marzo 2004
La meravigliosa vita dei laureati in lettere, Alessandro Carrera, Sellerio, Palermo 2002

Trascorsi ormai due giorni da dottore, avevo deciso che le differenze con prima erano assolutamente inesistenti. Beh, a parte un po’ più di indulgenza nei miei confronti da parte dei miei parenti più prossimi, ma sono cose che succedono anche per il compleanno. Ho le idee più o meno chiare su cosa voglio dal mio futuro, e ho anche l’impressione che prima o poi troverò una collocazione soddisfacente nel sistema mondo.

Se non che, vinto dall’inoperosità, ho iniziato a leggere un libro dal titolo accattivante che julie mi ha regalato, corredato da un bel bigliettino, il giorno della tesi: La vita meravigliosa dei laureati in lettere, di Alessandro Carrera. Mentre ero seduto dove non è lecito dire, ho trovato a pagina 19, miei cari, un passaggio che vi vorrei citare:

"…Ma di una cosa era sicuro: che mai e poi mai un padre vorrebbe che suo figlio si laureasse in lettere. […] Un laureato in lettere disoccupato è una vista che spezza il cuore ai sassi. Un laureato in lettere disoccupato è uno che ha preso l’autostrada della vita, ha seguito per sbaglio dei cartelli di lavori in corso e adesso non sa più come mettersi in corsia. Niente al mondo è più inutile di un laureato in lettere disoccupato. Un asteroide caduto fuori dalla sua galassia ha più motivo di esistere di un laureato in lettere disoccupato. Un neutrino che vive per un miliardesimo di secondo porta più contributi all’universo di un laureato in lettere disoccupato. Una mutazione genetica sterile è più soddisfatta del suo ruolo nell’evoluzione della specie di quanto non sia un laureato in lettere disoccupato."

L’opinione di the-saint mi è arcinota, ma voi che dite? Che direste se vostro figlio studiasse lettere?

12 gennaio 2004
NanaMosheAnjali e JulesJimKathe (con gli Afterhours sulle pareti e Ingebor Bachmann in anticamera)

Devo andare a vivere da solo, è inutile. Ormai lo sento come esigenza imprescindibile. Mi sono chiuso in camera e fingerò di scrivere la tesi, è l’unico modo per poter essere lasciato un po’ in pace. Se tutto va bene però tra due mesi non avrò neanche questa scusa. Vabbè, ci penserò… Ad ogni modo se ve lo chiedono io stasera sto scrivendo la tesi, reggetemi il gioco. Paolo Bonolis fa girare i pacchi su Rai Uno, dalle casse dello stereo gli Afterhours cercano di ignorare che gli alberi siano morti. Tra un po’ mia madre mi porterà il caffè. Ah, la routine!

Ho finito Politics, gente. Siccome avevo promesso di tenervi aggiornati lo faccio. Nana si conferma una stronza. L’ha lasciato, ci credete? E poi ha pure aggiunto "Beh, puoi sempre metterti con Anjali". Se non è essere una stronza! Lo ha fatto per stare con suo padre che aveva appena avuto un ictus, ufficialmente, ma a me non la racconta. Capite, il papi era praticamente guarito, lo ha usato come scusa. A livello inconscio, sono sicuro, non dico che l’abbia fatto deliberatamente. Non credo arrivi a tanto. Però ha colto la prima occasione per lasciarlo. Oh, come le piace soffrire e sacrificarsi! No no, Nana sei egoista. Vabbè che alla fine probabilmente lo richiama e si rimettono insieme, ma non cambia nulla: ha sempre pensato solo a se stessa, da quando ha proposto il triangolo in avanti. Ha fatto soffrire anche Anjali, era evidente che si sarebbe innamorata di lei e infatti così è stato. E poi la frequenza con cui dice cool! Tutto è cool, dalla scopata triangolare alle fantasie pornonazi, alla borsa Prada alla panciotta di Moshe. Non ha coscienza delle propria assoluta inopportunità. No, a me Nana non piace, e non mi interessa, caro Adam, se dici che in realtà lei è gentile. Non mi interessa neppure che lei non sia del tutto conscia delle conseguenze delle proprie azioni e che le compia a cuor leggero. Anzi, direi che è un’aggravante. Dite che sono stato un po’ troppo astioso nei suoi confronti? Può essere, ma povero Moshe, lui ce la metteva tutta. E anche Anjali, tutto sommato. Però, caro Adam, devo dichiararmi d’accordo con te sul conto della fascinosa attrice tandoori: piace molto anche a me. E anche io preferisco Milan Kundera a Havel, sul quel capitolo sono abbastanza d’accordo. Però trovo intollerabile che chiami Gramsci familiarmente Antonio e Hilter amichevolmente Adolph. Name dropping, si definisce.

Mi è piaciuto leggere questo libro.

Adesso credo che leggerò un po’ di libri sui ménage à trois, scusatemi. Attraverso fasi, e questa è quella dei libri sui triangoli. Siete fortunati, potevo cominciare un blog nel periodo dei racconti austriaci di inizio secolo, o in quello del realismo magico sudamericano, o ancora nel periodo di testimonianze sullo sterminio degli ebrei. Ho iniziato Jules et Jim. Me l’hanno regalato un anno fa, prima che partissi per Berlino. Direi che è giunta l’ora. Vi terrò informati anche su quello. Ad Adam non piace molto il personaggio di Jean Moreau nel film di Truffaut, io la trovo invece estremamente seducente. Non so, anche secondo Ena Marchi, che cura l’edizione del romanzo per Adelphi, "nella maggior parte dei lettore di sesso maschile, si osserva la presenza di un transfert negativo nei confronti del personaggio di Kathe, e quasi tutti tendono ad attribuire un sentimento dello stesso genere tanto all’autore del libro quanto al personaggi di Jim. Solo una sparuta minoranza si accorge, per esempio, di quanto spesso venga messo in evidenza il " rispetto " che Jules et Jim hanno per Kathe. Pochissimi, infine, sono quelli che, di questo " mostro ", riconoscono di subire il fascino".

Così è. E mi è simpatico anche Jim, Jules solo un tantinello meno.

Elle avait des yeux, des yeux de paille
Qui m'fascinaient, qui m'fascinaient.
Y avait l'ovale d'son visage pale
De femme fatale qui m'fut fatal

Ho l’acquolina in bocca per il libro che seguirà Jules e Jim in questo itinerario tra i 180° interni del triangolo. Ingebor Bachmann, Malina. L’ho visto l’altro giorno da Feltrinelli, non ne so altro che quello che dice la quarta di copertina: un abnorme triangolo amoroso e un abnorme assassinio. Se avete consigli bibliografici fatemelo sapere. Grazie.


Credo che scriverò davvero un po’ di tesi, così non devo chiedevi di mentire. Ma secondo voi davvero la luce era diversa negli anni ’60?

Immagine di Jules e Jim
Henri-Pierre Roché
Jules e Jim

9 gennaio 2004
Moshe, Nana, Anja

Come sapranno i più attenti di voi sto leggendo Politics, di Adam Thirlwell. Quelli con una buona memoria ricorderanno anche che mi stava innervosendo lo stile dell’autore, anche perché mi ricorda un po’ troppo il mio modo di scrivere. Continue precisazioni, ritorcimenti ripetitivi, dialogo costante col lettore e frequenti strizzatine d’occhio. Stucchevole, credo di averlo definito. Un po’ come il mio modo di scrivere, infatti.

Non vorrei che fraintendeste però. Mi piace il libro. Moshe, il protagonista, mi è piuttosto simpatico, è un attore di un certo avvenire (adesso sta interpretando Slobodan Milosevic in un dramma tratto dai verbali del Tribunale dell’Aja) e sta vivendo una storia con Nana. Nana invece mi è un po’ antipatica. Troppo viziata. Studia architettura, teoria dell’architettura. Sta facendo una tesi di dottorato (o di master, non mi ricordo) su Mies van der Rohe. Intendiamoci, è piuttosto carina e anche una personalità interessante. Ma è un po’ troppo egoista, non so ma ho l’impressione che non consideri con particolare intelligenza i problemi di Moshe. Basti pensare che si è imbarcata in una storia omoerotica con la migliore amica di Moshe, Anja, e non trova la cosa troppo sconveniente. Cioè, le sembra sconveniente ma solo perché sente che dovrebbe sembrarle tale. Ovviamente l’autore non lascia nulla alla libera interpretazione del lettore, maniman non capisce, e ci tiene a spiegare ogni pensiero di ogni personaggio. Perché non fraintendiamo dice anche "Perché non fraintendiate…". Sì, è questa la cosa che mi dà più fastidio.

Ad ogni modo a me sta molto simpatica Anja. Lei è attrice, sta facendo le pubblicità del borotalco, in questo momento. È più o meno lesbica (più o meno) e di origine indiana, infatti adora i film di Bollywood. Soprattutto i finali kitsch. Peccato che si trovi infilata in questo ménage à trois che non capisce poi troppo bene. Perché alla fine i tre scopano insieme. Per ora Moshe è soddisfatto ma sento che alla fine se lo prenderà nel culo. Solo Nana sembra soddisfatta, mi pare l’unica che ci guadagni. Secondo me le conseguenze saranno disastrose. Vi terrò informati

Immagine di Politics
Alan Thirlwell
Guanda


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