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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
21 agosto 2009
Il mio passato (e un prodigio) in una scatola di Rocher
Il mio passaporto sta dove stanno tutti i passaporti di casa, cioè dove sono stati riposti i primi passaporti che un membro della mia famiglia (per quanto grande sia) abbia fatto, vale a dire in una scatola di Ferrero Rocher nel comò in camera dei miei. All'interno della scatola ho sempre notato una quantità di fogli, foglietti e altre cose strane, stasera che il passaporto mi serviva perché devo riferire il numero al nuovo padrone di casa pro tempore ho deciso di esplorare. Tra i frammenti che, chissà con che criterio, mia madre ha selezionato per la  scatola di Rocher (perché un biglietto di Natale assai anonimo del 2003? perché quello e nessun altro? perché una scheda telefonica del 1995, commemorante il centenario della radio?) ho trovato due lettere che mio padre le aveva scritto nel luglio del 1968.

Se là in fondo non ci fosse la firma, la stessa quarantun anni dopo, non riuscirei a credere che quello che esordiva "Amore mio" e procedeva raccontando quanto lei gli mancasse e che ogni giorno, tornando a casa dal lavoro, aveva l'istinto di cercarla davanti "al portone della sua amica" dove, evidentemente, lo aspettava, beh non crederei che quel compìto e tenero venticinquenne fosse lo stesso essere umano che stasera si è angosciato in campagna nell'attesa del risultato definitivo da Marassi, odiando il televideo che non dava i gol in diretta. Eppure mio padre, nel 1968, scriveva a mia madre, che era in vacanza con mia nonna e le amiche di mia nonna, parlava del tempo ("Oggi è il primo giorno di ferie ed è terribilmente brutto, speriamo sia un temporale passeggero ma dubito"), del nipote che mangia che "è un piacere starlo a guardare", del lavoro in porto ("Stare dalla mattina alla sera sotto i raggi del solo è snervante anche al mare, figurati a lavorare") e concludeva con "Ti lascio, vado a finire di leggere "Le anime morte", un ottimo libro di Gogol". Tra l'altro, sono quasi sicuro che quest'ultima fosse una spacconata, domani lo chiamo e lo interrogo.

Ad ogni modo, tra il codice di un bancomat di un mondo in cui c'era ancora il Credito Italiano, la ricevuta del pranzo di comunione (1.003.000 lire, scontato a 970.000 lire... chissà se era tanto, per un pranzo di comunione, nel 1989...) ho trovato un reperto in grado di rendere Suibhne ancora più prodigioso. Pare che a quattro anni io abbia scritto una poesia. Devo dire che non era una poesia molto molto bella, però sempre di poesia si tratta. L'avrò probabilmente dettata, visto che non sapevo tenere un uniposca in mano, ma c'è un indiscutibile foglio scritto a macchina in cui si legge:

La sera,
stupenda sera
scendi come un velo
sulla città deserta.
Si accendono, pian piano,
le luci ammalianti:
M'incanto a guardarle
e penso alla vita
stupenda vita che passa.

F.to Suibhne anni 4 (quasi)

Va bene, va bene, non è granché. Però 1) ti pare che a quattro anni pensi alla vita che passa!? 2) dove cacchio li avevo recuperati i luoghi comuni!? 3) le luci AMMALIANTI!? e chi mi ha insegnato 'sti paroloni!? Mia madre, che doveva essere orgogliosa della genialità del figlio, ha aggiunto - vi giuro - le Note autobiografiche, scritte sotto:

NOTE AUTOBIOGRAFICHE:
Suibhe, nato a Genova il 24/4/1979 da Padre e dalla meravigliosa e stupenda MADRE [questo aiuta a individuare l'identità dello scriba]. Dopo 19 mesi è nata la sua stupenda e adorata SORELLINA [interpolazione per evitare la gelosia della figlia meno dotata?] che Lui [in maiuscolo, giuro] adora più che tutti al mondo.
All'età di 4 anni compone la sua I° poesia:
LA PRIMAVERA

Segue una firma chiaramente non mia, fatta a matita. Mi sfugge il motivo per cui una poesia sulla sera che scende e fa pensare alla morte si intitoli "La primavera" ma non si può chiedere troppo a un bambino di quattro anni (quasi), no? e poi non è l'unica cosa dei miei scritti infantili che non si capiva, se ben ricordate.

Ora, c'è una cosa che non vi ho detto e che rende la scoperta inquietante: nella scatola non ho trovato il foglio, bensì 8 frammenti del foglio originale che era stato strappato! Io li ho recuperati come rotoli di Qumran e li ho ricomposti per darvi lettura del contenuto. Ma, come direbbe la Leosini, da chi è stato strappato e perché? Da una sorella invidiosa? Da un Suibhne colto da adolescenziale vergogna? Oppure dalle solite forze del male - sotto forma di italianisti, bibliotecari o Dio - che cercano di impedirmi di diventare il Campione del Bene?

Inutile dire che un sospetto ce l'ho...
7 marzo 2009
Della Morte

Ieri ho deciso di dare corso a quanto vi avevo anticipato e a pranzo ho mangiato una insalata con la polpa di granchio. Bene, mi è rimasta sullo stomaco. Giuro! Non sono riuscito a digerirla e mi sentivo un Daniele Magro sullo stomaco. Tornato a casa, con le ossa un po' doloranti e il mal di testa, ho visto Lost 5x07 e mi son messo a letto e mi sono misurato la febbre. Altissima. 37.5, signori.


Mi sono ritrovato a rigirarmi per un'ora e mezza nel letto, poi mi sono addormentato e risvegliato per ore e ore, ogni cinque minuti, colto da caldo e da freddo e da caldo e da freddo. Oggi mi sono svegliato all'una e avevo 34.6. Trentaquattro e sei. Cioè sono morto.


Visto che nei Miei luoghi oscuri ho letto che la temperatura di un cadavere diminuisce di due gradi ogni ora, direi che l'ora del decesso va collocata tra le undici e un quarto e le undici e quarantacinque.


Non avevo mai scritto un post da morto, wow...

16 febbraio 2009
Orrore. Puro.
Seduto alla scrivania, alla mia sinistra una pila di libri sul teatro, un cumulo di fotocopie, alla mia destra un succo di frutta alla pera, un bicchiere di plastica con un residuo di caffè, una bottiglietta di acqua San Benedetto naturale oligominerale appena iniziata. I piedi freddi. Panzone se n'è appena andato, Stronzetto è lì a capo chino a spargere inquietudine. Ho i piedi freddi, che non c'è S. che tiene il riscaldamento a palla. Nelle orecchie le cuffie che spargono Fragile Forest degli Yuppie Flu, che non so ben chi siano ma che rende la situazione un po' inquietante. Là fuori è grigio, c'è un silenzio finalmente di tomba. E dico tomba mica a caso.

Ad un tratto sento uno strano ansimare. Tipo uno che ha il naso tappato ed è obbligato a respirare con la bocca. Oppure tipo uno che sta per morire soffocato dal proprio vomito o perché un criminale gli sta infilando in gola calzini sporchi. Quest'ultimo dettagli è perché io sarei pulp se solo mi lasciassi un po' più andare e se non lo trovassi ormai privo di gusto e demodé. Ad ogni modo, l'ansimo si fa sempre più insistente e capisco che proviene dalle mie spalle. Non è l'Ovale, che oggi non c'è. E comunque alle mie spalle c'è una libreria e un muro. Mi giro. Dallo sportellino che mette in comunicazione la nostra sala con l'ufficio del principe del male e della plurigravida spunta una faccina. C'è una bambina vestita di rosa, capelli lunghi, biondi che scendono sulla faccia e fuori dallo sportello, appesa dietro di me. E ansima. Mi guarda con gli occhi di una invasata e ansima. Come se fosse una bambina di un film horror. Dopo l'infarto, la rianimazione («Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo!» «Uno - due - tre - libera!») e lo sgomento, capisco: è la figlia della Plurigravida che non si capisce perché non è a scuola. Ma io dico, si può andare in giro così a spaventare i bravi ragazzi? non ce l'ha una madre che le dice di non sporgersi, che la testa pesa più del sedere, che io ho da fare e che sono facilmente impressionabile? E poi: perché non la portano da un medico? ma si rendono conto di come respira? se fossi il dottore di un film western scuoterei la testa e mi toglierei il cappello, se fossi il protagonista di un film horror inizierei a scappare, se fossi me chiuderei lo sportellino sulla faccia della pupa...

Ma non lo faccio, diamine, non lo faccio. E quella ansima ancora.
7 gennaio 2009
Il deficiente nella neve. Post drammatico con finale oscuro.

Non so quale atavismo scatti in casa mia, ma quando nevischia qui si accende il panico. Forse la diffidenza di due persone cresciute in una città di mare per 'sta roba fredda e bianca che copre le strade e non capisci chi gliel'abbia chiesto. La neve, in casa mia, son autobus che non vanno, impicci, ghiaccio e salacate per terra. Per questo stasera mio padre, sotto forma di mia madre apprensiva, ha cercato di farmi desistere dall'uscire e - soprattutto - dal prendere la macchina. "Guarda che si blocca tutto, eh?" "Guarda che poi non riesci a tornare a casa! ma cosa esci a fare?" "Hanno dato l'allerta 1!" (che nessuno ha mai capito se l'allerta 1 è il più grave o il meno grave). Io non è che ne avessi una voglia estrema, devo dire. Però ho deciso di uscire come fossi un exemplum io stesso: si può uscire di casa anche quando nevica, come credi che facciano in Alaska? "Le tue battute cretine te le puoi tenere per te" dice mia madre ed io esco.


Beviamo qualcosa in un posto dove il cellulare non prende. Esco e la città è innevatella, sul cellulare ho tre messaggi: due avvisi della segreteria e mia madre che dice "Chiamami subito. Qui c'è una burrasca di neve non venire su perché non ci riesci". C'è bisogno di un poco di esegesi: io abito un po' in altura ed è vero che nel caso di ingenti nevicate diventa inaccessibile alla auto. Io però mi guardo intorno e vedo fioccherelli che cadono gentili, la chiamo e faccio un po' lo stupido, poi sento che si innervosisce, povera donna, e faccio ancora un po' lo stupido e poi torno normale per dirle di non preoccuparsi, che avrei messo l'auto nel box un po' più a valle "E come credi di fare a fare la rampetta?" "Ma guarda che la rampetta è coperta" bluffo io, tranquillizzandola. Io sono un po' smagato, lo sapete, e ignoro a quale rampetta si possa riferire. Lo scopriremo tra poche righe, vedrete.


Accompagno Jack, poi la collega paraparigina e la macchina inizia a slittare un po' per i fatti suoi cosa non carina affatto ma visto che lei mi dice "Vai piano vai piano vai piano vai piano vai piano ecco, vedi? devi andare piano come quelli lì vai piano vai piano" non ci son grandi problemi. Mi rifiuto di salire per la sua strada (che avrebbe previsto di salire su un rampone, altro che rampetta) e la saluto "Mandami un messaggio" Ridacchio "Se non mi ricordo è perché mi son addormentato prima". Lo manderò, quel messaggio.


Faccio via Isonzo, corso Gastaldi. Non giro dall'Ospedale perché, mi dico, la strada che dovrei fare vicino all'obitorio è troppo ripida e ha troppi tornanti, metti che la macchina slitti? allora faccio il ponte di Terralba, via Torti, via Donghi e son quasi arrivato e mi sento molto furbo e molto intelligente. Trovo il telecomando e facilmente riesco ad aprire il cancello "Non devo neanche scendere dall'auto" mi viene quasi voglia di provare a salire verso la mia strada ma desisto. E' la prima cosa intelligente che faccio dall'inizio di questo post, sappiatelo.

supero il cancello, faccio centocinquanta metri e noto che nessuno ci è passato da chissà quanto. Il mantello di neve è intatto come uno se lo immagina in un campo, perché i semi riposino e si ricrei il miracolo della vita. Però questo è asfalto e mi ricordo cosa è la rampetta e non è coperta.


La rampetta è una salita di forse quindici metri ma sembra un chilometro, molto ripida e coperta di neve. Io inizio a salire in prima molto, molto lentamente. Faccio qualche metro e la macchina inizia a fare fatica, do di acceleratore e slitta, mi fermo. Provo ad insistere, ma sento solo un immenso rombo e la macchina sta ferma. Ok, mi dico come se il mondo fosse facile, scendo e vedo cosa posso fare. In retro fino al piano, davanti a una Punto bianca sotto un bianco mantello. Guardo la rampa e penso "Potrei provare a togliere un po' di neve coi piedi". L'ho pensato davvero. E ho anche iniziato a farlo, in corrispondenza di quello che avrebbero dovuto essere le ruote: spazzo un pochino ma alla fine mi rendo conto che non è che questo possa servire a granché. Riprovo a salire wrrrrrrrrrooooooooooooooom faccio qualche metro in più, sarò a sei, cinque metri dalla salvezza e non vado più avanti. Non ci riesco. Per ora non recrimino sul tempo, sulla mia cocciutaggine, sulla rampetta e penso solo a risolvere il problema e di questo, a posteriori, andrei fiero se non fosse che non ho idee intelligenti per risolvere il problema. Tiro il freno a mano perché, mi dico, sono arrivato fino a 'sto punto mica posso tornare indietro! Il freno a mano tirato pare non servire granché, la macchina si muove impercettibilmente verso il basso. Tiro meglio, a due mani, e la macchina si ferma. Scendo e guardo cosa posso fare: magari davanti alle ruote c'è qualche ostacolo che... La macchina comincia a scendere e a prendere velocità.


Questo è un secondo, signori, ma è lungo come tutta la serata: la macchina scende verso la panda bianca, vedo l'impatto e so che sarà una di quelle cose di me che si racconteranno in eterno, so che mi verrà recriminata per sempre, anche se dovessi salvare il mondo ci sarà qualcuno che mi dirà "Potevi stare a casa quella sera" e la cosa peggiore è che avrà ragione. Mi lancio dietro la macchina e provo a fermarla per la portiera, per il portapacchi. Ovviamente va più forte di me, io cado, il braccio davanti alla ruota, lo levo in tempo, afferro quel che riesco ad afferrare, la macchina scende so che sta per scontrarsi con la panda, mi vedo anche morto investito, nel tentativo disperato di evitare lo scontro, la macchina slitta e si ferma. A venti centimetri dall'impatto. Perché i metri erano troppo pochi perché avesse un accelerazione sufficiente all'impatto, perché sarà qualche legge fisica, per l'attrito delle mie mani su ovunque, perché non era destino, perché sono il protagonista di questa sitcom fatto sta che si ferma. E mi salva.


Non posso mettermi a riflettere e a godermi la grazia di dio, a pensare a un ex voto. Ho una macchina davanti a una rampetta coperta di neve (eccettuate le impronte che un deficiente nella neve ha pensato potessero essere utili) e devo potare la macchina in cima alla rampetta. Se non facesse freddo e se non fossi qui bloccato come un idiota perché sono idiota sembrerebbe uno di quegli indovinelli che si fanno e la cui soluzione è sempre talmente ovvia da sembrare assurda quando la scopri. Le catene. Nel bagagliaio ci sono le catene, mettiamole. Chiamo a casa per dire che son vivo, metto le catene, faccio la rampetta e tornerò vincitore. Ma come cazzo si mettono le catene?


Leggo le istruzioni, mi inginocchio nella neve, sotto la neve e cerco di «agganciare i due capi» dietro la ruota. Le mani son sempre più un ricordo, completamente anestetizzate altro che piedi di Messner su un eurostar. Deve esserci, sotto in non sentire nulla, anche l'attrito dei due palmi sulla macchina e ora che hanno riassunto una temperatura ambiente (vi anticipo la conclusione: ho ancora le mani) vi confermo che sì, fanno molto molto male, putellate di spilli. La neve cade, io mi industrio per un po', sento che mi fa male pure un ginocchio ma non ricordo perché. Niente, non riesco a legarle cristosanto. Tengo un po' le mani tra le cosce, poi rientro in macchina e rileggo le istruzioni, suona il cellulare mio padre dice "Ma neanche in prima ci riesci?" e allora ci riprovo. 


Lento lento. Slitta e si blocca. Scende un po' indietro, con un discreto sangue freddo gioco in un modo inspiegabile sui pedali e oh, alla fine arrivo in cima. Sono ancora vivo, sono un idiota, la macchina ormai è salva, potrei finire il post. 


Vado nel box, parcheggio e decido di tornare sulla rampetta a controllare se ho lasciato indietro che ne so, il cappello, una mano, un pezzo di paraurti o l'anima ma no. Sto per incamminarmi sorridente verso il letto perché tutto è bene quel che finisce bene se non fosse che c'è qualcosa di strano nella retina, mi rigiro a controllare e negli ultimi due metri c'è il segno di tre pneumatici. 


Tre


Prima era bianco, son passato io, i segni di pneumatici sono tre. Lo sapevo, c'è una Forza Oscura, una Presenza Soprannaturale, un Marronconiglio (a proposito, leggete qui...) che mi aiuta nei momenti del bisogno come capita sempre, in realtà, ai supereroi, ai burattini di legno e forse anche ai deficienti nella neve.

22 luglio 2008
Noi puffi. Mistero in blu.

Alle elementari e alle medie ero in classe con una ragazza (per la verità alle elementari era solo una bambina) che si chiamava di nome come la sorella di Loretta Goggi e di cognome come una città toscana. Lei era piuttosto simpatica, alta e un po' grossa. Poi avrebbe fatto filosofia e promozioni di cibi nei supermercati. Questa ragazza aveva una particolarità, oltre al fatto che in prima elementare avesse già le tette: aveva la lingua verde e non si è mai capito perché.

Ho pensato a lei, stamattina, quando mi sono alzato, ho sbuffato, mi sono guardato allo specchio, ho fatto un paio di boccacce e mi sono accorto di avere la lingua completamente blu. Blu-azzurro, turchese, blu di prussia non so, ho sempre avuto dei problemi con le definizioni del blu. Il colore di un puffo, diciamo. La mia prima ipotesi, in effetti, è stata questa: mi sto tramutando lentamente in un puffo. La colpa sarebbe stata del Belgio, paese da cui gli strani ometti blu provengono. Che ne so, magari ho mangiato qualcosa la settimana scorsa e.. Magari il fatto che ieri al supermercato - in crisi d'astinenza - mi son comprato le gaufres di Liegi... Allora ho controllato e non mi sta nascendo nessuna coda a palla, non ho voglia di puffbacche, non uso il verbo puffare e sono ben più alto di due mele. Almeno quattro o cinque, direi. E poi, mi son detto, i puffi sono blu fuori, mica dentro! Non è che Barak Obama ha la lingua nera, Kaori ce l'ha gialla, Toro Seduto rossa e Bossi verde! Quindi mi sono tranquillizzato e mi sono lavato i denti e sciacquato col colluttorio.

Attualmente il mistero resta fitto anche se il fatto che mi sia addormentato con una hals mentholyptus blu in bocca può dare qualche informazione utile per la risoluzione. Oltre che sul fatto che dovevo essere davvero stanco, ieri sera...

6 luglio 2008
Marronconiglio

Era da un po' che non succedeva, miei cari, ma temo sia capitato qualcosa e bisogna ritornare nei Suibhluoghi oscuri


C'è un coniglio che mi segue. 


Andiamo per ordine, come si deve fare in questi casi. L'altro ieri ero in BnF e discutevo di santa Elisabetta d'Ungheria con una groupie slovacca che mi era venuta a sentire al convegno. Mentre non so che dicessimo sorseggiando un caffé, guardo fuori dal vetro e vedo un coniglio. Ora, io non so se voi avete presente come è fatta la BnF: quattro torri fatte a libro aperto e sottoterra un giardino inaccessibile, con alberi inchiavardati perché non rompano i vetri dei grattacieli, una folta vegetazione senza criterio e felci, tante felci. Io ho sempre creduto che il giardino inaccessibile fosse disabitato, mentre lui sostiene che in realtà quella specie di foresta amazzonica sia abitata da una tribù importata dal Brasile per permettere a Lévi-Strauss di continuare i suoi studi ancorché centenario. Ad ogni modo, si parlava di santa Elisabetta e io strabuzzo gli occhi: Un coniglio! le dico, nella speranza che lo vedesse anche lei. Che buffo, dice, il che mi fa pensare che lo veda pure lei. 

Ieri, invece, stavo seduto sulle scalette di legno della BnF a prendere un the alla menta con un mediolatinista della Normale (questa Normale, non questa) e rispunta, nello stesso identico angolo, il coniglio marrone che mi guarda e sgranocchia un filo d'erba. Un coniglio! gli dico, nella speranza che lo vedesse anche lui. Già, mi risponde, credo sia nato lì... Confesso che in questo momento lo stupore si è spostato dal coniglio al mediolatinista: nato lì? non sapevo se raccontargli come nascevano i bambini o spiegargli che la generazione spontanea non è più tanto di moda, poi si è applicato e ha capito da solo l'errore. 

Oggi di nuovo, uscivo dal bagno e trotterellavo per il corridoio quando vedo una tipa che sta impalata davanti alla vetrata e guarda fuori. C'era il marronconiglio che sgranocchiava il solito filo d'erba e mi guardava. Guardava me, capito? E voi sapete che io non sono uno che ha manie di persecuzione o chissà cosa. E' evidente, miei cari, che il marronconiglio mi vuol dire qualcosa. Non so, è un messaggero di un'altra dimensione, è come Vincent in Lost, o forse è come un orso bianco in Lost o - dio non voglia! - come le nuvolette nere in Lost!  Ma chi l'avrà mandato e per dirmi cosa? Io l'ho osservato un po' e ho cercato di capire, ma non ho capito... non credo voglia che lo segua, anche perché dovrei rompere un vetro e morire dissanguato nell'attesa dell'arresto. Ma ammettiamo anche, per assurdo, che il coniglio non sia lì per un disegno ancora incomprensibile  tracciato da qualcosa più grande di me (la CIA, dio, Benjamin Linus, Maria De Filippi): cosa diavolo ci fa un coniglio intrappolato in un giardino inaccessibile? chi ce lo potrebbe aver messo? 


E' evidente che mi vuole dire qualcosa, devo solo aspettare di capire cosa e spero non sia né uccidere mio padre né spostare la BnF. Quello che è sicuro è che il coniglio è là per me: stasera ho comprato del cibo cinese dal traiteur cinese sotto casa e mentre stavo uscendo con il mi bel sacchettino pieno di cose che contraddicono questo post, la signora cinese mi chiama e mi dà una cosa. 


Questa


Bianconiglio



Ancora dubbi? La BnF vuole parlarmi e ha mandato un coniglio. Vi terrò aggiornati.

14 maggio 2008
L'inquilino dell'ultimo piano. Ovvero: Quando quello che sembra NON è quello che sembra. Ovvero: Un nuovo caso per Suibhne

Io lo avevo capito. E' che io le cose me le sento, non capisco perché voi non mi vogliate mai credere, diamine. E' il mio intuito da agente segreto, il mio sesto senso da investigatore privato, la luccicanza, al limite... Parlo di Olivier, il vicino che sembrava gentile. Manco per idea, c'è qualcosa di strano dietro e ora vi spiego.


Non ve l'avevo detto perché mi vergognavo, ma ho di nuovo perso un cappello. Il mio secondo giorno a Parigi. Guardate, ho perso il conto, non so davvero più quanti ne ho perso adesso, ma quella è un'altra storia. Ad ogni modo, visto che oggi piove ho girato come un forsennato tra BHV Homme e Les Halles per trovare un cappello che 1) non fosse da truzzetto di periferia o da banlieusard incazzoso; 2) non mi stesse molto largo, il tutto con il fiato sul collo del tempo che è tiranno più del signor No, visto che alle 21.40 devo trovarmi al cinema Champo per una rassegna su Hanneke. Sono riuscito a metà nel mio intento e mi stavo catapultando verso casa, un po' triste perché non avevo il tempo di farmi il pollo al curry ma valutando già un piano B (pasta al burro, che sono di fretta! vi scrivo mentre aspetto che bolla...) Scendo al sesto piano e faccio la rampa per il settimo a piedi, faccio per aprire la mia porta ma


aspettate che scolo la pasta



ma vedo, sdraiato per terra, sul parquet del pianerottolo, un uomo barbuto, tra svariati sacchetti di plastica. Ora, clochard o no, non lo so con certezza ma diciamo che è plausibile. Io faccio quello che fanno tutti gli eroi, dico "Bonsoir" e faccio per entrare in casa, come se fosse normale trovare un barbone sdraiato sul proprio pianerottolo. Ma lui parla, eccome se parla. "Non si preoccupi..." e io "No no, non sono preoccupato..." "Può essere che non passi qui tutta la notte, sto solo a spettando Olivier che mi deve dare una cosa..." Ah-ah! Cosa sarà Olivier? spacciatore? distillatore abusivo di liquori? o - dio abbia pietà delle nostre anime! - forse è della caritas? Io abbozzo e inserisco la chiave nella toppa. "Abita con qualcuno?" No... da solo... "E com'è la casa? c'è mica un po' di posto..." Io dico "Bonne soirée" ed entro, lui saluta educato. Giusto cielo! starei tutta la sera a casa per assistere all'incontro tra il clochard e Olivier. Magari è il contrario, però... il clochard non è il clochard ma una specie di Lebowsky che viene a prendere il suo tappeto... o forse Olivier è una persona degna e il clochard lo ricatta perché da giovani erano entrambi negli scout o in un altro gruppo paramilitare? E cosa voleva da me l'Oscuro Barbone? Di sicuro c'è soltanto una cosa: mi tocca, un'altra volta, indagare.... [visto che su "indagare" volevo inserire i link alle varie indagini, ma visto che sono davvero troppe, credo che creerò una rubrica apposita, però prima suggeritemi il titolo!]



Fuori tutto tace. Ho appena scoperto che il mio spioncino è macchiato di rosso. Pensavo fosse sangue e stavo per chiamare rinforzi, poi mi è venuto in mente che la porta è rossa e si sarà macchiata quando l'hanno dipinta. Per ora sono salvo.

12 dicembre 2007
Il mostro della cantina. Brutte mutande e un trillo nel buio.

Se vi chiedessi in quale parte della casa credete sia più possibile accadano cose inquietanti, tra l'horror e l'infarto, cosa rispondereste? Sì, va bene il bagno ma sto in Svizzera dove nessuno psicopatico impagliatore di uccelli accoltellerebbe en travesti una bionda in fuga dopo aver rubato i soldi a una banca che si sta facendo la doccia. Non fosse altro per il fatto che se rubi soldi a una banca, in Svizzera, vieni abbattutamolto prima che tu arrivi in un motel isolato dove tu possa essere giustiziata come UBS comanda. Pensateci bene. Pensate a Nightmare. Pensate al posto che vi fa esclamare, sprofondati nella vostra poltrona con le ginocchia sotto il naso e un odio profondo per il protagonista del film, "Ma se devi scendere là sotto, almeno accendi la luce!". Pensate a una scala di legno che scricchiola e una protagonista cretina che scende con una candela. Ecco, aggiungete che in Svizzera nelle cantine ci sono anche i bunker antiatomici e che questi assomigliano in modo inquietante alle camerate dei lager e ci siete. Solo che in cantina c'è anche la lavatrice ed è quindi con il coraggio dell'incoscienza (o di un protagonista di horror) che sono sceso, le braccia straripanti lenzuola, giù giù in fondo. La scala di legno, come è ovvio, scricchiola. Gli interruttori, fortunatamente, funzionano ma non sono affatto interruttori normali. Innanzi tutto sono messi in luoghi accessibili solo a iniziati o a eroi baciati dal destino come il sottoscritto e poi non si cliccano come tutti gli interruttori dell'universo ma si girano come fossero rotelle di una cassaforte o come fossero stati messi in opera cinquant'anni fa. Il corridoio è, indovinate un po'?, di cemento e a ogni passo si sente un certo clippiclap e l'eco che lo scalpiccio produce. Sul soffitto passano dei tubi che gorgogliano. In fondo al corridoio si scorge la porta del bunker con la scritta Vorsicht gialla. Sulla sinistra un dedalo di valvole, tubi e manopole. In fondo a sinistra la stanza con la lavatrice. Accendo la luce ed è là, con la bocca oscenamente aperta e con i comandi in romancio. Perché in questo condominio zurighese la lavatrice si comanda in romancio. Va bene, schiacciando un tasto si può cambiare la lingua in francese, tedesco, inglese e anche italiano però la lascio in romancio perché non mi capiterà mai più. Metto le mie lenzuola, quelle che hanno usato lei e lui quando sono stati qui e una certa quota di mutande&calzini. Metto nel vano preposto due misurini di detersivo a iperbassissimo costo che ho comprato alla Migros e attivo. Quindi apro l'asciugatore (perché qui, lo immaginerete, stendere non è possibile causa gelo e vicini) e ooooooh diamine! È pieno. Questo condominio deve strabordare italiani perché il martedì, dalle 12 alle 22, e il mercoledì, tutto il giorno, è il mio turno per usare la lavatrice e chiunque abbia messo i panni ad asciugare è un abusivo. Ma, ad ogni modo, che fare mentre la lavatrice romancia fa il suo lavoro? Tolgo i panni dell'abusivo e li metto da parte? Oppure questa cosa viene avvertita come decisamente sgarbata?E se questo arriva e mi vede che armeggio con le sue mutande? Magari mi prende per un maniaco, mi ammazza e si sbarazza del cadavere nel bunker. E se mi sbagliassi e il turno è il mercoledì e il giovedì? Inizio le indagini e trovo, appeso, un calendario che mi conforta del fatto che, se Dienstag vuol dire martedì, oggi è il mio turno. Beh, in fin dei conti se la legge è dalla mia parte, mi dico… e apro la porta dell'asciugatore.

In quel preciso istante parte un trillo a volume altissimo, una specie di telefono che suona ma non con una suoneria qualsiasi, non una suoneria scaricata da internet o comprata tramite una telefonata strozzina, no! era l'ur-trillo, l'idea di trillo, la trillicità, il trillo dei telefoni neri dei film noir, il trillo a cui voi pensereste dovendo pensare a un trillo ma che nella vita reale non esiste più. La prima cosa che penso, dopo che le palpitazioni erano tornate sotto quota 200, è "Ho scoperto qualcosa che non dovevo scoprire ed è suonato l'allarme! Dannati, non mi avrete!" quindi inizio a guardarmi in giro per scoprire l'origine del suono. Di certo non è la stanza della lavatrice, ma dove può essere? E cosa ci fa un telefono con quell'ur-trillo in cantina? Seguo il suono ma sembra provenire dal buio di una stanza chiusa da un cancello di legno invalicabile. Dico invalicabile sulla fiducia perché di certo non mi metto a valicare cancelli di legno per scoprire che ci fa un telefono in cantina. Ad ogni modo, tolgo i panni dell'abusivo dall'asciugatore, scoprendo che indossa un pigiama di bruttezza rara, delle mutande bianche (quel horreur) e deve avere dei piedi piccolissimi oppure avere sbagliato la temperatura del bucato perché i calzini non andrebbero bene a BabyMia. Quindi torno su in casa per meditare sull'accaduto. Che sarà stato? Non era un allarme, era il rumore di una campanella, di una sveglia antica, di un telefono anni '30. Forse qualcuno vive in cantina dagli anni '30, forse è una specie Harrison Ford svizzero, in fuga dalla polizia cantonale (e lo capirei), forse è un Humprey Bogart con la plastica facciale malfatta, forse è un fantasma dell'Opera che ha preso l'11 da Bellvue ed è sceso ad Hedwigsteig e che non ha ancora trovato una fanciulla da ossessionare, forse – giusto cielo! – è il covo di un gruppo di terroristi che vogliono capovolgere il democratico governo federale! Ho iniziato le mie indagini, senza aspettare l'Interpol che la tira sempre per le lunghe, e ho interrogato laS. Lei sostiene che in cantina ci sia il telefono di un magazziniere. Ma perché un magazziniere dovrebbe avere un telefono in una cantina? E perché questo telefono dovrebbe suonare alle dieci di sera, visto che in 'sto paese alle sei di sera tutti hanno smesso di lavorare? Humm… il mistero si fa fitto e laS non me la conta giusta…

 

(se ripassate domani corredo il post di immagini esplicative… ma ripassate solo se non avete problemi di cuore,eh…)

DIARI
13 novembre 2007
Il muro bianco. Suibhne scopre l'ennesimo mistero e sfugge alla polizia (forse)

Qualche tempo fa se n'è andata anche la tipa con ilmaglioncino verde, che deve essere bilingue perché parla francese troppo bene,e sono rimasto completamente solo nell'edificio del RoSe. Completamente solovuol dire che davvero, hanno chiuso e mi hanno lasciato qui dentro. Certo, hole chiavi e posso entrare e uscire quando voglio e certo, sono qui mica perscherzare visto che mi sono seduto su 'sta sedia col sedile a strisce alleundici e mi sono alzato solo per mangiare un panino gommoso con la mortadellain saldo da Migros e con delle sottilete che mi son portato dall'Italia.L'ultima frase serve perché mi compatiate. Ah, ora che ci penso ho fatto ancheuna pausa caffè, ma lasciamo stare. In realtà sono stato poco preciso, perchéio non ho le chiavi dell'edificio ma quello della biblioteca e basta. Voi losapete che però io sono investigatore più che filologo e cosa ho fatto nonappena mi sono trovato da solo? Ho iniziato a esplorare gli anfratti piùreconditi e ho scoperto cose interessanti. Intanto non mi ero mai accorto chesopra la parete grande, al piano di sopra, fosse appeso un enorme aratro. Ora,io sono industriale e urbano, a differenza della Svizzera, e non sono sicurosia un aratro. Potrebbe essere un vomere, se solo sapessi cos'è. Vabbé, è questocoso qui

 

Cosa ci faccia in una biblioteca di Romanistica proprio nonne ho idea. Così come non so perché, in un angolo nascosto dove non si siedemai nessuno ci sia questo cubo di kleenex con quel gattino là

 

Ho scoperto anche un'altra cosa, appoggiarsi al muro dicemento bianco bianco (god bless cemento) è sconsigliabile. Io l'ho fatto perperlustrare e ho le mani completamente bianche bianche. A ben pensarci, però,la cosa è sospetta. Chi è che dipinge di bianco una sola parete interna di unabiblioteca di Romanistica? Ora, non vorrei sembrarvi sempre in cerca dimisteri, ma secondo me è un assassino che ha nascosto il cadavere dentro ilmuro, come in Edgard Allan Poe e in Sicilia. La cosa mi stava insospettendoquando sento una porta che si apre un cliclac su per le scale e mi dico"Che palle, di nuovo a rompere…". Illuso.

Spunta un signore con il baschetto blu da poliziotto,vestito da poliziotto, con un manganello da poliziotto e che parla inschwizzero. Mi viene innanzitutto un infarto, poi penso "Ecco, ho scopertotroppe cose e ora l'UBS, Credit Suisse e il governo federale mi voglionomorto", quindi divento rosso e faccio attenzione per capire cosa vuole'sto tipo. Lui sorride, ma io non mi fido. "Buonasera" mi dice, ed iorispondo gentilmente ostentando disinteresse, sorridendo e scrivendo alcomputer. "Lei lavora qui?" Oggesù, penso. "Sono un dottorandostraniero, sto qui qualche mese…" Non sembra convinto e dice quello chetutti i poliziotti dicono, solo che lui fa l'ironico: "Ha un documento damostrarmi?". In un secondo penso Oh cazzo, ho dimenticato il portafoglio,ora mi arresta e mi sbatte in una cella di sicurezza nel Canton Soletta! Poi midico, ma no, il portafoglio ce l'ho e soprattutto le prigioni sono cantonali,mi metterebbero in prigione a Zurigo. "Vuole un documento o le basta latessera studentesca?" "Va bene anche quella" e sorride, ma ionon mi fido. Gli do lo Studentenausweis e mi chiede se ho una chiave per uscire"Natürlich" gli dico e automaticamente mi mordo la lingua e temo diessere stato un po' spaccone. Lui prende la mia tessera e me la agita sotto ilnaso: "Voglio un documento valido!" Puzza di fumo e io sgrano gliocchi, prendo la carta d'identità e gli dico "Perché, non è valido?"e lui "No, vede? E' valido fino al 28.02.06!" Io guardo e capisco chetutti i poliziotti sono almeno un po' tonti: "Ma no, guardi c'è scritto2008, non 2006… non vede poi che c'è 07 in fondo a destra, che vuol dire cheche è di quest'anno". Lui fa "Hummm" e poi "Ok" ma conle sopracciglia aggrottate come un idiota. Apre un suo quadernino e scrive ilmio nome, storpiandolo come farebbe Emilio Fede. "Le auguro una buonaserata" mi dice. Io, ormai, mi sento spavaldo e gli dico"Altrettanto" e mi rimetto a sedere.

Solo in questo istante mi accorgo di aver parlato in tedesco con unoschwizzero. Sono molto fiero di me, soprattutto del fatto che non è arrivatomentre facevo le fotografie all'aratro. O al vomere. O a quello che volete voi.Ad ogni modo sono sicuro che ci siano delle telecamere nascoste, hanno vistoche ho scoperto che là sotto c'è sepolto qualcuno e hanno provato aincastrarmi. Forse questo è venuto solo per mettermi addosso una microspia e daora ogni mia mossa sarà controllata! Oddio, guardate la mia cuffia!



Vi giuroche prima non era così…

Hummm...

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DIARI
21 agosto 2007
La casa nasconde. Un nuovo giallo ai confini della realtà

Io so che voi siete contenti quando la mia vita si tinge digiallo, per davvero o per finta, ma a me la cosa inquieta, soprattutto quandoil giallo in realtà è virato in bianco luminoso alla Twilight Zone. Vengo subito al punto: dalla mia camera scompaiono oggetti. Evaporano, si dileguano, sublimano! Tra l’altro non sono mai oggetti neutri, non perdo mai, che ne so, una bottiglietta di plastica con quel goccino d’acqua in fondo che mi fa rimandare giorno dopo giorno l’ora di buttarla. Non perdo neppure le sorprese dell’uovo di Pasqua o i CD che non ascolto più. Questa volta è scomparso, mi tremano le gambe al pensiero, il cavo USB che connette l’iPod al computer.

Ricostruiamo gli spostamenti dell’oggetto: da aprile a fine luglio X è stato a Parigi, poi ha preso un treno ed è tornato a Genova. La cosa è confermata da un episodio per ora tenuto nascosto: durante il viaggio in cuccetta il sottoscritto (uomo comune, vittima e investigatore in questa vicenda, proprio come in un film di Hitchcock) voleva ascoltarsi le decine di ore di podcast che aveva scaricato ma – mirabile sorpresa – l’iPod si era impallato, obbligandomi a passare una notte ascoltando i respiri pesanti dei compagni di scompartimento e – quel che è peggio – i rutti dei giapponesi delle cuccette in basso. Arrivato a Genova, dopo che la batteria si era esaurita, ho verificato che collegandolo al computer l’iPod funzionava e ho potuto utilizzarlo tutte le volte che portavo a spasso il cane. Da quel giorno, 30 luglio, X non si è spostato dalla mia stanza, è sempre stato sulla scrivania, tra la massa di altre cose. Ieri, quando serviva, non l’ho trovato. Mia madre è stata interrogata, ha detto di aver visto X recentemente ma di non ricordare con precisione dove, dichiarando genericamente “Sarà in quell’ammasso di roba che c’è sulla tua scrivania”. Le indagini sono partite da lì, la scrivania è stata riordinata – per quanto possibile – e si è verificato che X non è là. Così come non è sul tavolo del computer, né dietro il tavolo del computer, né sotto il tavolo del computer. Ho iniziato, allora, a perlustrare zone che neppure sapevo esistessero, ad entrare nei miei luoghi oscuri: sotto la scrivania, dietro il divano letto, dietro le librerie. Tra Raymond Chandler ed Ellroy ho frugato, mi sono schiacciato al suolo, ho infilato scope dove forse non erano mai state e ho trovato questo:

Due paia di calzini, uno nero di lana uno blu di cotone
La prima pagina delle fotocopie di un articolo di Guida
Un pacchetto di fazzoletti di carta Coop
Un segnalibro di Gibert Jaune che non so quando ho preso, ma immagino nel 2001 a Parigi
Un burrocacao al mango (al mango!?), con la custodia gialla spaccata
Un ventaglio del Partito Socialista Giapponese (di cui vi parlai qui)
La custodia di un cd
Una cartellina trasparente
Un libro della Camera di Commercio su non capisco bene cosa, con le pagine incollate e croccanti
Due volumi allegati all’Unità dal titolo Documenti del congresso straordinario del PCI, anch’essi con le pagine ondulate e alluvionate
Un libello dal titolo Idee e proposte del novo corso del PCI
Roma In Tasca 1962, con le cartine di tutta Roma. Dell’epoca, perché ora, come ricordano Nanni Moretti e Remotti, Roma è un’altra
La guida di Budapest allegata al Corriere chissà quando
La piantina del parco naturale dell’Arcipelago Toscano, allegata ad Airone chissà quando
Un frammento del Muro di Berlino, vero frammento perché staccato nel gennaio 2003 con le mie manine
Una pietra lavica rubata sull’Etna
Una pagnotta secca, che ricorda che fino a qualche giorno fa la mia casa era infestata da ben due cani, che conferma quanto fossero stronzi e che prova che – in effetti – aveva ragione Manzoni e che fra Cristoforo poteva davvero portarsi mezza pagnotta nella bisaccia per anni senza che questa ammuffisse perché il pane dimenticato diventa mummia, non marcio.

Nessuna traccia di X. Le indagini continuano, in attesa dei rilievi della scientifica, ma l’impressione è che si tratti di un furto soprannaturale. Forse c’entra con la testa misteriosa che c’era a Parigi, forse il cavo dell’iPod è stato sostituito da un agente segreto nemico, da un detective privato nemico o da Satana in persona con una copia ricetrasmittente e forse ieri notte, mentre dormivo, l’agente segreto nemico, il detectiveprivato nemico o Satana in persona sono venuti a ritirarlo. Forse stanotte ho dormito male perché in realtà sono stato narcotizzato.

Stasera torchio mia mamma, alla ricerca di un movente.

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DIARI
28 giugno 2007
Oscure presenze. Ricominciano le indagini.

Fate così: protendete un poco le labbra e pronunciate uò uò uò. Non con tono partenopeo, piuttosto con un filo di stupore nella voce. Ecco, sono giorni che a tratti, durante la giornata, nel mio studio del 3ème sento un ripetuto " - pausa - - pausa - ". In un primo tempo mi sono detto: toh, qualcuno che fa le flessioni. Poi, malizioso, ho immaginato che qualcuno stesse sollazzando i lombi. Però no, non è possibile. E' troppo costante, uguale a se stesso, monocorde per essere il risultato di uno sforzo o di una scopata. Neppure un funzionario di un partito che ha un albero nel simbolo e che sta per sciogliersi in un contenitore di cui non si è ancora capito niente dando il colpo di grazia alla sinistra italiana scoperebbe in modo così monocorde. Tranne qualcuno, forse, ma non siamo qui per parlare di questo.
Ho pensato potesse essere un colombo parigino, grosso e grasso, di quelli che si appollaiano, in effetti, nell'angusta corte su cui si affaccia la finestra del bagno. Ma no, è un suono troppo umano. Ripetuto per decine di minuti, in momenti diversi della giornata, qualcuno o qualcosa stilla una sequenza di  - pausa - - pausa - . Stavo per decidere di fregarmene quando un pensiero mi ha bloccato. Vi ricordate Seven? vi ricordate la fine che fa il drogato accidioso? legato a un letto, immobilizzato per un anno, completamente deforme e pressoché mummificato ma ancora vivo. Cazzo, mi sono detto, che verso farà uno legato a un letto, immobilizzato per un anno, completamente deforme e pressoché mummificato ma ancora vivo? Secondo me fa  - pausa - - pausa - , più o meno. Ora, non prendetemi per un fissato con le trame gialle ma sono convinto che nel mio palazzo qualcuno tenga sgregato un drogato accidioso.

Per ora ho solo due prove, il  - pausa - - pausa - e, la cosa fa ancora più paura, un sorprendente ritrovamento... Io abito al 5 piano e ultimo piano. Arrivati al 4 la scala si biforca e da una parte si arriva nel mio studio e dall'altra nello studio di qualcuno di sconosciuto, mai visto ma un paio di volte udito (una domenica c'era addirittura una voce di bambino... come in Profondo rosso, ora che ci penso!). Bene, se invece di salire da me - cosa che vi consiglio - salite verso Lo Sconosciuto - e dio solo sa quanto non sia consigliabile - avrete una singolare sorpresa. La scala, infatti, non si interrompe all'altezza dell'appartamento ma prosegue, anche se il passaggio è ostacolato dalla rete di un letto. Se foste un deficiente che fa tanto il figo perché ha un blog, fa il filologo romanzo e vive a Parigi, certamente non vi curereste dell'avvertimento e non solo salireste verso Lo Sconosciuto, ma vorreste anche superare la rete. Ecco, se foste davvero così deficienti da farlo sapete cosa trovereste?

La scala finisce nel muro e, appena girato l'angolo, trovereste questo

se7en

Se fosse un film, adesso il protagonista continuerebbe le sue indagini in solitaria, scoprirebbe che il vicino di casa è in realtà un crudele serial killer e alla fine, con qualche ferita sulla fronte e in canottiera, si asciugherebbe la fronte dicendo qualche frase ironica. Se fosse la realtà, invece, e voi foste quel deficiente che fa tanto il figo perché ha un blog, fa il filologo romanzo e vive a Parigi beh, allora direste "Ommerda!" scappereste, vi inciampereste nella rete del letto e correreste in equilibrio precario fino in strada, fareste quello che dovete fare durante la giornata, tornereste a casa e, solo allora, scriverste un post ironico. Ripromettendovi di continuare le indagini quanto prima, però.


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11 aprile 2007
Oscure presenze. ROSA GARDA

Qualcuno di voi lo sa, qualche tempo fa è mi crollato il soffitto in casa. In realtà, come mi fanno notare tutti, non è propriamente crollato il soffitto ma piuttosto in ex-camera di mia sorella è caduto l'intonaco e si sono sfondate quelle che ho scoperto chiamarsi pignatte. Ad ogni modo, polvere e mattoni ovunque, nessun morto, nessun contuso (anche perché il crollo è stato limitato) ma muratori per casa a sistemare il sistemabile e a risaldare le pignatte in tutte le stanze.
Questi eventi portano conseguenze contraddittorie, ad esempio ora la casa è piena di polvere e puzza di vernice, però finalmente stiamo levando la tappezzeria orribile e azzurrina (très anni 70) che resisteva in camera dei miei. Ecco, proprio di questo vi devo parlare perché sono appena andati via i muratori e sono rimasto solo in casa. Entro di soppiatto in camera dei miei totalmente sgombra e con un'eco fantastica per cantare le mie canzoni preferite, come fossi sotto la doccia, in attesa del pranzo. Odore di vernice e di polvere, giornali per terra, attrezzi da muratore e secchi di vernice, niente più tappezzeria e muri grezzi e bianchi.
Bianchi?
No, non sono bianchi. Su una parete, quella dove era appoggiata la testiera del letto, è riaffiorata una scritta, sepolta da quarant'anni di tappezzerie:

ROSA
GARDA


Rosa Garda? Inquietante. Ho provato a leggerlo al contrario, come se fossi un bambino con la luccicanza in un albergo in cima a un monte, ma non ne capisco il senso. Ho anche provato a ripeterla allo specchio agitando il ditino ma niente. Attualmente, però, sono piuttosto preoccupato. E se la casa fosse stata costruita su un cimitero indiano? e se mio padre tra poco impazzisce? perché quel muratore degli anni Sessanta ha scritto ROSA GARDA sulle pareti di quella che sarebbe diventata casa mia?
Guardo meglio e compare un'altra parola poco oltre, scritta in rosso e in corsivo.

R - lacuna - TTO

Rotto? Ratto? Retto? Ritto? Rutto? cazzo, non poteva nascondersi lettera più importante per capire il significato. Ora io sento che in quella vocale nascosta è il senso di tutta l'esistenza e soprattutto la spiegazione del mistero. Avete idea di come si fa a fare affiorare una lettera svanita sotto anni di asfittica carta da parati?




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21 marzo 2007
Gli sviluppi del giallo e lo scioglimento della polizia

Ricorderete l’inquietante giallo che ha colpito il nostro dipartimento qualche giorno fa. Ebbene, ci sono sviluppi. Qualche giorno prima del misfatto, ho aperto un armadio ad ante scorrevoli che di solito sta chiuso, con lo scopo di nascondere una scatola di biscotti che non volevo finisse in mano di italianisti porcini. Là dentro abbiamo notato alcune cose interessanti: il dipartimento negli anni Cinquanta era abbonato a Speculum, esistono alcuni numeri di Romanica Gandensia e di Filologia Moderna e – soprattutto – c’è una borsa verde. L’abbiamo aperta, per sincerarsi che non fosse una bomba e non certo per curiosità, e abbiamo verificato che conteneva quello che si poteva ipotizzare: un computer Vaio piuttosto nuovo. Abbiamo cercato di scoprire di chi fosse ma non siamo riusciti a venirne a capo: Panzone usa ancora il walkman, quindi è improbabile non so che abbia ma addirittura che sappia usare un computer, Stronzetto è un po’ troppo sveglio, nel suo torpore mentale, di noi filologi non era… Niente, nessuna notizia. Ieri l’abbiamo chiesto anche agli italianisti e nessuno ne sapeva niente. Mistero. Fino ad oggi, quando ci siamo accorti che la borsa verde non c’era più. Un altro furto? Non si sa, magari il legittimo proprietario dopo mesi se l’è venuto a riprendere. Eppure…

Ad ogni modo, la polizia ha dato il suo parere sul furto di pochi giorni fa: "Sono stati i marocchini. Oppure quei comunisti dell'auletta autogestita dell'università". Che bello notare che le forze dell’ordine hanno in mano la situazione!


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14 marzo 2007
Il giallo del Dipartimento, ovvero Suibhne detective

Signore, signori, la ormai lunga epopea di liberazione dagli italianisti si è tinta, oggi, di un inquietante color giallo. La vicenda è intricata seguite quindi con particolare attenzione il dipanarsi della vicenda. I link non sono affatto casuali.


A mezzogiorno e mezzo il Dipartimento è sempre lo stesso: alle due scrivanie i due italianisti, forti del loro foglietto dattiloscritto, Stronzetto e Panzone, al tavolo ovale noi tre filologi romanzi, Suibhne, la Dfr e Simone, all’altra scrivania l’unica che ha diritto di stare dove sta, una rossa Assegnista filologoromanza con solide pubblicazioni. Libera e sgombra la scrivania di un losco figuro, miracolato anni fa da un concorso truccato, che l’ha reso ricercatore ma non l’ha mai portato ad occupare fisicamente una scrivania, accontentandosi di improvvide comparsate e di ritirare il lauto stipendio. Entro l’una Stronzetto&Panzone se ne vanno da soli, salutando frettolosamente, e noi aspettiamo che siano scomparsi per andarcene a mangiare, così che pensino “Però, quanto lavorano ‘sti filologiromanzi!”. L’Assegnista non mangia, presidia il fortino e la nostra roba fino al nostro ritorno, che si situa di solito tra le due e mezza e le tre. Tenete ben presenti gli orari, ci verranno utili più tardi.


Oggi scendiamo a pranzo all’una meno un quarto, mangiamo una fetta di torta di carciofi nel giardino del Palazzo Reale, poi caffè e olandesina e alle quattordici e trenta ci dirigiamo verso il dipartimento. Io devo passare prima alla Posta mentre gli altri si avviano verso il dipartimento. Alle tre meno cinque entro anche io in Dipartimento è apprendo la notizia: non si trova il computer di Simone, che era stato lasciato sul tavolo ovale. Il mio primo pensiero è “L’avrà preso qualcuno per metterlo al riparo da ladri e simili” ma rapidamente scopriamo che, come sempre, confido troppo nella buona fede degli sconosciuti. Capiamo rapidamente che il computer è stato rubato, anche se il ladro non ha preso né i cavi e la custodia né una borsa con tanto di cellulare e portafoglio. L’Assegnista si è assentata per trentacinque minuti, tra l’una e trenta e le due e cinque, assieme a Luca, un laureando che è dottorando in filologia romanza honoris causa, causa che significa età e frequentazione del dipartimento. È evidente che il furto è avvenuto in quel lasso di tempo. Eppure…


Eppure no, c’è qualcosa che non quadra e a noi è subito chiaro. La Biblioteca è chiusa, a quell’ora, e per raggiungere la sala dei dottorandi, nel sottotetto, non si può che passare per una scala ignota ai più, che fiancheggia la stanza della Cinguettante segretaria amministrativa (quella dei cartelli escludenti) e quella dell’ex Direttore del Dipartimento, il mandante degli italianisti. Rischioso, per rubare soltanto un computer e lasciare stare borse e cellulari. Ma non è l’unica stranezza: a pochi metri dal luogo del delitto, sopra gli scatoloni ripieni di riviste del dipartimento, notiamo un mazzo di chiavi. Sono due gruppi identici di tre chiavi a cui è attaccato un anello con un’etichetta:


BAGNI VERDI AMEZZ.


Bagni verdi? E dove sarebbero ‘sti bagni verdi? E dove sarebbe l’ammezzato, tra l’altro… Ci è subito evidente che la scomparsa e l’apparizione sono strettamente collegate: il ladro è entrato, ha preso il computer ma purtroppo gli sono cadute le chiavi che potrebbero incastrarlo. Ma di chi possono essere e che porte possono aprire? Analizzo la targhetta, noto che manca una M e quasi all’unissono esclamiamo “Il propietario è gallo-italico! Scempia la geminata e non fa il raddoppiamento fonosintattico!”. Ecco, questa frase è l’unico contributo che la filologia romanza può dare alla scoperta del colpevole, quindi siete pregati di tenerla in giusto conto. Certo, il fatto che il furto si svolga a Genova rendeva piuttosto probabile che l’autore fosse linguisticamente situato al di sopra della La Spezia – Rimini, ma non divaghiamo.

Io e Simone, che reagisce al furto con un aplomb francamente invidiabile, ci incarichiamo delle indagini, convinti che scoprire il padrone delle chiavi sia scoprire l’assassino, scusate il ladro. Il portinaio non ne sa nulla, ha appena iniziato il suo turno ma dice che le chiavi non sono di quelle in dotazione a lui, chiede conferma a un’altra portinaia, che esclude categoricamente che ci siano ammezzati nel palazzo e che il mazzo appartenga a qualcuno della loro ditta. Perché i servizi di portineria, come è evidente, sono appaltati.
Andiamo dalla segretaria amministrativa del dipartimento di Archeologia, che sta al primo piano del palazzo. Lei sta chiacchierando con la bibliotecaria di Medievistica, la quale pare francamente entusiasta all’idea di scoprire l'autore del misfatto, ma entrambe escludono che le chiavi siano di qualcuno del loro dipartimento. Ma ad un tratto, dopo un attimo di silenzio, la Segretaria sgrana gli occhi: “Mi ricordo che quando ci siamo trasferiti qui mi avevano fatto vedere dei bagni… avevano il marmo verde solo che… non li ha mai usati nessuno, credo siano chiusi… anzi no, sono aperti non hanno chiave… quando è venuta mia mamma glieli ho anche fatti vedere…”.

La seguiamo per i meandri delle scale di questo palazzo, patrimonio dell’umanità ma per nulla pratico, tra spazi angusti, lampadine bruciate e angoli dimenticati. Valichiamo una catenella e un segnale di divieto di transito apriamo una porta che ha un che di inquietante e dietro, oltre un’altra piccola rampa di scale, ci saluta uno specchio e delle lastre di pesante marmo verde.


Scopriamo che esiste un ammezzato, tra il piano di Archeologia e il piano di Filologia Romanza, e qui stanno due bagni verdi, che a memoria d’uomo nessuno ha mai usato. Nei water c’è poca acqua, il portasapone è pieno, c’è anche una doccia ma l’aria è spessa e avizzita. Simone prova le chiavi. Una apre un bagno ma l’altra resta misteriosa. Uscendo ci viene uno scrupolo, saliamo una rampa e ci troviamo miracolosamente in un punto nascosto nel nostro dipartimento. Quindi esiste un passaggio diretto tra Filologia Romanza e Archeologia, attraverso due bagni verdi che paiono usciti da Twin Peaks. Però nessuno riesce a rispondere alla domanda più importante: chi ha le chiavi di quei bagni? Andiamo in presidenza dove una corpulenta segretaria si appassiona al giallo e ci riporta dalla segretaria amministrativa di prima. Tirano fuori le piantine del palazzo per scoprire che i due bagni in questione sono sotto il controllo della presidenza, anche se nessuno giura di averli mai usati né di avere mai avuto le chiavi che li aprivano. In effetti passare dalla presidenza a quei bagni è tutto fuorché economico, troppe scale e troppo ripide per le culonissime impiegate. “Ricordo che li abbiamo fatti pulire un’unica volta in tre anni, dice la donna della presidenza, perché salivano dei cattivi odori… forse la Nicoletta ne sa qualcosa…” e convoca immantinente la donna delle pulizie. La Nicoletta è una signora anziana, rubizza, con la classica faccia da chi preferisce non essere vista, non essere considerata, fare il proprio lavoro e poi sparire. “Hai mai visto queste chiavi, Nicoletta?” dice la segretaria “Mai viste, di sicuro non son mie…” dice la Nicoletta prima ancora di averle viste. Humm pensiamo io e Simone. “Non metto mai il targhettino attaccato alle chiavi, ho paura di perderle… metti che le perdo per la strada, se uno le trova restano un mazzo di chiavi, ma se scrivo cosa aprono… poi succede qualcosa e danno la colpa a me!” Sembrano tutti convinti “e poi noi non abbiamo l’ordine di andare lì, né abbiamo le chiavi. Le prendiamo di volta in volta dalla segreteria”. Saliamo sconsolati in Dipartimento.


Ricostruiamo l’accaduto: 12:45 Andiamo a pranzo e il computer viene lasciato sul tavolo ovale, 13:30 – 14:05 l’Assegnista va a prendere un caffè con Luca e nel frattempo
1) entra qualcuno che prende il computer, poi entra qualcuno che fa cadere le chiavi. Però due persone che entrano in circostanze tanto strane in uno stesso posto? humm... non ci convince, antieconomico e Occam si strangolerebbe, come dice Dfr...

oppure

2) un Ladro aspetta che entrambi scendano le scale, sale per la scala unica che porta nella stanza, prende il computer (ma nient’altro) e scappa, facendo cadere le chiavi. Ma di chi cazzo possono essere le chiavi di un bagno che non ha bisogno di chiavi per essere aperto, che nessuno usa e che è situato in un posto tanto isolato quanto utile per passare tra due dipartimenti senza essere notato?


Se questo fosse un film, uno di quei gialli in cui un ladro sconvolge la placida vita di una comunità, come Caccia al Ladro di Alfred Hitchcock, la colpevole sarebbe Grace Kelly e stasera l’avrei invitata a cena e non starei qui a scrivervi un post. Ma questo non è un film, è la vita vera, e Simone è senza computer e il mistero rimane fitto.


State attenti, lettori, c’è un ladro a piede libero all’Università…


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27 settembre 2005
Olio di cane rosso, longue durée e analisi delle urine. Piccolo giallo alla Agatha Christie

Come ha detto una assegnista di ricerca genovese presentandomi a non so più che filologo romanzo “Questo è suibhnepuntoilcannocchialepuntoit, si occupa di lebbra” (nel senso di tema letterario, e il filologo lo capisce ma per voi è necessaria la glossa). Occupandomi appunto di malattie nel Medioevo, mi sono letto anche un po’ di testi medici e ho scoperto come funzionavano le analisi delle urine. In sostanza il medico prendeva un bicchiere con la pipì del paziente, lo ruotava e diceva “Humm… colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Profumo: delicato ma persistente con sentori di mela o banana matura. Sapore: secco, discretamente morbido, sapido e continuo con fondo amarognolo. Ma sì! Serve olio di cane rosso!” In pratica una degustazione di Glenn Grant.
Ad ogni modo, questo era solo per introdurre il dramma che attanaglia da anni l’ascensore che collega via Berghini con la strada privata in cui vivo. Ogni tanto, una volta ogni dieci giorni circa, qualcuno ci piscia dentro. Di solito il laghetto si trova la mattina, secondo la mia ricostruzione dei fatti il malvivente arriva di notte piuttosto tardi e a metà del tragitto in ascensore non ce la fa più, è colto da un violento impulso svuota la vescica in un angolo. Stronzo. Ora, io credo di sapere chi è il colpevole ma non lo sputtanerò qui. Basti sapere che è abbastanza giovane, abbastanza disoccupato, guida una 127 verdemuffa, ha una madre cicciona e una notte è stato avvistato da mia madre, affacciata alla finestra in pena per la figlia che non era ancora arrivata, mentre pisciava sul cerchione della mia macchina. Stronzo. In più aggiungo che una volta l’ho sentito mentre diceva alla nipote “Devo fare una pisciata!” e aggiungo anche che è molto brutto e una volta mi ha guardato con indulgenza perché gli avevo detto che ero iscritto all’Università “Un mio amico ha fatto le medie e lavora lo stesso”. L’ultima affermazione, ne converrete, l’ha smascherato.


Ad ogni modo, stasera il malvivente ha colpito ancora: arrivato alle sei assieme a una signora francese che sta nel palazzo vicino al mio e una signora vecchia ma gentile che sta nell’altro palazzo ho notato una chiazza per terra, maleodorante come neanche il mercato del pesce.


È a questo punto che la vecchina mi dimostra il significato di longue durée e fa l’analisi delle urine: “Uh, che schifo! Beh di sicuro non può essere di cane, è un odore da cristiani… hummm, ha cambiato angolo, di solito la fa di là… no, non può essere un bambino una madre non lo permetterebbe mai, non credo… [inala con forza] no, non è di vecchio! Deve essere un giovane... e io so anche chi è!”.


Ora, io non so che odore abbia l’urina di vecchio, ma so che ‘sta vecchia è meglio di miss Marple!

Per Vissani, ecco la ricetta dell’olio di cane rosso: “Abbiate un cane rosso di pelo, che non sia vecchio, e fatelo star tre giorni senza mangiare. Dapoi con una corda al collo strangolatelo e così morto lasciatelo un quarto d’ora. E tra tanto abbiate al fuoco una caldaia che bolla e mettetevi dentro detto cane o intero o fatto in pezzi, che non importa pur che vi sia tutto coi peli ed ogni sua cosa. E così fatelo bollir tanto che sia tutto molto ben disfatto, tenendo la caldaia coperta, ed intanto abbiate fina a ottanta o centro scorpioni e metteteli in un bacile di rame o d’ottone sopra il fuoco a scottarsi che così si arrabbiano fieramente, ed allora metteteli nella detta caldaia con l’olio e col cane e mettetevi ancora una buona scodella di lombrici o vermi rossi di terra ben lavati ed aggiungetevi un gran manipolo di pugno di erba ipericon” [La prima parte de’ secreti del Reverendo Donno Alessio Piemontese, Pesaro, Bartolomeo Cesano 1559]




permalink | inviato da il 27/9/2005 alle 21:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
7 agosto 2004
Boom! Sbang! Brrom! Bat-Suibhne contro la Motorizzazione

Siete mai stati alla motorizzazione? Io obiettivamente non ho mai capito bene perché esistesse e soprattutto cosa ci si andasse a fare. Fino a quando ho scoperto che per prendere a nolo un’auto negli States serve una patente internazionale o come dicono i nazi-motorizzatori un Permesso Internazionale di Guida. Per ottenerla, miei cari, bisogna pagare un conto corrente da 11 € e uno da 5,16 € e aggiungere una marca da bollo da 11 €. Sapete che le marche da bollo da 10,33 € sono diventate marche da bollo da 11 €? E sapete che non esistono le marche da 11 € quindi si è costretti a comprare una da 10,33 e una da 1,29, spendendo 62 centesimi in più? Sembrano cazzate, ma ci potevo comprare un pezzo di focaccia! Vabbè, non è questa la cosa interessante.

Dicevo, ho scoperto cosa si fa alla motorizzazione. Una valanga di pre-adolescenti, adolescenti e post-adolescenti chiedeva il foglio rosa. Si riconoscevano dai pantaloni a vita molto più bassa del prevedibile e in taluni casi molto più bassa dell’auspicabile, in altri pochi e lodevoli casi, stava proprio al punto giusto per mostrare quello che andava mostrato. Ad esempio una specie di perizoma rosso. Ottimo perizoma rosso, senza pizzi che fanno tanto Nonna Papera. Lo dico per le mie adoranti lettrici, con i pizzi non mi piacete. La meravigliosa perizomata era accompagnata da una mamma fastidiosissima e ossigenata che, con voce rottelmeyer, la mandava dal tabaccaio a comprare marche da bollo e alla posta a fare versamenti, strillando “la prossima volta studi di più!” e aggiungendo, per la gioia dei curiosi, “Sapete, finchè non passa l’esame devo continuare a pagare fogli rosa. Anche se mia figlia ha già fatto un incidente contro un camion”. Secondo me era un tentativo di suicidio causato dall’esistenza di una madre tale.

Oltre che per i fogli rosa, si va alla motorizzazione anche perché sono finiti i punti-patente. Il figlio della cicciotta dietro di me, ad esempio, aveva raddoppiato i limiti di velocità consentiti in sopraelevata e in più era senza cintura. Miracolosamente i punti della sua patente erano diventati Z E R O e il poveraccio si ritrovava appiedato. La madre, al telefono con un tale Michele che per me era un amante, biasimava di molto le forze dell’ordine per la crudeltà perpetrata nei confronti del figlio. Il motorizzatore le aveva dato un modulo per il rinnovo della patente, ma lei giustamente osservava che non è rinnovo, perché la patente era stata ritirata. Un attimo di silenzio, il dipendente abbassa gli angoli della bocca e dice “Beh, lei compili il modulo come se la dovesse rinnovare, poi vediamo”. Non ho parole. Una specie di “Facciamo che io sono un mago caldeo e tu la principessa di Betania”


Ad ogni modo finalmente dopo aver reperito l’ultima marca da 1 maledetto euro e 29 bastardissimi centesimi ho consegnato tutti i documenti al competente dipendente di cui sopra. Il tipo alza lo sguardo: “Ci vediamo la settimana prossima”. Come la settimana prossima?! Io PARTO la settimana prossima! L’uomo giura che mercoledì avrò la mia patente.


Riuscirà il nostro eroe a sconfiggere il malvagio motorizzatore? Otterrà il permesso internazionale di guida prima della partenza? Vincerà le inefficienze della Pubblica Amministrazione, che ci mette una settimana per copiare una patente in inglese? E che ne sarà del mirabolante tesoro nascosto all’ultimo piano del grattacielo in cui c’è l’ufficio provinciale della motorizzazione civile (questa è una concessione allo spettacolo)?


Lo saprete prossimamente, seguendo le fantastiche avventure di


Bat-Suibhne contro Motorizzator e la Pubblica Amministrazione







to be continued...




25 maggio 2004
Quella notte gli angeli pisciavano troppo, sulla città degli angeli

N.B. Poiché sono stato pesantemente redarguito perché "da una cazzata [fai] su una storia che non finisce più" e "d’altra parte dal dottore ci vanno tutti" e il tono è un po’ troppo esagerato, ho deciso di accontentare chi mi criticò e di scacciare ogni tono epico. Vado a incominciare…



Erano le due e trentacinque quando sentii che il telefono mi scampanellava in testa. Cazzo, detesto svegliarmi d’improvviso, il sole mi ferisce gli occhi se li apro di colpo. Mi alzai bestemmiando, feci cadere una sedia nel tentativo di cacciare dalla mia stanza quel sole odioso che qui in California riesce a rimbecillire anche gli studenti di Berkley. Non avevo fretta di rispondere, sapevo benissimo chi avrei trovato all’altro capo del filo, quindi alzai la cornetta e tossii nelle orecchie del senatore Mc Carthy tutto il muco che ero stato capace di produrre. – Certo, senatore. Le farò sapere domani. Senta, sa benissimo qual è il mio metodo, se non le piace può pure cercarsi un altro aiutante, con la cifra a quattro zeri che paga non dovrebbe essere un problema. E non si preoccupi per me, ho un sacco di lavoro arretrato di cui non vedo l’ora di occuparmi – guardai il piano della scrivania, ricoperto di polvere e mentalmente cercai di ricordarmi quanto tempo era passato dall’ultimo stipendio superiore a 50 dollari a settimana. Otto mesi, mi parve. – Quand’è così la smetta e mi chiami domani. Non così presto, però, a quest’ora lavoro. – Mi buttai sulla branda, presi dal comodino la fiaschetta di metallo, ingoiai una lunga sorsata di rabarbaro e mi addormentai di nuovo.


Da qualche mese ero infiltrato in un gruppo di persone che al senatore non piacevano affatto. Fino ad allora avevano goduto di una protezione molto in alto, ma stavano per commettere un errore che li avrebbe strappati alle loro feste di alcool e morfina per cacciarli nelle galere della città, braccio della morte forse, come Ethel e Julius Rosenberg. Quella sera, diceva il senatore, dovevano incontrarsi con una celebre banda di ladri comunisti assieme ai quali avevano in progetto qualcosa di molto, molto grosso. Il mio compito ovviamente era di impedire che si mettessero insieme. Per il bene dell’America e del mondo libero, ovviamente. Tutti questi "ovviamente" e i bla e bla da America The Beautiful sono del senatore. Niente di politico, per quanto mi riguarda. Se il KGB avesse offerto di più che le due casse di vodka, tutto sarebbe stato diverso e magari il mio compito, quella sera, sarebbe stato soltanto di… ma lasciamo perdere.


Della banda facevano parte Salomé, una ex attrice che da una ventina di anni, da quando Al Jolson si era dipinto la faccia e aveva cominciato a cantare da tutti gli schermi del paese, non aveva più ottenuto una scrittura. Si dice che Vidor la volesse al posto della Hayworth per il ruolo di Gilda, ma che Salomé si sia presentata al provino ubriaca fradicia. Beh, almeno più ubriaca della Hayworth. Da allora non si era più ripresa, e adesso viveva in una casa cenciosa con una chicana arrivata dopo la guerra da Tijuana, con la quale aveva messo su un certo tipo di commercio, se capite quello che intendo. La sua ultima fiamma era un giovanotto di Des Moines, Simon, che era stato attirato a Los Angeles dalla speranza di fare l’attore. Ma alla Unity Fair dove cercava di arrotondare lo stipendio da comparsa cuocendo pizze, aveva incontrato quella donna. Sapete come sono quelle femmine, nel giro di una settimana erano più inseparabili di Abbott e Costello. Lo disilluse subito, "Siamo in troppi ad avere gli stessi sogni, in questa città" e ora lui faceva l’antennista. Credo che spesso si chiedesse se non sarebbe forse stato meglio restare nell’Iowa a coltivare granturco con suo nonno.


Poi c’era Il Santo, chiamato così perché da bambino aveva cercato di stuprare la madre superiora dell’asilo. Da allora viveva randagio per lo Stato, quando gli andava bene tirava su due bigliettoni cantando canzoni catarrose da Nick’s, ma di solito viveva con il contrabbando di indivie e cavolini dal Belgio. Da giovane, dopo il tentativo di stupro e prima dello stupro riuscito, era stato una speranza della pallacanestro. Delusa.


Jena si era trasferito da poco da Savannah, Georgia, era il più giovane di tutti ma di gran lunga il più pericoloso. Era lui l’ideologo del gruppo, nella sua ipertricotica testa aveva escogitato un piano perfetto per saldare la piccola criminalità della città con la prospettiva rivoluzionaria dei Reds. Era lui che il senatore temeva più di tutti. Avevo il compito di impedirgli di agire in ogni modo, e state certi che non mi sarei fatto nessuno scrupolo a farlo. Anche perché, sebbene fosse così giovane, era una mia vecchia conoscenza, di quando ero ancora nella polizia di Atlanta. Brutta storia davvero, un sequestro terminato in un rogo in cui morirono due uomini e trentanove negri e che costò il distintivo a me. E anche i miei progetti di trasferirmi a Orlando con Dolores, una ragazza appena arrivata dal Brasile con un preoccupante quanto irresistibile irsutismo. E anche la mia agognata pensione. E Tremonti non è ancora ministro e soprattutto non qui, nel Golden State. Dannata Jena, lo odiavo più di Donald O’Connor. Io ho sempre odiato Donald O’Connor, da quella volta in cui, ubriaco di whisky e inebriato dall’odore di Desiré (una puttana di Ozona, Texas, celebre in tutta la contea per il suo unico sopracciglio), avevo tentato di parlare con un mulo così come lui faceva con Francis. Tutti i buchetti disposti a U sulla mia faccia sono il ricordo di quella serata. Dannato Donald O’Connor, lo odiavo più di Esther Williams. Io non ho mai saputo nuotare tanto bene, da bambino andavo a fondo. Dannata Esther Williams, quanta acqua clorata ho bevuto per cercare di sorreggere mia cugina Daphne in piscina, che cercava di imitarti in Bellezze al bagno.


E poi c’era Julia, cresciuta nelle strade meno raccomandabili della città, che a sei anni aveva conficcato una forchetta negli occhi di una bambina per poi giocare a biglie con i bulbi oculari. Adesso viveva ricattando gli uomini sposati che si portava a letto e vendendo foto scandalose a giornali scandalistici. A volte mi chiedo come facessi a non vomitare, in mezzo a quei bastardi.


Alle sette mi svegliai, il sole era ancora alto sebbene delle nubi nere avessero iniziato a oscurarlo. In un attimo rammentai il mio odio per quella città, Esther Williams, Donald O’Connor e la Jena. Già, la Jena. In un’ora dovevo trovarmi in casa di Salomé, misi nella tasca destra della mia giacca la fiaschetta di rabarbaro, nella sinistra la pistola che il capo in Georgia si era dimenticato di ritirarmi, e salii sulla mia Buick. Goccioloni di pioggia iniziavano a impastarsi con la polvere sul mio parabrezza.


Parcheggiai vicino alla topaia della spacciatrice, salii e trovai Salomé e Simon che impastavano pizze. Li salutai e mi buttai su una sedia, stappando una bottiglia di birra con i denti di un cane pulcioso (insistente ma silenzioso). Poco dopo arrivarono gli altri. L’atmosfera era tesa, c’era anche il ragazzo della chicana, che parlava una lingua che nessuno di noi comprendeva. Anche lui era nel mondo del cinema, o almeno questo era quello che diceva in giro. Le occhiaie e i suoi discorsi a proposito di doppiatori italiani di cartoni animati mi facevano pensare che fosse più amico della morfina che di De Mille.


Dopo la settantesima pizza tutti eravamo un po’ stanchi, devo dire che l’idea approssimativa delle dosi per pizza di Salomé mi aiutò parecchio. Jena però era ipercinetico – Hey ragazzi, dobbiamo andare a vedere la Banda Bassotti – Li chiamava così, senza il minimo pudore. Tutti sembrarono cedere e immaginai la canna di una pistola che premeva sulla nuca, sentii nelle orecchie la voce del senatore che al telefono aveva esultato in crescendo: "God Bless America. / Land that I love / Stand beside her, and guide her / Thru the night with a light from above. / From the mountains, to the prairies , / To the oceans, white with foam / God bless America / My home sweet home.". Sentii anche le trombe che trombeggiavano nella mia testa e soprattutto mi chiesi "Arrivi a fine mese?". No, non ci sarei arrivato. Avevo ancora da pagare le rate del pelapatate elettrico e della mietitrebbia. Mi decisi a intervenire: - Hey, ragazzi… calmi… stanotte gli angeli pisciano troppo sulla città degli angeli -.


- Sì, in effetti piove – disse Julia. – Già - disse il Santo. - Bah, per me è uguale - disse Salomé. Jena si sentì braccato, lo avvertii nel suo sguardo fiammeggiante. Lessi sulla sua fronte "Forte il pugno che colpirà in ogni paese in ogni città chi cammina sopra i corpi, violenta le culture, cancella i ricordi. Forte il braccio che alzerà la bandiera rossa della libertà". Ma si sentì braccato, come un fottuto indiano in un film di John Wayne, e non disse niente.


Restammo in quella lurida cucina ancora un po’, poi ritornammo tutti a casa.


Salvare la democrazia non fu troppo difficile, quella notte.



P.S. Vedete? Meglio l’epica delle piccole cose, convinta?




permalink | inviato da il 25/5/2004 alle 1:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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