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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
15 giugno 2005
Calcio pavloviano

Io non ho un rapporto molto stretto col calcio. Nel senso che già alle elementari i miei compagni di classe preferivano tenermi in porta, dove si crede che gli inetti al gioco facciano meno danni. Cosa, tra l’altro, tutta da dimostrarsi, ma che consente 1) ai bambini che sanno giocare di mettersi in mostra con prodezze che i bambini in porta guardano con ammirazione e reputano prova manifesta del loro patto col diavolo; 2) ai bambini un po’ meno impediti del bambino in porta di cercare di fare del proprio meglio e cercare di acquistare punti in società; 3) ai bambini impediti come il bambino in porta ma a) possessori del pallone oppure b) tanto disonesti da non ammetterlo, di correre avanti e indietro e trovarsi sempre lontano dall'azione di modo da non dimostrare la propria incapacità e non perderne in popolarità. Aggiungo che della disonestà dei bambini del gruppo 3b) sono testimoni soltanto i bambini in porta, che si annoiano tra i due maglioni buttati per terra a mo’ di palo e possono quindi osservare con rancore tutto quello che avviene in campo. Ad ogni modo, i primi anni tentavo di impegnarmi e di gettarmi sui supertele che si insinuavano praticamente indisturbati nella mia porta. Ricordo, ad esempio, che una volta dopo averne parato uno con tre dita, avevo iniziato a esultare saltellando e strillando : - Ecco la mia famosa parata DELLE TRE DITA! – tra gli applausi dei bambini del gruppo 1) che alla fine non erano poi stronzi. Ora ve lo posso dire, i salti e gli strilli cercavano di camuffare i dolore insopportabile per la pallonata sulle dita, curato da una settimana di solitario lasonil domestico.


Successivamente, durante il mio percorso verso lo snobismo ma ben prima di aver conquistato l’opportuno amore di me, essendomi ormai confessato quanto mi annoiavo a giocare a calcio ma temendo di fare coming out, mi buttavo sempre su ogni pallone ma nella nuova speranza di farmi del male e poter quindi uscire dal campo con il massimo degli onori. Questa fase autolesionistica è durata poco, per culminare nel maturo e definitivo: No guarda, io a giocare a calcio non ci vengo. No, se ci andate di domenica mattina ci vengo ancora meno.


Purtroppo in quarta liceo il polso debole della professoressa di ginnastica tramutò le insopportabili ore di educazione fisica in altrettante partitelle di calcio. Le squadre erano fisse, da una parte i buoni e dall’altra i grammi, nel senso genovese di “di scarse capacità”, entrambe molto orgogliose di loro stesse. Io, miei cari, facevo parte dei buoni e servivo a riequilibrare le squadre e dare una chance anche ai grammi di vincere una partita. Ricordo che una volta ho anche segnato, mi è caduta una palombella sul collo del piede ed è finita nella porta avversaria. O almeno mi pare fosse quella avversaria.


Per quanto concerne il calcio guardato, le cose non vanno molto diversamente ma già mi trovo più a mio agio. Il campionato in sé mi annoia, troppo lungo. Mi piacciono molto invece i Mondiali, gli Europei e le manifestazioni analoghe, anche perché posso fare sfoggio di cultura geopolitica riconoscendo i primi ministri in tribuna. Per il resto, visto che il calcio è spesso argomento di conversazione, ho imparato a memoria alcune frasi che tiro fuori quando è necessario un commento. Sono frasi che dico con lapidaria certezza, cercando di far scivolare il discorso su altro in breve tempo. Per farvi un esempio: dopo una vittoria di una squadra per 5 a 3, normalmente qualcuno commenta “Beh, ha fatto cinque gol, ma ne ha anche presi tre… io un po’ mi impensierirei…” A questo punto ho imparato che si deve dire “Ma guarda che vincere le partite 5 a 2 o 4 a 1 è facile, l’impossibile è vincerle 7 a 0… quando si fanno tutti questi gol è normale che la squadra salga un po’ e si scopra dietro! A proposito, avete visto quanto costa al giorno d’oggi mangiare una pizza?!”. Di solito funziona.


Ad ogni modo, pur non essendo un grande tifoso (tutt’ora non ci credo che un guardalinee riesca davvero a vedere un fuorigioco), sabato sera, pur con una febbriciattola strisciante, una tosse fastidiosa e la stanchezza del primo giorno di seggio, ho scritto ben 3 post sulla partita del Genoa e poi sono anche uscito alle dieci e mezza, a piedi, e sono andato a festeggiare in piazza De Ferrari, come anche lui e come mezza città. Perché l'ho fatto?


Io credo di aver maturato per alcune manifestazioni del calcio un rapporto pavloviano, nel senso che ad alcuni stimoli reagisco in un determinato modo, indipendentemente dalla mia volontà ma condizionato da uno stimolo ripetuto che si vede ho avuto da bambino. Ad esempio quando vince il Genoa sono molto contento, anche se non ho visto la partita e non ho idea del livello della squadra avversaria. Quando vedo una bandiera rossoblu mi sento molto a mio agio. Quando scopro che una persona che conosco e che mi è simpatica è anche genoana, sono ancora più contento.


Al contrario, se vedo un giocatore con la maglia blucerchiata mi sembra subito piuttosto presuntuoso, quando conosco una persona simpatica e scopro che è sampdoriano (parola che Word non riconosce, tra l’altro) ne sono un po’ deluso.

Soprattutto – e preparatevi perché la cosa è un po’ strana e mi fa vergognare un po’ – mi dà un enorme fastidio fisico toccare una sciarpa della Sampdoria. Anzi, ora che ci penso credo proprio di non averne mai toccata una.




permalink | inviato da il 15/6/2005 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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