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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
28 settembre 2009
Itinerari imprevedibili
Il viaggio in treno di oggi è durato tre puntate di Transeuropéenne su France Inter, la prima puntata stagionale di Uomini e Profeti, qualche pagina di Saga, due puntate di Fringe e qualche minuto di sonno, interrotto dalle risa sguaiate di uno di Latina sceso a Pisa e che era in crisi con la famiglia della sua fidanzata ("Loro stanno cercando di dividerci" diceva al cellulare, con un certo senso della soap) e dai risolini di una madre anziana e figlio bambino svizzerotedeschi che sono scesi a Grosseto.

La gente percorre itinerari davvero imprevedibili.
18 gennaio 2009
Derby

Chiedendomi per quale motivo tutto in questo assurdo Paese di periferia deve essere vissuto con l'idiota passione di un ultrà, come una stracittadina, un derby, una puntata di Campanile sera o Giochi senza Frontiere, dalla guerra a Gaza, all'insediamento di Obama, da Santoro a Sanremo, vi saluto, mi amareggio e vado a dormire, che ho bevuto buon dolcetto e ora ho sonno.

1 agosto 2008
Lo scrivano fiorentino

Quando ero bambino e passavo l'estate in campagna, il primo agosto era un giorno tremendo: con gli altri bambini cominciavamo a dirci, con una certa gravità, che le vacanze stavano per finire, confrontavamo quante pagine del libro delle vacanze avevamo ancora da fare (io non ne ho mai finito uno) e ci preparavamo mentalmente al funereo Ferragosto, giorno di grigliata, bruschette e giochi vari che sanciva il vero e proprio inizio della fine. Ricordo anche che c'era chi iniziava a pensare a cosa avrebbe voluto per Natale.

Oggi è il primo agosto 2008, il cielo è grigiastro e io ho un sonno tremendo, qui in BnF. Dopo l'ennesima strofa in cui Huon de Saint Quentin si lamentava di come fosse scellerato il papa a lasciare che il Saladino si prendesse Damietta, ho deciso che potevo levare gli occhiali, appoggiare la testa sul tavolo e riposarmi qualche istante.

Mi sono addormentato, come il piccolo scrivano fiorentino, e ho iniziato un sogno strano, in cui cadevo e fluttuavo ma sapevo di non doverlo fare. Poi ad un tratto Brian Molko ha iniziato a gridare nelle mie cuffie che era un Pure Morning e mi sono svegliato.

Ma ve lo immaginate la faccia di Johnny Dorelli se il padre dello scrivano fiorentino fosse stato interpretato da Brian Molko? Per non parlare del capo struttura di Rai Uno...


Lo scrivano fiorentino
nel profondo della notte
scrive sotto il lumicino
cento e mille e piu' fascette

23 giugno 2008
04:04. Le ingiustizie senza fine.
Ieri sera sono passato per caso in stazione e già che c'ero ho fatto il biglietto per Bologna, scoprendo che il treno partiva alle 5.50 e non alle 5.58 come pensavo. Poi stamattina  mi sono alzato alle quattro e mezza, sono arrivato in stazione alle 5.19 (gli autobus non sono molto frequenti, alle cinque di domenica mattina!) ma ho scoperto che il treno era già al binario, quindi mi sono accomodato e ho dormito. Poi sono arrivato alle 9.30 spaccate a Bologna, sono uscito e ho trovato subito la navetta per l'aeroporto, ho anche trovato da sedere, e alle 10 ero già davanti allo sportello del check-in, con molta gioia perché tutto è bene quel che finisce bene e perché evidentemente il grumo di sfiga che mi ha investito in 'sto periodo doveva essersi sciolto. Poi vedo, sullo schermo delle partenze, che vicino all'annuncio del volo my.air 8i 55020 per Parigi, delle ore 12.15 lampeggiava una scritta "Ritardo 19:40". Ho cercato di attaccarmi a ogni più piccola speranza che l'aereo partisse con diciannove minuti e quaranta secondi di ritardo, ma era evidente che no, l'aereo era in ritardo di sette ore e venticinque.
Io devo avere incrinato in qualche modo l'ordine pacifico dell'Universo perché sia davvero un periodo così di merda. E poi sto somatizzando tutto, peggio che in campagna elettorale. Non so più cosa aspettarmi.

Aggiornamento delle 17:16
. My.Air-la-dannata ha deciso di ricompensarci per la pazienza con un pasto. Da spizzico o meglio, da Ciao, quella specie di self service da autogrill o aviogrill (come recita la targhetta sul petto dei mobbizzati servitori). Il pasto consiste, lo recita una dozzina di foglietti bianchi di cui è cosparso il "ristorante", da "Un Primo Piatto, un contorno (caldo o freddo), una bevanda". Sotto è specificato, a mano in incazzoso stampatello, "NO FRUTTA / NO TORTA / NO MACEDONIA". In pratica ci fanno mangiare, sì, ma non roba sana. Prendo le lasagne con le melanzane e le patate al forno, poi scopro che ho diritto all'acqua, ma non all'acqua che sta in frigo. Maledetti. Mangio da solo, con viso intenso, a fianco di una coppia bolognese (o delle vicinanze) Lui è più vecchio di lei, o forse è lei che si porta bene la sessantina. Ad ogni modo lei sta partendo per Palma (de Mallorca, immagino) e lui non va. Lui è un po' indispettito ma lei dice che deve smetterla di lamentarsi, perché se lui non parte è perché è malato, altrimenti sarebbe andato in giro tutto luglio per i fatti suoi come al solito. Ci sentiamo di dare ragione alla signora. Poi concludono che bisogna bere molta acqua e che devono comprare un sacco di acqua minerale, visto che a lei serve per la cellulite e a lui per la sua malattia. Secondo me ha i calcoli. Dopo pranzo acquisto la coppia di giornali che mi tengono compagnia in 'sti casi: Internazionale e Vanity Fair. Mi posiziono vicino a un maxischermo che alternativamente trasmette un documentario sull'Africa di Cisco (ex Modena City Ramblers) e un servizio su Bologna che indovino tratto da National Geographic Channel o uno di quei canali lì. Nel frattempo rivedo e ri-rivedo l'intervento per martedì, perché vi ricordate no? Poi ricambio posizione, maledico l'aria condizionata che non funziona e mi posiziono in un luogo abbastanza tranquillo. Passo davanti a uno schermo che mi annuncia che l'aereo partirà alle 20:15. Porca puttana e non solo lei. Scopro che se vado al secondo piano, posso nascondermi da Spizzico, dove c'è l'aria condizionata, che è da dove vi scrivo. Sto alternando lavoro (ormai non so più che fare alla relazione, in mancanza di francofoni che possano darmi notizie... potrei lavorare alla tesi ma mi pare impudico, quindi leggo Zumthor), lettura (sempre questo, che è molto bello davvero) e Vanity Fair (che bella la poesia di Bondi sulla Meloni!). E scopro che la partenza è prevista per le 21:30. Mi sento un po' Pollyanna, ma forse questo vuol dire che almeno vedrò il primo tempo della partita. La voce ha appena annunciato che ho diritto a uno snack da Spizzico. Avrete aggiornamenti successivi.

Aggiornamento delle 04:04. Entro adesso in casa a Parigi, 23 ore e 20 minuti dopo essere uscito di casa a Genova, oltre tredici ore dopo il previsto, più di trentasei ore dopo l'ipotesi originale. E inoltre, come ben capite, dalle 17:16 alle 04:04 c'è un buco molto grande in cui possono succedere molte sfighe. Che sono successe. Ma ho sonno, le saprete domani.
28 gennaio 2007
La zattera jugoslava. Dormiveglia

Tazza di the, gambe congestionate dal freddo sotto le coperte, luce spenta e solo il bagliore bluastro dello schermo del portatile. Tra poco, cari e care, mi abbandonerò al dormiveglia e questa è una delle tre o quattro sensazioni più belle della vita. Il dormiveglia è l’unico momento in cui riesco a sciogliere il legame tra parole e senso, in cui l’impossibile c’è. È lo scivolare, il bello. Il senso di leggerezza, di vapore in cui si è. Il senso di allentamento dei legami – di tutti i legami – in cui si galleggia e in cui sto scrivendo, con gli occhi che lacrimano dal sonno e gli sbadigli che mi dicono Spegni.


Io, prima di addormentarmi, sceneggio la vita. Oddio, ora capita molto, molto più raramente, ma quando ero ragazzino – e anche più recentemente – mi mettevo alla prova e immaginavo cosa dire in situazioni fisse. Ricordo che una volta, neppure troppo lontana, avevo provato per due, tre, cinque notti di seguito – con gli occhi chiusi e con una presentissima assenza – la frase da dire a una ragazza per convincerla che era la donna della mia vita. Fortunatamente la sera X tutto ha preso una piega diversa, perché scrivere i monologhi ha poco senso se l’interlocutore è di carne e ossa. Quando ero piccolo davvero, tra le medie e l’inizio del liceo, la mia sceneggiatura tipo era sospesa a metà tra harmony e un film porno: ho diciotto anni e sono andato in campagna a studiare – nevica tantissimo e resto bloccato – ad un tratto, mentre leggo qualcosa, bussano alla porta (perché non suonano? Perché c’è bisogno di bussare a una porta finestra e perché non mi accorgo che si avvicina qualcuno? Il dormiveglia non ha raziocinio, come i film americani) ed è XYZ, le si è rotta la macchina e chiede di poter fare una telefonata – fa la telefonata, l’ACI non può venire e passa la notte da me – week end tenero e spinto a seconda della nottata. Notate che la sceneggiatura in questione non avrebbe senso, ai tempi nostri, perché XYZ avrebbe chiamato l’ACI con il cellulare e qualcosa sarebbe successo. Se fossi pre-adolescente oggi, miei cari, dovrei inventarmi altro. XYZ, come potrete immaginare, cambiava con imbarazzante rapidità, credo siano state XYZ tutte le mie compagne di classe e la maggior parte delle ragazze che incontravo.


Poi sono cresciuto e il dormiveglia si è fatto più fantastico, chissà perché: il materasso su cui dormo è fatato, si solleva e vola nello spazio e nel tempo – vado da XYZ e le spiego che è prescelta per fare un giro del mondo con me, sul mio materasso – giriamo per il mondo e la fine è simile al sogno precedente.


Poi si cresce veramente e il dormiveglia si carica di “domani devo fare…” e “uff, domani devo fare…”. Attualmente il dormiveglia, quasi sempre, dura pochissimo anche a causa di MSN e del blog. Non so se sono mai stato davvero in grado di vivere una dimensione che non fosse quella della realtà, ma se mai è successo è stato nei momenti di dormiveglia. Soprattutto quando le parole che senti (a volte accendo la radio o la TV, prima di dormire) o quelle che dici nella tua testa si sfarinano e si intrecciano. Ne ho avuto coscienza per la prima volta a fine giugno 1990, sdraiato nella cuccetta di un treno che mi portava, undicenne, a Parigi. Ero agitatissimo e non riuscivo, ovviamente, a dormire. Poi mi sono detto: Devi abbandonare la mente a quello che viene. Ricordo ancora cosa venne “Sembra di galleggiare sulla zattera della Jugoslavia, coi remi, di legno, poi scendo…” e lentamente mi sono addormentato. Ancora oggi, diciassette anni dopo, senza aver mai visto una zattera e senza che la Jugolsavia esista più, a volte penso alla zattera jugoslava e mi addormento. Tra poco dormo, non ne avrò bisogno.


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permalink | inviato da il 28/1/2007 alle 0:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
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