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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
4 ottobre 2009
Un dio indiscusso e indiscutibile, ovvero: bestemmiare un arbitro - Tombolini e don Paganini
Su Current stanno dando un collage di documentari sul Vaticano. Hanno appena raccontato qualcosa sullo IOR, Vito Ciancimino, Bernardo Provenzano e GP II (mentre pare che BXVI stia cercando di ripulire un po', dice Gianluigi Nuzzi) e sono passati a parlare della Clericus Cup, il «mondiale vaticano» in cui squadre di seminaristi si confrontano. Da quando c'è stata la crisi delle vocazioni e quindi i seminari si sono svuotati di brufolosi sfigati italiani e riempiti di congolesi e nigeriani in piissima fuga dalla povertà, il tasso tecnico della Clericus Cup si è sensibilmente innalzato.  A farla da padrone, a quanto pare, è comunque la Mater Ecclesiae, la squadra del seminario latinoamericano di Roma, sponsorizzata tra l'altro da INA Assitalia.

Particolarmente interessanti, però, le parole di don Claudio Paganini, che di mestiere fa il Consulente Ecclesiastico Nazionale del Centro Sportivo Italiano e che tempo fa aveva fatto il consulente spirituale del Brescia Calcio (eh?!). Ecco, don Paganini dice che il calcio è metafora della religione:

«Ad esempio, i tifosi sugli spalti cantano, come si canta in chiesa. E come non vedere nell'arbitro un Dio indiscusso e indiscutibile? E nel regolamento del giuoco del calcio, come non vedere i Dieci Comandamenti?».

L'arbitro come dio indiscusso e indiscutibile? E Biscardi, la moviola di Tombolini, l'esistenza stessa della moviola? E poi mi offro volontario per portare don Paganini in curva, una domenica di queste, a sentire cosa si dice dell'arbitro, della sua signora e di tutti i suoi parenti. Oltre a quello che si dice del suo dio indiscusso e indiscutibile, tra l'altro...

Secondo me, se Current lo re-intervista tra un mesetto si risparmia l'analogia...

28 settembre 2009
Itinerari imprevedibili
Il viaggio in treno di oggi è durato tre puntate di Transeuropéenne su France Inter, la prima puntata stagionale di Uomini e Profeti, qualche pagina di Saga, due puntate di Fringe e qualche minuto di sonno, interrotto dalle risa sguaiate di uno di Latina sceso a Pisa e che era in crisi con la famiglia della sua fidanzata ("Loro stanno cercando di dividerci" diceva al cellulare, con un certo senso della soap) e dai risolini di una madre anziana e figlio bambino svizzerotedeschi che sono scesi a Grosseto.

La gente percorre itinerari davvero imprevedibili.
18 agosto 2009
Le torri, Pisa, Parigi e Madinat al-Kuwayt

Premessa doverosa: io non ho idea di come siano fatte Kuwait City, Al Jahrah, Qasr o Abdali. E, figuriatevi, non ho un'idea mentale neppure di Doha, Baghdad (che immagino - ahimé - sempre attraverso uno schermo verde come nel '91 oppure mentre entrano gli americani e tirano giù Saddam Hussein), Dubai o il Bahrein. Non so quanto valga un dinaro kuwaitiano e conosco un po', ma solo perché ho buona memoria, le vicende della Guerra del Golfo (che ancor non si chiamava Prima) nel 1990-1991: l'invasione del Kuwait in agosto, il discorso di Bush (che non si chiamava ancora Padre), gli italiani sequestrati, che facciamo? in guerra o no?, l'ultimatum per gennaio, gli assalti ai supermercati, che all'epoca la guerra sembrava una cosa seria e ci si ricordava solo la Seconda Guerra Mondiale.

So di non sapere tutte 'ste cose, ma so anche che se dovessi fare un depliant che pubblicizza i voli di Alitaliahahahah o di Airfrance verso il Kuwait e i paesi del Golfo mi informerei per evitare figure di merda.

Perché, sapete, poco fa un certo qualcuno mi chiama: c'è un volo Roma - Parigi che costa molto meno del previsto! Solo che è un volo Kuwait Airways, che compagnia mai sarà?! Allora cerco ligusticamente di convincerlo a prendere il volo risparmioso prendendo notizie sulla compagnia aerea, lodando l'affidabilità del governo kuwaitiano (confondendolo con il Quatar, mi è venuto in mente dopo...) e il fatto che sono tanti tanti anni che non dirottano più i suoi voli (questa seconda parte l'ho tenuta per il sostegno ad acquisto avvenuto). Ecco, nel guardare il sito della Kuwait Airways ho visto questo splendido depliant:




Ecco, io posso anche accettare che i kuwaitiani confondano Berlino con Francoforte.... ma cazzo! La torre di Pisa a Parigi!? Si chiamerebbe torre di Parigi, non torre di Pisa, se fosse a Parigi e non a Pisa! E poi... quella è Praga o no, secondo voi?

5 agosto 2009
Che vi ha fatto di male...
Io non ho mai ascoltato RTL 102.5 e non ho idea di chi sia Nicoletta, però sono convinto che per quanto possa essere stronza, questa scritta su un parchimetro romano è un filino esagerata...

Cosa vi avrà fatto mai...


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3 agosto 2009
Istantaneo da Roma d'agosto
Il sole tra le tapparelle abbassate, il pomeriggio, che fa un caldo dissennato. L'été indienne. Villa Ada deserta. Dei cani di cui non è il caso avere paura. Un rubicondo commesso, alle 21 meno un minuto di una domenica d'agosto aspetta - sguardo alienato e speranzoso - di uscire dal lavoro. I paccheri, le friselle - Come si usano? - Troppi carboidrati - Ci siamo dimenticati il peperoncino! - I pachino tagliati in quattro -  Ma hai mai sfregato l'aglio su una bruschetta?

I busti del Pincio, una rosa da Pietro Aretino. Niente aria condizionata nella metro B, troppa aria condizionata nellametro A - Trovo sconveniente che la fermata "Cavour" non sia né vicinoal ponte Cavour né in piazza Cavour - Odore di zucchero filato a Trinitàdei Monti. L'Ara Pacis è chiusa il lunedì. Il cielo ricoperto di grigio, il vento, comunque caldo. Una goccia di pioggia appena uscito dalla metro Pietralata.

Una (breve) corsa verso casa.

Là

31 luglio 2009
Cosa mi aspetto dal[l'oggi]
Ad esempio, secondo voi, lo porto il computer? devo scrivere quella recensione, potrei approfittare delle ore in treno domani e poi quando torno (se torno, ovviamente...). O è meglio che eviti di essere troppo ottimista e mi limiti a portare un saggio (sintassi?), magari due (sintassi e poesia e conversione?), da leggere tra Vanity Fair e Mr Vertigo? E porto anche una borsa? E la playlist dell'iPod... non è mica una scelta banale! E la valigia, che mia sorella si è fatta rubare il mio trolley, quello adatto per le fughe di tre giorni... Quella comprata a Parigi è troppo grossa, una borsa da palestra troppo piccola e, comunque, farebbe stropicciare le camice...
Bene, non intendo pormi queste né le altre domande, stanotte. Intendo dormire, riposarmi, rimandare tutto a domani (oggi!) e salire, alle 13, su quel treno.

Sparirò per qualche giorno, cari e care, a festeggiare capodanno e a evaporare di caldo.
22 novembre 2008
Borgate violente, sequestri di persona e un eroe

Stamattina, che era notte, uscivo con lei da un albergo molto elegante di Parigi. Era troppo tardi per prender altro che un taxi, quindi ci infiliamo nella prima grandissima auto blu davanti al portone, un signore in livrea ci apre la portiera, saliamo e aspettiamo non si sa bene cosa prima di partire. L'autista mette in moto e con accento slavo ma in perfetto italiano ci chiede l'indirizzo. Io non me lo ricordo, lì per lì, ma poi mi sforzo e gli dico rue des Grenuilles 12. Attraversiamo raccordi anulari e boulevard péripheriques in una Parigi che mi sembra Roma. Nel frattempo seduta davanti c'è anche Isab. che chiacchiera con il tassista che si dimostra molto simpatico e che parla anche genovese, sempre con leggera inflessione. Parcheggia al ciglio dell'immensa autostrada e ci accompagna in quella che credo fosse casa mia, dove vivevano anche lei e Isab., scendiamo una stradina fangosa nel buio della notte e vediamo il sentiero illuminato dalle luci del casolare in cui vivo. Davanti alla porta tiro fuori i soldi per pagarlo, gli chiedo quant'è e lui tira fuori dalla tasca una busta di plastica trasparente. "Che buffo, ha il tassametro portatile!" e invece tira fuori una pistola e me la punta in faccia "Dammi tutti i soldi". Io credo a uno scherzo, impugno la canna e cerco di disarmarlo, ridacchiando, ma quando mi rendo conto che uno scherzo non è preferisco non insistere. In realtà non vuole i soldi, ci fa entrare in casa e ci sequestra per non so quanto tempo. Una notte, non so bene come e perché ma prima è giorno e vediamo in lontananza una signora vecchia vestita di nero, come lo stereotipo sardo-calabrese, scendiamo in cantina e c'è l'orrore: corpi appesi con ganci da macellaio a un cancello, insanguinati e Robert De Niro che li mangia, mentre il nostro sequestratore insegue con un gancio un bambino per mangiarselo. Io sono tranquillo, lei è scomparsa mentre Isab è al piano di sopra. Poi mi trovo in una stanza del casolare e, non so come, ho appena disarmato il sequestratore. Con tranquillità mi connetto a internet per chiamare la polizia ma vengo disarmato a mia volta, il sequestratore mi punta la pistola in faccia, poi la gira verso di sé e si spara due colpi alla guancia e allo zigomo. Solo due piccole ferite circolari, lui non è morto allora prendo il cellulare, grido a lei e a Isab. che siamo liberi e prendo il cellulare, esco fuori dal casolare e chiamo il 113. Poi mi viene in mente che siamo a Parigi e chiamo prima il 911 e poi il 112 a cui mi risponde, però, una voce registrata in tedesco. Esce il sequestratore, sanguinante ma in forma, e mi insegue. Io e loro scappiamo su per una strada, arriviamo davanti a un gruppo di ausiliari del traffico c'è una colluttazione tra me e il sequestratore, alla fine lui è disteso per terra e io con un piede sul suo collo, gli punto la pistola in faccia. Si avvicina un ausiliare che parla romano, gli dico di arrestarlo e di fare qualcosa. Lui mi dice "Guardi, signore, io vedo che è lei a puntare una pistola contro al signore che è pure ferito". Penso al fatto che non ho prove ma mi metto a strillare che è mio diritto che la polizia lo fermi e che se non scrive un verbale con quello che dico lo denuncerò. Lui pare convinto.

Siamo con lei da qualche parte, è passato del tempo, arriva una macchina da cui scendono Sara e Facciab. Gli dico "Tu non sai cosa mi è successo!", lui fa una battuta cretina.


A parlarne sembra un incubo eppure mentre mi rigiravo nel letto, sotto coperte rese inutili dal sole caldissimo che mi picchia addosso a mezzogiorno, in 'sta stanza di dormiglione, non avevo minimamente paura. Ero un po' come i personaggi dei telefilm che evadono dai carceri con gravità e concentrazione, come i protagonisti dei film che saltano di tetto in tetto, inseguono macchine e sparano senza dimostrare il benché minimo cedimento emotivo. Sono eroico, mi sa, almeno nei sogni.


Certo che non mi sarei mai aspettato certe cose, da Robert De Niro...

politica interna
7 novembre 2008
Strapaese ovvero: Urbe e i provincialismi

Fino a una decina di anni fa, forse meno, passavo gran parte delle mie vacanze estive in un posto un po' sperduto nell'entroterra savonese, un comune non-luogo, che riunisce cinque frazioni e che ha un nome tra il generico e il comico involontario, un po' come quei genitori bassi e secchi che chiamano i figli Massimo o Ercole senza considerare che i geni determineranno ai pupi molte prese per il culo alle medie. Ad ogni modo, son mille anni che quel posto si chiama Urbe e poco possiamo farci. Ad ogni modo, la zona è gradevole, non c'è molto da fare ma ci ho passato le estati infantili (mais le vert paradis des amours enfantines!) e quindi...

Qualche anno fa il sindaco di quel comune scrisse una lettera all'allora sindaco di Roma Francesco Rutelli dicendogli, più o meno, quanto segue: "Caro Collega Sindaco, bla bla bla bla bla bla Il Comune di cui sono sindaco si chiama  Urbe come l'Urbe per eccellenza che è Roma bla bla bla Credo quindi sia un'ottima idea fare un gemellaggio tra i nostri due Comuni, invito pertanto Lei e la Sua compagna Barbara Palombelli a passare qualche giorno a Urbe per delineare i termini del gemellaggio. Con stima e bla bla bla, Il Sindaco". Ecco, quando ho sentito questa storia ho riso moltissimo e la stessa cosa hanno fatto tutte le persone a cui l'ho detto: ma si rende conto di quanto è infantile? di quanto è provinciale? ma come può pensare il sindaco di un paese così insignificante, tutto sommato, che il sindaco della città più grande d'Italia possa avere qualche interesse nella sua proposta? E' una idea stupida e mi sono vergognato tanto, tanto, tanto per lui e per le risate che si saranno fatti in Campidoglio una volta letta la lettera che, immagino, non sarà mai arrivata a Rutelli. Poi il sindaco è stato commissariato e Rutelli s'è dimesso per fare il candidato premier. Poi il sindaco di Urbe si è ricandidato ed è stato rieletto e Rutelli si è ricandidato e no. 


Ad ogni modo, oggi mi è tornato in mente il sindaco di Urbe quando ho letto che Valter Weltroni ha scritto non soltanto a Obbama [notate la differenza che c'è tra Obama e Obbama, per favore, che è la differenza che c'è tra una cosa e la percezione distorta, provinciale e strumentale che se ne può avere] ma anche a Mc Cain. Ora, se già Obama se ne sarà fregato abbondantemente e avrà inserito la lettera tra le migliaia e migliaia che gli sono arrivate da sostenitori, fan e groopie, cosa può aver pensato Mc Cain? Poi ho letto la lettera, incuriosito: che cosa avrà voluto comunicare Weltroni a John Mc Cain? Eccovelo: "Gentile senatore John Mc Cain, le rivolgo i miei personali complimenti e quelli del mio partito in una giornata che vede l'affermazione elettorale del suo contendente Barak Obama." Capito? Hai perso, ma complimenti. Ma poi procede "Il mio partito in Italia ha seguito con grande attenzione la lunga e appassionante campagna elettorale americana e guardato con rispetto alla sue posizioni anche se il nostro sostegno e' andato al candidato del Partito democratico a cui siamo da sempre vicini" E quindi che vuoi? "Eppure ho particolarmente apprezzato il suo comportamento nel confronto elettorale e specie in queste ultime ore: il modo in cui lei ha riconosciuto la vittoria del suo avversario il tono limpido con cui si e' rivolto ad Obama e all'intero suo paese con spirito di unita', non di divisione o di conflittualita'".
Cioè in pratica: bravo per non aver detto ricontiamo le schede elettorali, bravo per non aver detto che Obama è un usurpatore, bravo per non averne infangato la vittoria, bravo, in definitiva, per non fare quello che fanno i partiti italiani che perdono le elezioni.

Solo che chiunque abbia un minimo di dimestichezza con come va il mondo (pure Fassino va bene) sa che è la norma comportarsi così e che soltanto in Italia si strepita dagli exit poll agli exit poll successivi. In pratica ha scritto a Mc Cain una lettera indirizzata a Gianni Letta e a Babbo Natale.

Chissà cosa avrebbe risposto Weltroni al sindaco di Urbe, se avesse scritto la lettera solo qualche anno dopo...

24 settembre 2008
Grattarsi il mento e mio padre è ancora vivo

So che vi interessa cosa succede a mio padre quando gioca il Genoa. Poco fa è entrato in camera mia e mi ha detto "Non ce la faccio più" con una faccia così terrea che temevo mi morisse sulle ginocchia. Mia madre lo sta cercando di convincere ad andare con lei in cucina e guardare la Squadra. "Ma non l'ho mai vista!" protesta lui "Non importa, ti racconto la trama" dice lei, temendo di restare vedova. Poco fa è rientrato in camera mia e mi ha visto che mi grattavo il mento. "Cosa c'è?" mi dice... "ha pareggiato, vero? non me lo dire che muoio..." Io in realtà mi grattavo solo il mento, ma non mi crede. "Tu porti buono quando sei in casa" Ne deduco che ha fatto uno studio e non mi farà più uscire di casa come Natascha Kampusch. Poi è rientrato e mi ha detto "ha pareggiato, vero?" No, papà... sto chattando con titollo... Poi è scomparso dicendo otto minuti...


Ora sta gridando "Tre son le cose che piacciono a me!" e poi "Milito, Milito mio". Mi dice che ha fatto il terzo gol e che inizia a stare tranquillo "C'è riuscito solo il Manchester a fare due gol in cinque minuti"


Pure l'Inter con il Doria gli dico, lui sghignazza e pure per oggi non è morto.


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permalink | inviato da suibhne il 24/9/2008 alle 22:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
7 febbraio 2006
Paesi miei - Mes gares de Perpignan

Da più parti raccolgo l'invito. Ecco i miei centri del mondo, le mie stazioni di Perpignan:

La stazione ha un odore strano, quello del salotto polveroso di una mia zia immobilizzata a letto da anni. Raggiungere la parte opposta di Budapest, non è difficile: basta un autobus e pochi fiorini per arrivare in quello che la guida Let’s Go considera un ottimo ostello con un vantaggiosissimo rapporto qualità prezzo. In effetti l’atmosfera è molto giovane, nel senso che MTV darebbe a questo termine. Andrea si lamenta del fatto che non sia pulitissimo, io faccio il giovane che si disinteressa a manifestazioni borghesi come la pulizia ma intimamente rimpiango gli ostelli dell’anno prima, in Germania. In cucina c’è una meravigliosa canadese québequoise che decanta le meraviglie di un festival musicale che si svolge la notte sull’isola Hajógyári ma non capiamo bene con che modalità. Però siamo stanchi, abbiamo un interminabile viaggio in treno da Zagabria sulle spalle e stare in piedi fino alle sei di mattina non ci convince. Rimaniamo in camera, ognuno in cima al suo letto a castello e pare che nella nostra stanza non resti nessuno: l’ultimo inglese è appena uscito e ha fatto cadere per terra una pasticca di cui preferiamo non accertare la natura. E poi nell’agosto ungherese, tra le pareti viola e il materasso rinsecchito, tra il cuscino floscio e una musica dal piano terra, chiacchieriamo di noi, del nostro futuro, dell’erasmus che vorremmo fare, di un viaggio in America che sarebbe fico, prima o poi… E per la prima volta mi sembra che qualcuno sappia chi sono.


Chissà se a Berlino festeggiano Halloween. Prendiamo di nascosto un 110, non ci va di andare a dormire anche se l’altra dice che bisogna studiare. Mostriamo il Semesterticket, vera certificazione di civiltà, e saliamo al piano di sopra. Il percorso di quell’autobus è interminabile, procede placido – dio quanto sono lenti gli autobus, a Berlino! – per mezza città. Hertastraße, Adenauerplatz e quanto è brutta quella statua al centro della piazza. Pare che non si festeggi molto, gente mascherata non se ne vede e le strade sono mezze vuote. Fa freddo, è vero, ma neppure tanto. Si arriva allo Zoologischer Garten e lassù il simbolo della Mercedes gira come per Christiane. Percorriamo tutta Ku’damm, alla disperata ricerca di un tedesco mascherato, guardando le vetrine e valutando che pure là di notte è tutto chiuso. Ku’damm è lunga, lunghissima ma sta per diventare una tradizione percorrerla tutta, una notte al mese. Passa un tipo vestito da spaventapasseri, testa china, pare vergognarsi parecchio: l’unico ad aver preso alla lettera i film americani nell’ex settore americano di Berlinononpiùovest. Arrivati in fondo in fondo c’è un chiosco che vende patate fritte – mit Mayo, bitte -. Le mangiamo prima di prendere il bus del ritorno. Solo quelle di Alexanderplatz, alla mattina del giovedì quando non si ha lezione, sono più buone.


Arriva un momento, quando sei fermo ad aspettare un autobus che non arriva, in cui ti convinci di aver fatto la scelta sbagliata e sai che qualsiasi ulteriore scelta, sarà sbagliata. Sarebbe stato meglio prendere un taxi, tutto sommato. E invece vuoi risparmiare questo pugno di dollari e aspetti un autobus, uno qualsiasi, che vada verso l’aeroporto. Poi arriva quel momento e non sai se sia meglio perseverare nell’attesa – dovrà ben passare, prima o poi! – oppure deciderti a salire sul taxi. Quanto può costare un taxi dalla stazione degli autobus di Buffalo all’aeroporto? Diviso due, oltre tutto. Ma continuiamo ad aspettare, la tensione tra di noi si è ormai allentata e ci sembra di aver superato la giornata precedente, in cui davanti a una montagna d’acqua canadese ogni scelta sembrava sbagliata. Esattamente come quella che ci arrovella ora: aspettiamo o prendiamo il taxi? Se le stazioni sono impersonali, e le stazioni di autobus lo sono ancora di più, le stazioni di autobus di Buffalo rasentano il grado ultimo di impersonalità. Una coppia di neri ride, una vecchia un po’ strana sta seduta alla fermata, un bimbo frigna, gli autobus per le destinazioni più improbabili passano ma nessuno va all’aeroporto. Per uno scambio non esattamente equo lei ha il mio zaino e io i suoi trolley. Ma come si può portare in un viaggio attraverso l’America un trolley così grosso? In questa attesa scopro che è stonata, disperatamente stonata. Ma scopro anche che cantare con lei i duetti più cretini della musica italiana è una cosa che mi diverte smodatamente. Una foglia morta fuori stagione svolazza al centro della strada deserta di un mezzogiorno nello stato di New York. Ha una sua poeticità, penso. A uno che passi in macchina sembreremmo una coppia, penso. Decidiamo di prendere il taxi.


Il vento è dolce come negli stornelli, come si canta in Rugantino, nel sabato notte di Trastevere. È umido, certo, perché sono due giorni che il cielo riversa delle brevi scariche di pioggia lenta lenta. La cosa potrebbe sembrare antipatica, ma non lo è, a ben vedere. Un po’ di acqua sulla testa, a novembre, rientra nel campo del prevedibile e se cade con le modalità di questi giorni non complica neppure la visita di villa Borghese. Finisce addirittura per acquistare maggior fascino, villa Borghese, perché la pioggia di sabato mattina era la stessa pioggia di agosto scorso in Central Park, quando tutto doveva ancora cominciare. Cena su di un minuscolo tavolo in un minuscolo ristorante in un minuscolo vicolo. Poi fuori, tra la gente che intasa le stradine, lungotevere, verso l’isola Tiberina senza raggiungerla, fingendo che faccia freddo per potersi stringere di più. Pensando a quando saremo a casa, a ridere senza audio per non farsi sentire dai genitori nella stanza vicina, come a quindici anni.


Genova è una città tutta mia. Anche se sono con altre persone, quello che vedo non è di nessun altro. Se passando per San Lorenzo mi fanno notare quella bifora storta per dovere di prospettiva, io so che l’hanno storta per me. Da Castelletto – porta del Paradiso – domino i tetti grigi mentre succhio una granita alla fragola con la tranquilla fierezza di chi contempla la propria collezione di monete o il soufflé perfetto che a volte riesci a tirare intatto fuori dal forno. È mio il centro, è mia quella chiesa dove – pensate un po’ – un tempo pregavo Rubens con Tabucchi nel sacchetto di Feltrinelli. E sono mie le vie un po’ anonime del mio quartiere, anche se non ci passo più se non in macchina. Sono le vie che ho conquistato con i miei amici che sono finiti con le Medie, qualche metro di permesso in più ogni giorno. Brignole per me era Gibilterra, la gelateria in fondo a via Torti la scusa per uscire nei pomeriggi d’estate con quella ragazza bionda che tanto non ti filava di striscio. Però aveva un profumo buonissimo.

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