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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
20 settembre 2009
Una domenica piovosa su Rai Tre
«Ricordo ogni dettaglio. I tedeschi in grigo, voi in blu...»

21 giugno 2009
Trovare un'auto il sabato sera, anche un taxi. E una notizia, sul finale

Trovare un'auto alle otto di sera di un sabato di inizio estate in una città che fu capitale europea della cultura ma che non è capitale di nulla è una delle esperienze più snervanti che si possano vivere. Ieri, in uno degli atti mancati più classici dell'esistenza umana, ho dimenticato il matrimonio di uno dei miei migliori amici. In realtà non è stata una dimenticanza, ero soltanto convinto che fosse oggi il matrimonio, e non ieri. Per questo motivo quando mi ha chiamato alle sette di sera per chiedermi dove cazzo fossi, io sono caduto dalle nuvole, mi sono angosciato, mi son sentito una persona orribile e ho iniziato a cercare un autonoleggio per raggiungerli almeno alla cena. Niente, l'unico che ho trovato aperto era all'aeroporto e stavo già per disperare quando un aiutante magico mi ha prestato la sua Cinquecento nera: prendo il taxi (8 euro e 65) raggiungo il garage dove stava la macchina, salgo a casa mia, mi cambio, che non si può mica andare a un matrimonio in pantaloncini!, riprendo la macchina, prendo l'autostrada, esco a Serravalle Scrivia, prendo la statale qualcosa, giro a destra e - dopo un comodo sterrato in mezzo al bosco - arrivo al casale dove c'è il ricevimento. Sano, salvo e prima che qualcuno scarichi la pioggia di un secolo su questa porzione di mondo, tra Liguria e Piemonte. 


Saluto gli sposi, trattengo la commozione alla vista delle fedi al dito dei due, che porcogiuda eravamo ragazzini pieni di speranze insieme e ora siamo qui, vestiti da pinguini, dieci anni dopo, con un piatto di ravioli in mano e un computer che non fa musica perché va in riavvio ogni due minuti.


Verso mezzanotte e mezza ritorno verso la città che capitale non è, e classicamente, mentre canta la Vanoni che l'aiutante magico mi ha fatto trovare nel lettore CD, penso a ciò che è stato e a ciò che è, a questa sera e a una notizia che vi darò più tardi. 


Passo al Village, per aver conferma della tromba d'aria che ha spazzato via tutto, parcheggio l'auto del mio amico nel suo garage e sotto la pioggerellina inizio a camminare verso casa mia, che non è lontana, ma che lo diventa quando piove, sei vestito da pinguino e hai le scarpe di legno che fanno toc toc sull'asfalto e plof ciac nelle pozzanghere. Prenderei un taxi, ma il cellulare ha la batteria scarica. Mi guardo in giro, via Torti, via Donghi, sperando di poter alzare la mano, bloccare un taxi e farmi portare a casa e che crepi l'avarizia ma le uniche auto sono fiat che tornano da qualche serata, che son ormai le tre di notte, ragazzi. Entro in ogni cabina telefonica, ma non ho spiccioli. Provo con le carte di credito, non le accettano mai. Arrivo quasi sotto casa ed è in quel preciso istante che mi infilo una mano in tasca e mi ricordo di aver appoggiato le chiavi di casa sul sedile di una macchina parcheggiata mezzo post fa. Faccio un rapido screening di persone a cui posso chiedere ospitalità, prima di ricordarmi che ho il cellulare scarico e di non poterlo fare. Riprovo con le cabine telefoniche e finalmente ne trovo una che accetta la carta di credito e ottengo un taxi dove serve a me, venti centesimi dopo. Salgo, elegante come un pinguino in un pezzo di città dove di pinguini se ne vedono pochi, mi faccio portare al garage del mio amico e gli dico "Mi aspetti in macchina", sentendomi Tom Cruise che fa il sicario e chiedendomi se il tassista si sarebbe fidato. Trovo le chiavi, torno all'auto e il tassista non c'è perché piscia in un angolo con la portiera aperta e il motore ancora in funzione, dimostrandomi che si fidava pure troppo.


Mi faccio portare a casa diciassette euro e settantacinque centesimi dopo, prendo l'ascensore, mi spoglio, mi lavo il viso, i denti, mi butto sul letto mentre inizia a sorgere il sole e penso che tra due mesi sarò altrove e che voi non lo sapete ancora e che forse dovrei scrivere un post per rifarmi vivo, per dirvi che da settembre mi trasferisco, che il contratto è per un anno ma che questa volta parto per non tornare.


Ascolto una canzone del random iTunes - First Day of My Life, tra l'altro, guarda i casi... - e mi addormento.

16 aprile 2009
Mi voraria turnà doman...

ma piove troppo, purtroppo...

11 febbraio 2009
Un colpo di tosse

Seduto su una poltroncina Ikea, in un appartamento dell'XI arrondissement di Parigi, con i piedi su una sedia di legno, bevo Coca Zero, sento la pioggia sui vetri, ascolto Tenco, finisco di leggere un libro e inizio a leggere Manon Lescaut.


Poi scrivo tre pagine di Introduzione («Che sarà l'ultima cosa che scriverà», disse Midons in una Firenze piovosa di giugno), do un colpo di tosse e me ne vado a dormire.

29 ottobre 2008
La pioggia, il Nord e il mare

Con questa pioggia che vien giù, con l'autunno che sta qui, il decreto che è passato, il traffico che han bloccato, la tesi che è a pagina ottanta, più o meno, la voglia di calduccio, piedi asciutti e letture, mi vien voglia di Nord Europa e di posti da cioccolata, di Belgio e di Svizzera, di Brel e di Renaud più che di Caraibi e di spiagge bianche, di Cuba o di Hispaniola, di cocco e Guantanamera.


Vorrei una bella poltrona comoda, odore di caffè e un locale accogliente dove sedermi sprofondato, sfregarmi le mani sulle cosce, dire "Diamine, che tempo!", ordinare un caffè da litro e leggere per un paio d'ore.


Ma qui i bar son freddi e il caffè si prende in piedi...


Il mare d'inverno è un lago


Discover Jacques Brel!

20 luglio 2008
Frites tartare. Place Jourdan, sotto la pioggia.

Io potrei presentare moltissimi programmi Sky e sono sicuro che avrei anche un discreto successo. Ad esempio sono sicuro che commentare acidamente come la gente arreda casa come fa Chiara Tonelli a "Cortesie per gli ospiti" mi verrebbe molto bene. Così come dare consigli alle coppie o cantare e ballare in Dipartimento. In realtà però ci sono due programmi che vorrei davvero presentare: il primo si intitola "Vacanze a cinque stelle" o qualcosa del genere. Il presentatore, cioè io, parte in aereo business class per qualche paradiso del mondo. Atterra, lo viene a prendere una limousine che lo porta in un resort meraviglioso, in una suite celestiale, in un bungalow in mezzo a una foresta o su un atollo circondato dal mare più tiepido e turchese che possa esistere, più che in una pubbicità della Palmera. Ecco, poi va in camera, che di solito è almeno 80 metri quadri, si fa portare champagne e fragole per festeggiare l'arrivo, fa una doccia, una sauna, va in giro, cena in un ristorante esclusivo poi va a prendere un cocktail in un posto dove non soltanto voi, ma neppure io entreremo mai. Alla fine, riprende l'aereo, saluta tutti e conclude con "Ah, per questo week end ho speso 35 000 dollari!". Sigla. 

Io sarei bravissimo a farlo, ve lo giuro. In alternativa farei anche quel programma che si chiama qualcosa come "Paese che vai" ma potrebbe anche chiamarsi "Non fidarti del cuoco magro" o "del cuoco grasso", sono certo che qualcuno di voi sa di che parlo: un tipo prende, va in posti esotici e mangia le cose del luogo, che in alcuni casi possono essere pure un po' ributtanti per un gusto europeo. Mentre mangia - importante! - commenta e parla a bocca piena cosa che, ricordo a Murdoch e a tutta Sky, non si fa. Quindi forse è il caso di cambiare presentatore e magari di andare a cercarlo che ne so, nel mondo accademico, magari su un Thalys da Bruxelles Midi a Paris Nord. Guardate.


Ad ogni modo, per allenarmi a sostituire quello delle vacanze a quattro stelle, sto viaggiando nuovamente in prima classe, ma non mi pare che la cosa sia molto lussuosa, ci sono anche dei bambini ispanofoni che strillano. Meno male che, per sostituire il Mangiatore, ieri ho fatto un esperimento. In realtà tutta 'sta cosa  di Sky mi è venuta in mente dopo, perché vi assicuro che non era solo per deliziare me che ieri ho preso la metro, sono sceso al Rond Point Schuman, sono inorridito davanti alla Commissione Europea (il No irlandese e quelli francese e olandese hanno un altro significato, per chi ha visto gli orribili quartieri UE a Bruxelles) e  ho percorso quel mezzo chilometri fino a place Jourdan dove c'è il chiosco di Albert. L'ho fatto pensando a voi. Albert, come saprete, è il chiosco di frites migliore di Bruxelles "donc du monde", chiosa odioso un ohquantodioso signore davanti a me. Devo dire che non lo dice solo quel tipo, capelli fini fini, camicia di flanella, giacca jeans e immagino avete già capito che tipo è. Sta con una signora sulla cinquantina, piuttosto tirata a lucido, che somiglia vagamente a Cher ma senza mento e con la pappagorgia e che è convinta che il tipo ci stia provando, ne è lusingata ma purtroppo lui non ci prova e le racconta delle sue vacanze a Cuba. Dicevo, non è solo lui a dire quanto sono buone le frites di Albert, lo dicono pure la Routard e il New York Times. Ecco, pensavo a voi e a questo quando mi sono messo in coda sotto la pioggia. Mezz'ora di coda, sotto la pioggia. Mezz'ora in cui ho visto gente che mangiava le cose più assurde, tutte inesorabilmente fritte. Alla fine è arrivato il mio turno e ho ordinato un cornet di frites piccolo avec tartare maison e una frikadelle che, a differenza di quelle che mangiavo a Berlino, è cilindrica e - ovviamente - fritta. Mentre aspettavo che la frikadelle fosse pronta (Deux-trois minutes pour la viande, mi dice la signora) ho iniziato a grignottare le frites. In effetti molto, molto buone e anche la salsa, molto buona. Una signora dietro di me mi chiede, muovendo la bocca senza emettere suono, C'est bon? con un misto di stupore e impazienza. "Tres bon" dico soddisfatto. Poi mi arriva la frikadelle che la signora fascia in un foglio di carta oleata rendendo impossibile la fruizione. Se la forma è diversa, il gusto della frikadelle belga è uguale identico a quello della berlinese. Ad ogni modo, ho mangiato le migliori patate fritte del mondo. La domanda, ora, è: sono davvero le migliori? Perché buone sono buone, e anche tanto. Ma son sempre patate fritte, alla fine! La ex ragazza di un mio amico era solita dirgli che lui fritte avrebbe mangiato pure le ciocie. Certo, non era simpatica né gentile, ma stava dicendo una verità assoluta: tutte le cose fritte, dai calamari alla salvia, dalle patate ai carciofi, alla fine - per quanto siano fritte bene, per quanto siano fritti asciutti, per quanto per quanto... - sapranno sempre,  inesorabilmente di fritto.


E' andato bene come debutto? Di positivo c'è che sono a Parigi e quindi basta frites, basta gaufres e si torna all'alimentazione sensata. Questa sera ho mangiato faux filet e pomodori. Anche se ho fatto cuocere la carne un po' troppo, dannazione.

12 giugno 2008
Banchine pisane

Sulla banchina del binario sette, alla stazione di Pisa. Torno a casa dopo un mese e mezzo e addosso ho un carico di sudore e pensieri e una blanda tachicardia. Oggi ho bevuto troppo caffè, blando pure lui ma pur sempre caffè. Non c'è nessuno, ai miei lati piove e c'è odore di treno bagnato, che non è un buon odore. Dio quanti pensieri. Piccione più zozzo e sudato di me pigola sul treno per Pontremoli delle 20:11. Ora ho solo una immensa voglia di farmi una doccia, lavarmi via sudore e pensieri e dormire. Quanta voglia di dormire che ho.

Se nei prossimi giorni fa bello voglio andare al mare.

Banchine pisane

Per evitare il bombardamento di sms di domani: sto bene, solo la malinconia delle piogge di un'estate che sta per cominciare che chissà com'è mi ricordano le piogge dell'autunno che arriva. L'incontro con la professoressa è andato molto bene, i dolcetti sono stati molto apprezzati e l'aggettivo più spesso associato ai dolcetti è stato "raffinatissimi". Che poi è quello che mi piace dicano di me. Che mi piacerebbe dicessero di me, forse.


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VIAGGI
30 marzo 2008
Asturias

Il tempo non ha retto per 1800 chilometri, tutt'altro. Dopo Carcassonne è iniziata una pioggerellina atlantica, fitta fitta, che ci ha concesso una pausa sui Pirenei, ma solo perché è diventata neve. Pioggia nei Paesi Baschi, in Cantabria, nelle Asturie, in Galizia, mentre dal Burgo dos Naciones di Santiago, dove avremmo soggiornato, arrivavano sms vagamente jettatori sulle situazioni atmosferiche secondo la TVE. Pioggia fitta a Santiago e poi sul viaggio di ritorno.


Mi sono innamorato della Spagna del Nord e delle Asturie, verde de montes y negra de minerales. Spiagge lunghe, sabbia bagnata e compatta, maree, un mare gelido anche se lo guardi col cappotto, rocce sul mare, vento e verde tantissimo verde che ti fa pensare che la pioggia che hai incontrato in questi giorni non è la sfiga di cinque filologi al congresso ma una abituale confusione tra cielo e mare. Poi ti fermi in un autogrill in una città di cui non ricordi il nome e c'è un signore in divisa verdina, che fa caffè e ha una foto del principe delle Asturie là, sopra il macinacaffè.

Atterraggio sbagliato


Credo che prima o poi ci passerò qualche tempo.

DIARI
10 dicembre 2007
Il cappello di velluto di Zurigo

Io e i cappelli abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. Rifiutato in prima media, come atto di ribellione verso mia nonna che insisteva col calcarmene in testa uno spinosissimo di lana verde, che mi pungeva cristologicamente la fronte e che faceva effettivamente cagare, l'ho riaccettato solo in tempi recenti in versione parapioggia in posti che rendono inutile l'uso dell'ombrello. Solo che evidentemente non riesco a ritenerlo cosa mia e parte di me.

Ricorderete il mio aquisto a Parigi, all'H&M delle Halles, in un piovoso pomeriggio di maggio, dove per quattro euro e sessanta, che è poco, avevo preso una coppoletta nera che mi rendeva assai français e mi consentiva di scordare l'ombrello a casa. Certo, un po' mi vergognavo a metterlo, lo toglievo appena possibile e camminavo a testa bassa. Vedete? Non lo consideravo già allora cosa mia! Almeno fino al giorno in cui, uscendo da un negozio di sport sempre alle Halles un macrosorvegliante nero nero e cattivo cattivo mi ferma per dirmi "Dove ha preso quel cappello?". Io avevo già immaginato mi accusasse di furto invece voleva comprarselo anche lui perché era molto jolie. A detta del macrosorvegliante nero nero, quanto meno, che mi riempì di orgoglio e fierezza. Fino al momento in cui, qualche settimana dopo, sono uscito dalla BnF e, tastandomi ovunque, mi sono reso conto di averlo perso da qualche parte in biblioteca. Visto che mi vergognavo di mettere il cappello ma mi vergogno ancora di più ad andare all'ufficio oggetti smarriti per recuperare una coppoletta da quattro euro e sessanta, sono tornato da H&M qualche giorno dopo, per accorgermi che il prezzo era salito di ben trenta centesimi. Mi pare ci fosse anche lui, quel giorno, che per emulazione e perché effettivamente le coppole di H&M sono bellissime, ne ha comprato tre. Da allora ho deciso di portare la coppola nera di H&M con ancor più baldanza, anche se solo in caso di pioggia. Il tutto, ancora una volta, fino alla fine di novembre scorso, quando sono sceso di corsa dal 67, a Genova, barcamenandomi tra una sciarpa, un guanto (l'altro l'avevo perso a Ginevra), un sacchetto di non ricordo cosa, la coppola nera e Callisto. Beh, attraverso la strada e cerco, tra le mie capienti braccia ricolme di merci, per accorgermi che il mio cappello che, ahimé, non si trova. Appena tornato a Zurigo, dove piove sempre sempre sempre sempre, ho trascinato lei in giro per Bahnhofstrasse e limitrofe per trovare un cappello sostituto. Senza considerare, però, che la città è costosa, il gusto è quello che è e quindi siamo finiti da C&A e mi ha convinto a comprare un cappello in velluto e nonsoché con visiera, piuttosto solido e, come sapete, che resiste bene all'acqua battente delle notti quando devi attraversare a piedi la città. Fiero del mio acquisto, per la cifra di 10 franchi, pari a sei euro e venti, l'ho portato con baldanza ancor maggiore, tra Zurigo e Berna, dove l'altro ieri sono stato con lui a trovare un suo amico. Credevo di aver superato la crisi di rigetto perché per ben due volte, da Starbuck's e al Kornhaus (un posto un po' fighetto dove c'è pure la carta dei sigari) sono tornato indietro a prendere il cappello che mi ero dimenticato sulla sedia o sotto il tavolo. Trovandolo, tra l'altro.

Fino al momento in cui, stamattina, nel mostrare a lui quanto è figa l'università di Zurigo e che i palazzi moderni e funzionali sono, appunto, moderni e funzionali quindi migliori dei palazzi antichi e bui in cui sono soliti mettere le università in paesi del sud europa, ho scoperto di aver fatto cadere da qualche parte il cappello, dannazione. Dopo averlo accompagnato in dipartimento ho provato a fare un giretto in altri negozi, da Jelmoli, a Globus, a Zara ma non solo i prezzi erano inavvicinabili, guardandomi allo specchio mi sentivo sommamente cretino con quei cappelli. Allora ho preso il coraggio di tornare da C&A e riprendere lo stesso identico cappello. Che però non c'era più, mentre se ne trovavano di simili con una visiera lunga una dozzina di metri e con una specie di bozzo sulla cima. Sia chiaro, non sono ancora a questo punto. Rovistando tra visiere e cappelli ne trovo uno che a prima vista mi pare identico. Se non fosse che è tutto tempestato di borchie dorate e che costa cinque franchi di più. No way. Alla fine trovo un sosia superstite del cappello disperso e lo prendo, esausto e incazzato con il mondo e con me stesso, capace di perdere tre cappelli in due mesi, stronzo che non sono altro. Tutto bene, alla fine? Chiaramente no, perché vi ho taciuto un fatto. Il cappello superstite era identico all'altro tranne per un particolare: è di taglia L/XL e voi lo sapete, io sono tecnicamente un microcefalo, quindi ho dovuto strizzare la cordicella dietro per farlo aderire alla mia testa. Devo ancora capire se sembro un fungo (o peggio) o se non si nota. Ecco, facciamo così: se passate da Zurigo in 'sti giorni e mi incrociate, potreste farmi sapere, con gentilezza ed educazione, se sembro ridicolo? Però se passate fatelo presto, non so ancora quanto ci metterò a perderlo…

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DIARI
7 dicembre 2007
Dopo l'ultimo tram

Di notte a Zurigo per le strade girano solo i taxi, eccezion fatta per qualche rara jeep e qualche poco più frequente biposto dei ricchi. Perché bisognerebbe girare di notte a Zurigo, in effetti, visto che domani è giorno festivo e visto che è tutto, tutto già chiuso? Passa qualcuno in bicicletta (ma come faranno a guidare sotto questa pioggia, con questo asfalto così scivoloso, incuranti delle rotaie dei tram?), ci sono degli autisti ZVV che smontano dal turno e ci sono io, che ho perso l'ultimo tram e che sono appena sceso al capolinea notturno del 46, vale a dire troppo lontano da dove mi serve, a Hardplatz. Provo a vedere se l'8 passa ancora ma niente, l'ultimo è partito da quattro dannatissimi minuti e si sa, non è certo una città in cui sperare in ritardi così ingenti. Su quel 46 ero salito 13 minuti prima, in una strada deserta ai confini di Zurigo, dove i tram non vanno avanti più ma l'aria è tutto fuorché popolare. L'autobus più deserto della mia vita, signori, e non perché non ho neanche scorto l'autista e di conseguenza poteva essere uno zoombie o chissà quale essere diabolico sgorgato da un pozzo di fuoco nella notte di san Nicola. In quell'autobus deserto, che percorreva una strada deserta, con la pioggia che cadeva e nessuno, nessunissimo in nessuna, nessunissima direzione, quell'autista annunciava al microfono le stazioni e lo faceva solo per me. Chissà se lo faceva anche prima che salissi.

Ad ogni modo, che si fa? Il taxi non te lo puoi certo permettere, da questo buco di culo in cui sei finito alla tua stanzetta, calda, asciutta e col parquet, e quindi si cammina. Anche se piove e sei molto grato a lei che ti ha convinto a comprare un cappello più solido, ché tua coppoletta abituale sotto questa pioggia leggera ma continua si sarebbe inzuppata peggio di una macina del mulino bianco nel latte del mattino. È bello, tutto sommato, perché non fa freddo e della pioggia quasi non mi accorgo, almeno fino a quando ricopre le lenti degli occhiali di troppe gocce per distinguere la strada. E non mi perdo neppure, io che mi perdo ovunque, perché seguo i binari dei tram e – a costo di allungare la strada – non mi permetto che una deviazione quando sono arcisicuro di non sbagliarmi. Finisco anche in una zona vagamente a luci rosse, una trentina di metri lineari scampati all'asettica normalità zurighese, dove un'insegna promette zozzerie e dove una nigeriana con la giacca a vento e sotto un ombrello tenta di abordarmi, poverina. Scopro che è l'unica città del mondo dove, camminando di notte sotto la pioggia dopo aver perso l'ultimo autobus (mi è capitato ovunque, purtroppo, da Genova a New York a Parigi a Berlino a Ginevra a chissadove) non mi sento minimamente insicuro e la cosa un po' mi scazza, come tutto quello che non dipende dalla mia volontà. Arrivo in Banhofstrasse e lì sto tranquillo perché da qui in avanti la strada la conosco a memoria.  Bürkliplatz e sento le spalle che si stanno inumidendo e inizio a pensare che la giaccavento impermeabile dopo quaranta minuti di pioggia perda il suo aggettivo. Passano solo taxi, di notte a Zurigo, tranne questa biposto guidata da una ragazza con la pelliccia che si ferma e mi lascia attraversare. Sul ponte, il Circo alla sinistra, il lago alla destra, vedo passare un taxi e alzo un braccio, come fossi a New York, e lui si ferma perché è così che si fermano i taxi anche se io i taxi non li prendo mai. Come in tutti i paesi ad immigrazione sostenuta in cui le licenze non sono un modo per limitare la concorrenza, il tassista è africano e mi porta in Hofackestrasse senza allungare di un metro, facendo la strada esatta che laS ha fatto l'altro giorno accompagnandomi in macchina, una strada molto più breve di quella che avrei fatto io seguendo i binari del tram. Arrivo davanti a casa, salgo in camera e mi scrollo di dosso la pellicola d'acqua che mi ricopre.

Domani dormo un po' di più. Ancora un po' di più, intendo.


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DIARI
9 agosto 2007
Grandine d'agosto e una risposta trovata
Ieri a mezzanotte si è messo a piovigginare, poi piovere, poi grandinare, poi ancor di più. Esattamente a mezzanotte stavo uscendo da una casa in cui ero ospite per raggiungere il parcheggio, non esattamente dietro l'angolo. Poco male, però, perché ho trovato la risposta alla domanda dell'altra notte: se corri o cammini ti bagni uguale. Però ti prendi la febbre, anche se è agosto.

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DIARI
8 agosto 2007
Pioggia d'agosto e una domanda complessa

Se una sera, mettiamo questa sera, esci di casa in macchina, alle otto e mezza per andare a vedere “Carmilla” con Elisabetta Pozzi ad un festival teatrale sul sagrato di San Matteo, perché in questo periodo stai studiando il tema del sangue come cura nella letteratura medievale e Carmilla beh, è sangue... non cura ma pur sempre sangue e poi perché beh, Elisabetta Pozzi è brava, se poi dopo il teatro passi a casa da un’amica e poi andate con lei e la sua coinquilina a bere una birra in un pub sul mare Ma torno a casa presto, se poi chiacchierate e le birre diventano due non di più, devo guidare e venendo qui ho visto un finanziere fermare una porche, non vorrei fosse premonitore e torni verso la macchina alle due e mezza, se proprio in quel momento, in cui tutti e tre cercate di fotografare, chi con la macchina fotografica, chi con il cellulare, due ubriachi che dormono sotto una palma, uno con un calzino bucato e uno con un cartone di tavernello sotto il culo, se proprio in quel momento, dicevo, inzia a piovere e poi piove sempre di più e tu ti accorgi che, mentre le due abitano molto vicino, tu devi andare a prendere la macchina non molto vicino perché da sempre, da quando hai preso la patente nove anni e mezzo fa dici che Meglio un posteggio facile distante che un parcheggio difficile vicino, anche perché magari un parcheggio vicino non c’è, anche se in realtà è un martedì sera d’agosto e a Genova problemi di parcheggio nei martedì sera d’agosto non ne esistono, ecco se devi raggiungere quella macchina parcheggiata non molto vicino, ti bagni di più se cammini o se corri?


Pioggia

Stasera ho provato a camminare e a correre ma non sono riuscito a trovare una risposta. Ovviamente ora non piove più.


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