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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
11 settembre 2009
Volerò, volerò
Come ricorderete, domani lascio lo studio di Belleville e, in attesa di accedere alla casa nuova, torno in Italia. Stavolta, grazie al fatto che oggi era l'11 settembre - credo - e che l'estate sta finendo (taradaradaddatata) non sono stato obbligato a una low cost e, per soli settanta euro, volerò Lufthansa.

Prevedibilmente, adoro la Lufthansa: posso parlare tedesco con le hostess, posso ordinare Apfelschorle e posso bearmi della superiorità germanica, soprattutto potendola confrontare con le mollezze latine di Parigi, in partenza, e di Milano addirittura Malpensa, in arrivo.
In più, Lufthansa sta cercando di coccolarmi: mi hanno mandato una mail in cui si dichiarano lieti di accogliermi a bordo e di aver «strutturato questa e-mail come una guida personale per lei. Abbiamo davvero pensato a tutto; dai dati del suo volo alle previsioni del tempo a destinazione fino ad alcuni link molto utili». Ad esempio, Lufthansa mi dice che «L'ideale è preparare in un momento di calma una checklist che poi userà ogni volta che deve fare i bagagli per un viaggio. Sarebbe opportuno stilare una lista per ognuna delle situazioni più frequenti: viaggi di lavoro, intercontinentali, brevi spostamenti ecc.» Mia mamma sarebbe d'accordo. Poi mi dice che «Tutte le cose di valore come portatile, cellulare, PDA, documenti, gioielli ecc. vanno trasportate nel bagaglio a mano.» Mio padre sarebbe d'accordo. E poi mi racconta un sacco di altre cose assai interessanti che ora non sto qui a dirvi perché già le sapete o ve le potrebbero dire tranquillamente i vostri genitori.

Allora, domani alle 10.45 lascio lo studio à Belleville, con qualche micro-rimpianto, alle 14.50 decollo da Charles de Gaulle e, dopo un brunch e un Apfelschorle, atterro a Milano Malpensa alle 16.20, quindi Centrale e poi Genova, in tempo - credo - per la Notte Bianca e per rivedere un po' di gente.

Credo di restare a Genova pochi giorni, fino a mercoledì o giovedì al massimo, e di risalire - questa volta - in treno, con tutto il peso dei maglioni di lana e dei cappotti invernali (il trench c'è già, così come il maglioncino blu elettrico, non temete...). Sempre che qualcuno di voi non abbia voglia di portarmi su in macchina, eh?
21 aprile 2009
Incontri di domenica mattina

Domenica mattina. Beh, mattina compatibilmente a ritmi come i miei. Diciamo 11,30 all'incirca. Chiesa di Santa Maria del Carmine a Milano, dietro via Brera per la precisione. Entriamo a vedere una cosa ma c'è una messa in suffragio e pare brutto girare tra sedie e panche mentre là si transustanzia e dunque ci fermiamo in penultima fila, un po' in un angolo in attesa. Nella cappella alla mia destra, dopo aver superato un Padrepio, vedo una triade inquietante quanto televisiva: un grande ritratto di Escrivá de Balaguer, un Giovanni Bosco appena un po' più piccolo e - tra i due, con un guizzo Benetton - pure Giuseppina Bakhita. Mentre inorridisco e mi dico che forse dovrei uscire, lui mi dà una spallata e mi dice "Ma quello là dietro non è uno famoso?". Io vedo una signora che manda un sms, un padre che ninna un bambino che non vuol dormire ma solo strillare e una che prega. "Ma no! quello con l'impermeabile!" dice. Mi piego indietro, incurante del torcicollo (e non ancora piagato dalle fatiche fisiche), e vedo un altro personaggio TV, come i santi sui muri. Un tipo tutto solo, in ginocchio, calvo, con due sopracciglione e un trench chiaro che fa il vice presidente dell'AC Milan e che faceva il presidente della Lega Calcio. "Uh" faccio io. Poi ci rompiamo un po' le palle e sfruttiamo il parapiglia causato dalla gente che sei alza per prendere la comunione per uscircene, lambendo la cosa che cercavamo.


Quella sera l'AC Milan ha vinto per cinque goal a uno con il povero Torino Football Club e io ho preso quell'incontro e quello scampolo di messa come un segno.

16 aprile 2009
Mi voraria turnà doman...

ma piove troppo, purtroppo...

28 febbraio 2009
Tra i Manzoni...

Torno domani sera, non disperate...

3 febbraio 2009
Margarita frozen

Sono sicuro che gli esquimesi conoscono un termine per definire quella immonda poltiglia composta da un fiume d'acqua misto nevischio, neve e ghiaccio in cui mi son trovato a camminare stamattina. Sono certo che esiste un termine inuit per dirlo ma io non lo conosco ed è per questo che mi pareva di camminare in un margarita frozen. Fatto sta che ho scoperto che le mie scarpe (non quelle nuove, state tranquilli) non reggono se immerse fino alle caviglie nel margarita frozen (quando sarei stato sul pullman verso Malpensa, bloccato a Voltri dalla stradale, me le sarei tolte, avrei strizzato i calzini pensando a Forrest Gump e a quanto sia importante avere i piedi asciutti). Ho scoperto anche che trascinare un trolley giù per una discesa di margarita frozen può far scivolare e far volare un cellulare in mezzo alla strada. E che non partire in treno per Milano perché arrivare in tempo alla Malpensa sembra un miraggio è una buona idea, se poi scopri che il volo è stato cancellato.


Come avete saputo, non sono partito. Parto domani sera. Da Pisa. Alle 19.30. Stavolta parto.

15 gennaio 2009
Surreale davanti a Magritte

Davanti a Palazzo Reale a Milano, lunedì scorso. In attesa di entrare alla mostra di Magritte, BB mi presenta un suo collega che passa per caso di là: "Questo è L., lui è un italianista!". Io, stringendogli la mano, ho risposto "E vabbé, dai...".


Credo ufficialmente di avere esagerato. Però lei l'ha detto come provocazione, io lo so...


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11 gennaio 2009
Festa del Perdono
Ok, vado a Milano. Due o tre giorni, ospite suo, che passerò quasi esclusivamente in Festa del Perdono (ma che nome, che nome!) a scrivere tesi, aggiornare bibliografie e produrre - in definitiva - conoscenza. Comportatevi bene e sperate che me ne capitino parecchie, in biblioteca...

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23 novembre 2008
Pomeriggio a Shanghai. Fotocopie.

Ho rimandato ma alla fine ho dovuto farlo. Ho messo a posto (leggasi: sto mettendo a posto) le fotocopie che ho fatto in questi anni, alla disperata ricerca di tre stanze di un lebbroso provenzale che so di aver fotocopiato ma non so dove siano. Spostare, impilare, catalogare, infilare fogli in buste di plastica dà, però, una prospettiva interessante sugli ultimi anni. Si percepiscono tutte le idee stupide che ho avuto e che son naufragate, tutti gli spiragli di ricerca che son stati giustamente sovra me richiusi, tutte le ambizioni che coltivavo e anche l'impeto, la brillantezza e la fortuna di alcune scelte. Insomma, è un lavoro interessante, so quasi sempre dove e perché ho fotocopiato gli articoli, riconosco quelle tre pagine che ho fotocopiato nel Mittellateinisches Seminar di Berlino, inverno 2002, e che volevo pagare al professore che mi ha risposto "No, lasci stare... son stato studente anche io", ricordo quando avevo una fotocopiatrice a casa e ho fotocopiato tutta l'Avviamento all'analisi del testo letterario, del nostre emperere magne (si riconosce la fotocopiatrice, come in un noir anni Trenta, perché aveva un difetto e lascia su ogni pagina una striscia nera che taglia via un carattere per riga), riconosco cose fotocopiate a Pavia, Siena, Firenze, Milano, in Dpt, in copisteria, alla BnF, a Zurigo, fotocopie che mi hanno spedito per cui ho sacramentato. Fotocopie sbagliate, con pagine capovolte e righe tagliate, fotocopiate troppo piccole, fotocopiate troppo grandi, con spreco di carta e con risparmi sopraffini.


Attualmente il mio problema è non morire sommerso. Perché in tutto questo itinerario che vi ho descritto con la trepidazione e la fragilità di uno che sta per finire la tesi o, meglio, che deve consegnarla entro fine gennaio ho accumulato tanta carta da sfrattare centinaia di indios dell'Amazonia, da far piangere Grazia Francescato e da far perdere la tranquillità a Sting e al suo amico col piattino nel labbro. Ma oltre a tutto questo è praticamente impossibile mettere ordine quando trovi due articoli infilati l'un l'altro. E' peggio di una partita di Shanghai questo pomeriggio, e mentre canto tra me e me, appunto, della babyface girl from Shanghai che never smiles and never cryes, mi chiedo a cosa cazzo stessi pensando quando ho fotocopiato Il Sangue nei poemi cimrici del Canu Aneirin.

18 giugno 2008
Senza fine

Quando i periodi volgono male, volgono male. Non se ne esce e capitano episodi, anche piccoli, che confermano che i periodi di merda lo sono a livello cosmico. Non so se esistono davvero ragioni, se sfiga chiama sfiga, se sia l'atteggiamento che uno ha, se sia il fukù, la fine del mondo, Marte in trigono con le zanzare e Rutelli, non lo so. Però capita e quando capita non si può che aspettare che passi. E sperare che passi, ovviamente.

Arrivo in stazione alle 15.08 e il primo treno parte alle 15.10, dannazione. Devo aspettare quello delle 16, mi sa. Faccio il biglietto alla macchinetta e vedo che il treno è ancora fermo al binario, mi avvicino al capotreno che mi dice, in calabrese, mi pare, "Se vuole salire, deve pagare otto euro". Io faccio un gesto della mano, lo stesso che fa AdH nella miniatura del mio manoscritto G, dico "E allora buon viaggio" e aspetto quello dopo, con lui e un suo amico alto e col 47 di scarpe.

Arrivo alle 15.45 e cerco la mia carrozza 5. Che non c'è perché le carrozze sono tutte trecentoqualcosa. Uh, un Cisalpino, mi dico (quel Cisalpino, tra l'altro). Uh, averlo saputo mettevo su i punti sulla Cisalpinocard (anche se alla fine è una fregatura, sapete? si vincono solo orsacchiotti e tavolette di cioccolato...). Mi dico, ci sarà un errore. Poi il suo amico alto e col 47 di scarpe mi dice "Ma guarda che questo è un biglietto per il treno delle 15.10". A quel punto, mentre lui ride perché è stronzo, io cerco il capotreno. Intercetto in prima classe un tipo vestito da capotreno, con la valigia da capotreno e la targhetta da capotreno che mi dice, in calabrese, mi pare, di rivolgermi al capotreno. Dove posso trovarlo? Da qualche parte, mi dice. Lo trovo a terra, dopo aver evitato un paio di impiegate del Cisalpino Catering Service, e lui mi risponde, in bergamasco, mi pare, che devo pagare otto euro e che gli dispiace. Io oppongo un minimo di resistenza, dicendogli che me l'hanno fatto a ridosso della partenza e che io volevo il primo treno utile, mica il primo treno e basta! Ma lui dice "Mi spiace, otto euro". Uff. Poi lui nota che il biglietto è stato stampato alle 15.11, cioè un minuto dopo la partenza del treno. Posto davanti a questo fatto, il capotreno dice, in bergamasco, mi pare, "Vabbè... non dovevano farglielo questo biglietto... non è mica normale...". E poi aggiunge "Vabbé, si metta là infondo... tanto ci sono io". Risalgo sul treno, saluto lui e il suo amico alto che ha il 47 con la manina (in senso inverso a quella della miniatura del ms G) e parto. Ora sono sul treno, sono le 16.49 e aspetto il capotreno bergamasco. Tutti parlano dell'Italia e ci sono pure dei reduci della partita di ieri, visto che 'sto treno arriva da Zurich. Dite che c'è il lieto fine o passerà un controllore cattivo?



aggiornamento delle 18:43, da casa: Il controllore bergamasco, passando, mi ha detto "Tu eri quello che me l'ha fatto vedere giù?". Volevo rispondere "E lo sono ancora!", ma poi ho solo detto "Sì", sospirando. Quindi mi ha bucato il biglietto fintamente distratto. E ha fatto pagare 12 euro di supplemento a quella seduta davanti a me. Schadenfreude.

18 giugno 2008
Due calzini

Inquieto (e non solo per la performance che stavo affrontando), con due chiazze di pomodoro sui pantaloni (bisogna sempre portarsi un cambio, ma non lo imparo mai), con i calzini rossi e neri che stonavano con i jeans grigi e la camicia marrone, in mezzo a sciami di zanzare (la Lombardia è l'unico posto al mondo in cui le zanzare mi mordono), con un tempo di merda, i pizzoccheri sullo stomaco (non ho mai digerito i pizzoccheri, mai nella mia vita), una nauseuccia di fondo che mi accompagna da qualche giorno (e che ho ancora, mi sa, e i pizzoccheri non c'entrano, no, e neppure i due caffè), stanco, stanco morto, ma soprattutto con quei calzini là, ecco in tutto 'sto casino e con le fotocopie mal fatte, con un refuso orribile e una pagina staltata, ecco, ho fatto la lezione.


E pare sia andata bene, anche se mi sa che è vero che non sarò mai molto professionale. Domani vado a pranzo con lui, che mi fa sempre ridere molto, a discutere di progetti televisivi.


Ah, e i francesi...

CULTURA
15 giugno 2008
Performance
Ho imposto a mia madre la prova generale della lezione che devo performare martedì davanti ai miei colleghi che non avranno voglia di ascoltarmi, davanti a qualche professore assopito e davanti a un paio di professoresse che mi piace immaginare trepidanti. Io ho sempre sperato che la prima lezione che avrei fatto in una aula universitaria sarebbe stata simile a quella dell'inizio di non ricordo quale Indiana Jones: studenti estasiati e una ragazza in prima fila con I LOVE YOU sulle palpebre.

In realtà il mio principale impegno sarà di non parlare troppo velocemente e la mia maggiore preoccupazione saranno le citazioni in francese antico. E' un dramma, voi non ve lo immaginate neppure... Ora che ci penso, quella di martedì non sarà la mia prima lezione in una aula universitaria, al terzo anno io e un mio amico avevamo fatto una lezione di storia del pensiero scientifico il cui finale un po' ricordava Indiana Jones... ma sono in ritardo, ve lo racconto quando torno, se no lui, lei e gli altri si lamentano che li faccio aspettare...
5 maggio 2008
Mesaccio brutto e decisioni

Il mese di giugno sarà un brutto mesaccio occupato. Dopo un convegno trobadorico dal 5 al 7 a Londra, il 12 dovrò essere a Firenze, la settimana dopo a Milano - dove dovrò ignominiosamente parlare per un'ora della mia tesi di bah dottorato - quindi tornerò a Parigi dove, come ricorderete, sarò linciato parlando ad una platea di francesi durante una delicata partita di calcio.

Ho appena mandato la registration form ad una tale Justine - che non posso che immaginare così oppure così - che tiene i contatti per la Società organizzatrice del convegno o, come amano dire loro, del simposio (che non posso che immaginare così o così) e non ho saputo rispondere a una domanda. Voglio, io, partecipare alla cena di tutti i simposianti, la seconda giornata del simposio, in un ristorante assai di classe in un arrondissement assai di classe, aperitif, tre portate, vino e dessert per 40 euro? Io detesto questo tipo di situazioni, non so mai che faccia fare, che cosa dire, di che parlare e quindi mi limito a fare una faccia enigmatica e lievemente saccente, a mangiare costantemente per tenere occupate mani e bocca e a prender tempo prima di rispondere a qualsivoglia domanda. Par contre le chiacchiere accademiche da corridoio sono le più utili. Che fare? Non è che poi è una cena per cui alle dieci sono tutti là che ballano in girotondo e io sto buttato in un angolo... Che faccio, vado? Vado e mi metto là, vicino a una finestra contoluce...  Poi qualcuno mi fa dr. Suibhne, venga! venga di là con noi! e io "Andate, andate voi... io resto qui...". Vabbé vado. No, non mi va. Vado? No, non vado. Ma sì. Bah. quanto detesto prendere queste decisioni... 

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