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suibhne
Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
20 ottobre 2009
Piccolo elenco dei matti di Parigi, 20.10.09
Un uomo spettinato, con una sciarpa a bande orizzontali viola e prugna, cammina per rue du Puits de l'Ermite, leggendo ad alta voce Paul Éluard e sgranando gli occhi.
8 luglio 2009
Ti odio e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo e poi: Suibhne e la burocrazia transalpina

Il mio rapporto con lo stato francese, nella figura del municipio di Parigi, sta iniziando sulle note delle reciproca diffidenza. Diciamoci la verità, siamo un po' simili, noi e l'amministrazione di laggiù: crediamo che il mondo sia stato creato per darci fastidio, ci consideriamo la miglior scelta possibile e proviamo un istintivo fastidio quando qualcuno ci rivolge la parola. Inoltre, come scoprirete presto, non amiamo rispondere alle mail. 

Ricorderete i problemi che avevano caratterizzato la domanda che mi porterà a Parigi tra un mese e mezzo, non sapete tutto quello che è successo dopo. Qualche giorno prima della pubblicazione delle graduatorie, mi arriva una mail lapidaria di una incaricata della mairie che si chiama come la strega cattiva dei Masters: manca un documento, monsieur, e se non ce lo invia entro pochissime ore la sua domanda sarà cassata. Brutalmente cassata, dico io. Nel panico chiamo Siena, dove una pigra dipendente fa il suo lavoro con solerzia e nel giro di poco mi arriva il documento che traduco e rinvio alla strega cattiva, la quale non mi risponde.

Niente, pare scomparsa e non risponde alle mail. Cerco in rete il numero di telefono, che non esiste, chiamo il ministero della ricerca che mi insulta e dice che ho sbagliato numero. Niente.


La strega cattiva rispunta fuori a metà giugno, per darmi - senza alcun commento che non fosse felicitations - la notizia che ormai sapete e che pacifica l'inquietudine da Et maintenant que vais-je faire? Aggiunge solo una frase che appare normale a tutti ma che angoscia il sottoscritto: è necessario confermare che accettate la borsa ENTRO pochissimi giorni e dovete farlo sia voi che il vostro département d'accueil. Io rispondo grato, immantinente, scrivo alla professoressa per darle la notizia e invitarla a scrivere e lei mi risponde che è felicissssssima dall'idea di lavorare con me e che aspetta a settembre il mio dossier de recherche. Dalla strega cattiva niente. Neanche un "ah, bravo... grazie per la mail". Niente.


Voi capite, io mi sono agitato. Ho riletto cinque volte la mail e ho scoperto che, come per miracolo, era comparso un numero di telefono, sotto la firma della strega cattiva. Che avreste fatto voi? io ho chiamato, da ansioso. Ecco com'è andata la telefonata:


Suibhne: Sì, buongiorno... vorrei parlare con La Strega Cattiva

Strega Cattiva: Sono proprio io

Suibhne: Buongiorno, sono il dottor Suibhne, la chiamo dall'Italia, bla bla bla, volevo sapere se ha ricevuto la mia conferma visto che...

Strega Cattiva: Ecoutez, monsieur, lo sapete quanto lavoro ho da fare io? nella mail che vi ho spedito c'era scritto che l'avremmo contattata noi e allora perché chiama? mica posso rispondere a settanta persone, sapete? Come vi chiamate?

Suibhne: No, no, ma capisco... Suibhne...

Strega Cattiva: Sì, sì, non vi agitate... ho qui la sua conferma, anche quella della professoressa di cui storpia il nome... va tutto bene

Suibhne: Grazie, mi scusi, arrivederci...

Strega Cattiva: Sì.


Capito, la stronza? Un paio di giorni dopo mi arriva una mail che mi comunica che con la Strega Cattiva non avrò mai più niente a che fare e che sono stato sbolognato al BACE, che è un Ufficio comunale per l'accoglienza dei ricercatori stranieri. Pensate al vostro comune. Pensate a un ufficio per l'accoglienza dei ricercatori stranieri. Sembra strano, eh? Ad ogni modo, mi sbolognano a una persona che mi scrive pochissimo tempo dopo per presentarsi e per chiedermi se ho bisogno di qualcosa. Non me lo chiede, però, come Vito Corleone ma come una persona pagata per darmi una mano e io le (dopo lunghi studi filologici sul suo nome di battesimo, ho scoperto che è femmina solo perché si firma M.lle, cosa che la qualifica, ai miei occhi, come una anziana signora dedita al suo lavoro e che non si è mai sposata, chissà perché) sono grato. Mi serve una casa, una assicurazione, un conto in banca? ci pensa lei, che mi ricorda anche di portare il biglietto dell'aereo perché me lo rimborserà! Le ho risposto che è molto gentile e che la ringrazio e che in effetti vorrei sapere questo questo questo. 


Niente, nessuna risposta. 


Oggi, però, ho ricevuto una mail da M.lle. Dice che va in vacanza dal 25 luglio al 15 agosto e mi saluta. Ora, come faccio a dirle che voglio informazioni, non diventare suo amico e tantomeno tramutarla in Mme?

16 ottobre 2008
Il mondo attorno a un tavolo e Nek

Non ho mai particolarmente amato Nek, come tutti al mondo d'altra parte. Mi ha sempre dato un po' fastidio quel suo essere sempre un po' spaccone, nelle canzoni. E poi vabbé, pure il fatto che le canzoni siano brutte, ma quello meno. Ad ogni modo, per qualche strano motivo la direttrice della scuola di italiano per stranieri in cui mi appresto a iniziare a insegnare (sì, questa è una notizia... sto facendo training e dovrei iniziare la settimana prossima a guadagnare 'sti quattro talleri bucati in più) ha deciso che quando il corso principianti arriva alla unità 7 è necessario che studi Laura non c'è.

Non chiedetemi perché, non cercate neppure di capirlo però è così: Nek inizia a cantare e loro scrivere le parole mancanti negli spazi bianchi. Solo che immaginatevi la scena: Attorno a questo bel tavolo di legno paraikea ci sono una marito e moglie giapponesi, con davanti due computerini traduttori e che non si peritano neanche di considerare il tuo essere vivente, che sembrano non capire nulla ma poi non fanno un errore neppure minuscolo, un australiano dall'aspetto un po' clochard, volenteroso ma che non capisce niente, una ragazzetta e un ragazzetto ungheresi (forse fratello e sorella, forse stanno insieme), io ho deciso - ma non so se sia vero - che lui ha 17 anni e gioca a a pallanuoto ed è stato preso a giocare nei pulcini della Pro Recco e ora gli stanno facendo imparare l'italiano, una ragazza russa che sembra una di quelle ricche post sovietiche, che non capisce granché, un ragazzo parigino BCBG ODIOSO e pure idiota, se essendo madrelingua francese è finito in un corso principianti, un fisioterapista sessantenne di New York che non capisce mai niente, ma proprio mai e poi dice un sacco di volte "Scusi, scusi". Ecco, tu sei davanti a 'sta mandria di brava gente volenterosa che non capisce e devi spiegargli in italiano, con parole che non capiscono, cosa voglia dire:


non vorrei che tu fossi un'emergenza 

ma tra bene ed amore c'è 

solo Laura è la mia coscienza 


Provateci voi, signori e signore, provateci. Io davvero non riesco a capire cosa voglia dire. Poi hanno chiesto a gran voce Laura Pausini e lì ho ufficialmente abdicato. Domani faccio training nel corso intermedio. Speriamo almeno che si passi ai Lunapop...

8 agosto 2008
Monolito

Monolito

Fatto il pacco, posso dormire.

18 luglio 2008
China di Bruxelles, ovvero KBR e anni Settanta

Sto per riconsegnare il manoscritto e un po' mi dispiace. Mi ci sono affezionato, a questo copista pasticcione che sbaglia a numerare i componimenti che scrive e che gratta via con una lametta Gillette le stanghette rosse di troppo che ha messo. Anche io, come il mio copista pasticcione, facevo un sacco di errori quando disegnavo a china, alle superiori, e i fogli che consegnavo alla professoressa piccola, con capelli color topo e che - dicevamo - portava una sfiga tremenda, beh, i fogli che le consegnavo erano tormentati da avvallamenti e solchi provocati proprio dalle lamette Gillette che compravo solo per questo scopo. Poca barba ora, figuratevi dieci, quindici anni fa. 

E quindi saluto i bibliotecari mal vestiti, scostanti, precisi ed efficienti (il che significa KBR - BnF 3 - 1, visto che i BnF sono ben vestiti, odiosi, imprecisi e incapaci), sia quello con il petto in fuori che assomiglia all'ex pro Rettore, sia quello che sembra un rexista della prima ora ma che forse è solo fiammingo. Saluto il conservatore che è molto più affabile dal vivo che per mail (no, lui devo ancora salutarlo ma sono le cose che odio fare e rimando per scrivere a voi), saluto la caffetteria in radica anni '70, le scale marmorizzate, l'odore di INPS prima delle riforme ringiovanenti, l'atmosfera Ansaldo per cui ti aspetti da un momento all'altro che dall'ascensore le cui porte stentano a chiudersi ("E' come la formazione del governo" diceva ieri un signore anziano che confermava il post che avevo appena scritto) esca un geom. o un rag. se non una sig.na con gli occhiali che cerca di farsi sposare da un avvocato ma che resterà zitella. Saluto i cassettini di legno dello schedario, saluto quel mobiletto art nouveau che sta là dietro la colonna e non si capisce chi ce l'abbia messo e perché. saluto, con vera gioia, però, la demente catalogazione dei libri di questa biblioteca e saluto anche i moduli in fiammingo. Saluto, ed è la fine, il cielo grigio. Tra un po' esco di qui e devo scegliere come impiegare le mie ultime ore bruxelloises


Stasera alle dieci e mezza torno a casa, che è a Paris ancora per tre settimane.

7 luglio 2008
Manoscritti, acqua santa e le rughe sulla fronte

La maggior parte di voi pensa che un microfilm sia una piccola pellicola segreta, nascosta in statuette finto azteche, nel tacco di un agente segreto, in un falcone maltese o nel rossetto di una spia russa. Pensate che siano cose desuete, che esistono solo nei vecchi film di spionaggio perché oggi ci sono i chip, i byte e le schede di memoria che contengono molti più dati di un microfilm e lo fanno in molto meno spazio e con maggior precisione. In realtà i microfilm sono ancora vivi e vegeti e sono croce e delizia di filologi e studiosi vari che non possono accedere alla fonte originale (sia manoscritto lontano, manoscritto fragile, libro antico o anche soltanto preclusa per bastardaggine bibliotecaria) che diventano ciechi e tristi cercando di leggere da uno schermo opaco un testo sgranato. Per quanto si metta a fuoco, infatti, il microfilm si vede male, è una legge di natura credo. Con la comparsa del digitale e dei file pdf (o anche solo immagine) si sperava che le cose cambiassero ma ovviamente no: per quale motivo una biblioteca dovrebbe spendere soldi per mettere su file dei libri che sono già stati sottoposti allo stress della fotografia microfilmatrice? quindi si mettono su file soltanto testi non microfilmati e agli filologi e studiosi vari non resta che sforzare gli occhi, diventare sempre più ciechi e incrementare le rughe sulla fronte.


Ad ogni modo, se avete una vaga idea di cosa sia un microfilm, non immaginate neppure l'esistenza delle microfiche, vero? Notate che ho messo il corsivo, il termine va letto alla francese e non stiamo assolutamente parlando di vagine nane, vulve pigmee e, aggiungo, neppure di microscopici pezzetti di plastica con cui puntare al casinò. La microfiche è un negativo fotografico, in pratica. Ricordate quando esistevano ancora le macchine fotografiche, si portava il rullino al fotografo che, tre giorni dopo, vi consegnava le vostre 36 foto (se non ne avevate bruciato una dozzina tirando fuori il rullino dalla macchina, ovviamente) e i negativi? ecco, le microfiche sono fatte esattamente come quei negativi, vanno posti su una lastra di vetro che ha una specie di manubrio. Sotto il vetro c'è una fonte di luce e sopra un obiettivo che proietta, ingrandita, l'immagine del negativo su uno schermo. L'immagine è sempre sgranata e illeggibile, ma la presenza del manubrio e lo sviuuuuuu che si può fare nello spostarla sul carrellino del lettore microfiche lo rende molto più divertente del pericolosissimo microfilm. Ad ogni modo, oggi ero all'IRHT che consultavo cose, quando ho avuto bisogno della riproduzione del ms 844 della Bibliotheque nationale. Xena me l'ha portato quasi istantaneamente (era molto gentile, oggi), ho aperto la scatoletta di cartone e ... caspita, mi sono ritrovato all'asilo dalle suore nel 1983. Perché il ms 844, beh... quantomeno la sua riproduzione, profuma di acqua santa? mi sono guardato in giro, non ci sono santi e c'è solo una giapponese che parla un francese disperante e che ha gli occhi strettissimi, ma non credo sia colpa del microfilm.

2 giugno 2008
Dello sfoltimento di una cofana
Sto per andare a fare una delle cose che mi spaventa di più al mondo, tagliarmi i capelli. Questa volta è pure peggio del solito. Voi sapete che io non so parlare di capelli e di pettinature, non ne sono in grado. Non mi trovo mai d'accordo con il mondo sul concetto di lungo - corto, non riesco a usare espressioni tipo "sfumatura" o "capelli scalati", al contrario cerco di definire "a spazzola" (termine desueto, lo so) capelli che a spazzola non sono, "ondulati" capelli che mi dicono essere lisci o, al massimo, un po' mossi. Sapete anche che quando vado da Tony e la Cri mi dice "Come li facciamo?" balbetto, mi faccio massaggiare il collo e le lascio fare quel che vuole col rischio di sembrare, a volte, un po' truzzo e, a volte, Chicken Little. Adesso sono in condizioni disperate, perché sembro un muffin, con la chioma gonfia e indomata ma non abbastanza da avere un carattere, cerco di far qualcosa, di dare una forma a 'sta capigliatura ma non so come. Dietro mi sta spuntando una specie di codino e il rischio e, se continuo così, di sembrare George Michael quando era idolo di ragazzine che ora non dico siano in pensione ma cominciano a fare i conti, a prendere dimestichezza con l'INPS e a leggere con attenzione ogni dichiarazione di Maroni, poverette.
Voi lo sapete (no, forse no) fra tre giorni vado a Londra e poi scendo a Pisa dove lui mi ospita ed è fissato con i capelli e da dove partirò il giorno dopo per parlare con le mie professoresse della mia tesi e varie amenità. Che fare? non posso temporeggiare oltre e quindi andrò. Cosa succederà, non so. Come potrò spiegare cosa devono farmi in testa, a 'sti parrucchieri in più parigini, non so. Come ne uscirò, miei cari, è un mistero. Incrociate le dita, pregate il dio dei parrucchieri e stasera saprete.
26 maggio 2008
Andreotti e il canale
Stasera Giulio Andreotti passeggiava con una bella ragazza lungo il canal St. Martin. E anche io passavo di là, vabbé...
23 maggio 2008
Xena e il grasso

Oggi, ed è la seconda volta questa settimana, sono stato all’IRHT, che è una sorta di bibliotecuccia dell’Istituto nazionale sulla storia dei testi, in un hôtel particulier très agréable - come dice la mia prof française - dalle parti di Iéna. Quella Parigi che mi inibisce perché è così ricca che non mi ci sento poi così a mio agio, anche se vi ricordo che sono stato invitato al Sénat francese e quant’altro. Ad ogni modo, l’Istituto è utile perché hanno i microfilm di tutti i manoscritti dell’universo (tranne del mio ms B, ma lasciamo stare) e perché hanno dei fichier molto utili dove trovi riferimenti bibliografici e poi vabbé, un sacco di altre cose di cui non vi interessa nulla anche se dovrebbe. L’altro giorno c’era una simpatica signora elegante e intellettuale, con gli occhiali e i capelli corti, che mi ha fatto compilare due formulaires e mi ha illustrato come ottenere quello che volevo. Il tutto gentilmente, ripeto, perché i bibliotecari (e affini) sono sempre molto felici quando ti vedono compilare moduli. Oggi sono tornato e non c’era più lei, ma una sorta di Xena, ma più vecchia, più corpulenta e meno femminile. A dire la verità l’avevo già incontrata la volta scorsa, la Xena, perché mi aveva redarguito con un ps ps ps ps perché stavo guardando la mail sui computer dell’Istituto. Antipatica. Ad ogni modo, le compilo i due moduli per richiedere i due microfilm, ma nel frattempo lei sparisce e ritorna con calma dopo essersi bevuta un caffè. Secondo me mi ha riconosciuto e ha pensato “Questo è lo scemo della mail” perché mi guardava come se fossi cretino. Mentre aspettavo che lei facesse il suo lavoro ho deciso di controllare un po’ di dati nel fichier (ma come diavolo si chiama in italiano? Schedario? Catalogo? Ma li chiamo così capite a che mi riferisco? Schedario, forse… sì, la fiche è una scheda, quindi il fichier dovrebbe essere lo schedario… quello a cassetti, intendo… quello che avrei se avessi una agenzia investigativa…). Sapete, non sono altissimo ma se anche lo fossi non mi servirebbe a nulla per guardare che dice l’IRHT sul ms KBR 9XXX-XX, visto che è nel cassettino più in alto del mondo. Prendo la scala, salgo e apro il cassetto. Provo a tirarlo fuori ma non esce. “Saranno fissi i cassetti, in ‘sto paese…” e inizio a prendere appunti in cima a una sedia, appoggiandomi a un cassettino di metallo. Sento Xena che passa, sento che si ferma e sento che dice “Ma non crede che sarebbe più comodo se lo tirasse giù?” e io provo a dire che non esce e lei mi dice “Tiri… tiri… ancora… ora alzi… ecco, vede?”. “Ah, grazie…. In effetti ora sarà molto più comodo” non mi degna di una pernacchia e se ne va.


Per farvela breve, ho consultato e ho rimesso a posto il cassetto. Poi son venuto qui a scrivere e mentre scrivevo ahahrhaeraehrauhreuahrauheuiarhuhsar! Cazzo, il mio mac si sta sporcando di nero! E che è? Il grasso con cui quella grande stronza di Xena aveva evidentemente appena unto i carrelli dei cassetti dello schedario. Ora sto cercando, con saliva e fazzolettini scottex, di rendere di nuovo candido il mio povero ordi portable.

20 maggio 2008
Gli insetti della carta, Suibhne e i manoscritti

Questo post sarà postato stasera, con l’orario di adesso, ma già che son qui, in attesa, vi comunico… sono nella sala manoscritti occidentali (che si dice occidentaux e non occidental come dico sempre io) della Biblioteca Nazionale di Francia, sito Richelieu. La sala è come ve la immaginate: pavimenti di legno, banchi di legno intarsiato, piano di lavoro in pelle rossa, silenzio (ma meno del previsto), facce serie e seriose, un catalogo di minuscoli cassettini in legno, che nessuno usa visto che ci sono anche i computer per la consultazione informatica, tre sorveglianti, una all’ingresso, gentile, che ti dà un quadrato di plastica verde, spesso e duro, di 10 centimeti di lato su cui è stampigliato il numero di posto dove andarti a sedere, una infondo, che prende le tue richieste, scritte su minuti foglietti copiativi, come quando da bambino andavo alla De Amicis, ma solo a matita perché “Seul le crayon est autorisé” dicono scritte ovunque, come sugli autobus c’è scritto “Non parlare al conducente”, poi cambia la tua plaque verte con una plaque orange, uno al centro, che viene definito conservateur e che dovrebbe essere tecnicamente uno stronzo, a cui comunichi le richieste impossibili, cioè gli dici che oh, ti serve vedere il manoscritto tal dei tali, compili (a matita!) un formulaire ben più lungo e dettagliato (Nome? Cognome? Indirizzo? Telefono? Mail? Titoli accademici? Soggetto della tesi? Direttore della tesi? Perché vuoi vedere il manoscritto, eh? Vuoi mica il microfilm?) che poi comunicherà al President. Perché tutte le biblioteche del mondo hanno un direttore, ma la Bibliothèque Nationale de France ha un President, che io immagino ancora più circonfuso di luce celeste che il Megadirettoregenerale della ditta di Fantozzi. Lo vedo là, regale (perché in Francia i presidenti sono reali, ve ne sarete accorti, e la rivoluzione e tutte quelle cose là sono tutte balle) mentre il tizio che di solito ti porta i microfilm gli porge il mio foglio, scritto a matita, sì, ma chissà con quanti errori ortografici… io le ho controllate tutte le s dei plurali, ma magari che ne so… ho sbagliato le desinenze verbali che questi stronzi qui mica fanno le riforme ortografiche che risolvono l’esistenza… il rapporto conflittuale tra dottorando e bibliotecario è noto, ci si detesta cordialmente, nella maggior parte dei casi e soprattutto in Italia, però ci si sente più o meno paritari. Il rapporto con i conservatori è del tutto differente, dalle loro scelte più o meno capricciose dipendono i destini di giovani ricercatori. Si raccontano leggende, sui conservatori capricciosi. Si racconta di quello che doveva vedere un manoscritto per la tesi di dottorato e non glielo volevano dare “Sticazzi” dice quello, e consulta solo il microfilm. Finisce la tesi, sta per consegnarla, poi il conservatore capriccioso gli fa vedere il manoscritto e tadan! lo sventurato scopre cose che il microfilm non può mostrare (che ne so… i colori delle rubriche, la fascicolazione…) e la tesi salta. Nelle versioni più drammatiche lui abbandona il dottorato e si fa frate, in altre si limita a fare un tour de force fino alla consegna, in altre ancora viene morso da un insetto della carta (si evince quindi che il codice non fosse pergamenaceo) e diventa un supereroe filologo contro le forze del male, che percorre il continente insegnando ai dottorandi a usare la macchina per i microfilm, evitando di fare saltare il negativo, mettendo dalla parte giusta la microfiche, combattendo contro i conservatori cattivi.

Ecco, io lo so che adesso il Presidente sta ridendo satanico e sta sbarrando la casella " incommunicable" sulla mia richiesta, gridando “Su être va il circonflesso, merdaccia!”. Ma so anche che c’è il supereroe filologo, che non ha ancora nome, ma che non può che chiamarsi LachMan: mi difenderà, manderà le sue mosche ammaestrate a scagazzare sulla e di être così che gli sembri un circonflesso e lo induca a barrare la casella “original autorisé”.

È un’ora e venti che aspetto che mi comunichino qualcosa e a ogni carrellino di metallo che passa ho un microbrivido. Perché qui i manoscritti li porta in giro una signora nera (ho il sospetto che sia quella che faceva la stronza in salle Y l’anno scorso e che è stata punita da LachMan che l’ha fatta declassare a portacarrello) con un carrello di metallo degli anni ’80, che sembra una barella per autopsie. Poco fa, invece, si è presentata la conservatrice che sta al centro della sala e che mi ha dato il foglietto bianco. Io non ho capito bene e devo avere fatto una faccia da scemo perché mi dice “C’est vous qui avez démandé bien le XXX?” e io dico “Oui, oui, merci…”.

Original autorisé, e una firma in un alfabeto sconosciuto, che deve essere l’alfabeto del pianeta dei Presidenti di Biblioteca. Grazie LachMan!

18 maggio 2008
Un certain regard. Piccolo esercizio di traduzione senza dizionario, ovvero: l'Italia vista dalla Francia

Dopo questo splendore, sto leggendo questo libro, adesso. L’ho trovato su una bancarella, parla di un trentenne e – sapete – devo prepararmi. Il protagonista è in Italia, a pranzo con i genitori in un ristorante. Ha lasciato la Francia per qualche giorno perché la moglie, dopo che lui le ha confessato un tradimento con una sciacquetta cantante, l’ha pestato, preso a schiaffi, graffiato, frustato con un cavo elettrico, poi curato e quindi abbandonato. E quella sera a cena il cameriere gli porta un bigliettino Ero dietro di te (tu sais ce que ça veut dire en français? J’étais derrière toi). C’è anche una firma, Alice (en italien ça ce prononce Alitché), e un numero di telefono (en Italie ça commence avec 33 ou 34, non l’avevo mai notato). Da lì non so ancora cosa partirà, visto che stiamo rievocando la sua storia con Alexandrine, la (ex)moglie. Però so che il protagonista appena atterrato in Italia, guardando gli occhiali aereodinamici (ci prendono molto in giro per gli occhiali da sole italiani, i francesi) dell’autista della navetta che lo porta al ritiro bagagli, inizia a pensare all’Italia e alla Francia:

...e a partire dagli occhiali dell’autista, dai movimenti spontaneamente ampî ed esperti, dall’entusiasmo calmo e musicale di questo autista perfettamente banale in Italia, e a partire dalla sua presenza naturale, cominci a trarre le tue prime lezioni, noti le vere differenze culturali che nessun altro ha pensato di cercare là, ma piuttosto in un museo o che ne so, in un famoso rito di non so che villaggio siciliano. A quel punto inizi a dire: gli italiani sono meno nervosi di noi, son più diretti, più tranquilli, più solidi di noi, accettano meglio la loro latinità, diciamo che sono sbruffoni ma fanno solo quello che gli piace, senza preoccuparsi come facciamo noi di quello che gli altri penseranno dei loro cosiddetti eccessi, non sono sempre sulle spine, loro. Allora cominci a pensare – beh, almeno a me è successo così – malgrado tutte le caricature che si fanno da noi: le sceneggiate, le chiacchiere, la mafia, Berlusconi, i servizi pubblici inefficienti, i varietà con le paillettes, Eros Ramazzotti, il razzismo nascosto sotto il calcio, beh, al di là di tutto questo trovo che abbiano più carattere di noi, più personalità, che si sentano meglio di noi nella loro pelle. Basta comparare l’influenza della cultura italiana e francese sul resto del mondo. Beh, con cultura non intendo mica il Quattrocento, Dante o l’opera. In quel campo per definizione siamo sconfitti, hanno esteticamente centocinquant’anni di vantaggio su di noi da tutti i punti di vista. Perché francamente, a parte l’impressionismo e i nostri filosofi, dal punto di vista artistico siamo sempre stati degli imitatori austeri e megalomani dello stile italiano, no? E non intendo neppure i romani, loro non contano ... No, parlo della vera cultura popolare, della cultura effettiva: parlo della pasta, della vespa, della pizza e dell’espresso: c’è un solo posto al mondo in cui non si trovino? Pensa all’influenza dell’emigrazione italiana sugli Stati Uniti, i film, gli attori e tutto. Anche lì, la personalità degli italiani si misura anche nella posizione che si sono fatti nella storia e nella cultura americana. Perché negli Stati Uniti, siamo d’accordo, non se ne fanno niente delle culture molli, integrano solo le cose più efficaci e universali. E noi, a parte Lafayette... Vuitton, Dior, Saint Laurent, Bocuse e le bottiglie di château-margaux, OK... Ma, mi spiace questa non è vera cultura popolare, non c’entra. Abbiamo avuto colonie dappertutto, OK, ma sul piano dell’immaginario collettivo, voglio dire, cosa abbiamo lasciato, concretamente? ... Penso che dovremmo smetterla di raccontarci tutte quelle storie sul peso della nostra influenza nel mondo ... E anche sulla qualità della nostra cucina. Insomma, va a finire che diventerò grasso ma, hai notato che i cattivi ristoranti in Italia sono rarissimi?

Sono banalità che consolano, ogni tanto. Consolano e divertono. Soprattutto consoleranno quando qui, tra un mesetto, in occasione di Italia - Francia, si riaccenderanno le rivalità più aspre. E io mi vergognerò della Francia, mi vergognerò degli italiani e mi fingerò, eroicamente, lussemburghese.

Immagine di J'étais derrière toi
Nicolas Fargues
J'étais derrière toi



Vous êtes tellement tellement
beaucoup trop lourds
que quand les soirs d'orage
des chinois cultivés
me demandent d'où je suis,
je réponds fatigué
et les larmes aux dents:
"Ik ben van Luxembourg"

14 maggio 2008
L'inquilino dell'ultimo piano. Ovvero: Quando quello che sembra NON è quello che sembra. Ovvero: Un nuovo caso per Suibhne

Io lo avevo capito. E' che io le cose me le sento, non capisco perché voi non mi vogliate mai credere, diamine. E' il mio intuito da agente segreto, il mio sesto senso da investigatore privato, la luccicanza, al limite... Parlo di Olivier, il vicino che sembrava gentile. Manco per idea, c'è qualcosa di strano dietro e ora vi spiego.


Non ve l'avevo detto perché mi vergognavo, ma ho di nuovo perso un cappello. Il mio secondo giorno a Parigi. Guardate, ho perso il conto, non so davvero più quanti ne ho perso adesso, ma quella è un'altra storia. Ad ogni modo, visto che oggi piove ho girato come un forsennato tra BHV Homme e Les Halles per trovare un cappello che 1) non fosse da truzzetto di periferia o da banlieusard incazzoso; 2) non mi stesse molto largo, il tutto con il fiato sul collo del tempo che è tiranno più del signor No, visto che alle 21.40 devo trovarmi al cinema Champo per una rassegna su Hanneke. Sono riuscito a metà nel mio intento e mi stavo catapultando verso casa, un po' triste perché non avevo il tempo di farmi il pollo al curry ma valutando già un piano B (pasta al burro, che sono di fretta! vi scrivo mentre aspetto che bolla...) Scendo al sesto piano e faccio la rampa per il settimo a piedi, faccio per aprire la mia porta ma


aspettate che scolo la pasta



ma vedo, sdraiato per terra, sul parquet del pianerottolo, un uomo barbuto, tra svariati sacchetti di plastica. Ora, clochard o no, non lo so con certezza ma diciamo che è plausibile. Io faccio quello che fanno tutti gli eroi, dico "Bonsoir" e faccio per entrare in casa, come se fosse normale trovare un barbone sdraiato sul proprio pianerottolo. Ma lui parla, eccome se parla. "Non si preoccupi..." e io "No no, non sono preoccupato..." "Può essere che non passi qui tutta la notte, sto solo a spettando Olivier che mi deve dare una cosa..." Ah-ah! Cosa sarà Olivier? spacciatore? distillatore abusivo di liquori? o - dio abbia pietà delle nostre anime! - forse è della caritas? Io abbozzo e inserisco la chiave nella toppa. "Abita con qualcuno?" No... da solo... "E com'è la casa? c'è mica un po' di posto..." Io dico "Bonne soirée" ed entro, lui saluta educato. Giusto cielo! starei tutta la sera a casa per assistere all'incontro tra il clochard e Olivier. Magari è il contrario, però... il clochard non è il clochard ma una specie di Lebowsky che viene a prendere il suo tappeto... o forse Olivier è una persona degna e il clochard lo ricatta perché da giovani erano entrambi negli scout o in un altro gruppo paramilitare? E cosa voleva da me l'Oscuro Barbone? Di sicuro c'è soltanto una cosa: mi tocca, un'altra volta, indagare.... [visto che su "indagare" volevo inserire i link alle varie indagini, ma visto che sono davvero troppe, credo che creerò una rubrica apposita, però prima suggeritemi il titolo!]



Fuori tutto tace. Ho appena scoperto che il mio spioncino è macchiato di rosso. Pensavo fosse sangue e stavo per chiamare rinforzi, poi mi è venuto in mente che la porta è rossa e si sarà macchiata quando l'hanno dipinta. Per ora sono salvo.

politica estera
16 marzo 2008
Semplicemente democratico. Municipali né di destra né di sinistra.

Né di destra né di sinistra (perché le riforme non sono di destra o di sinistra ma sono soltanto buone o cattive), riformista e, soprattutto, democratico. Capace di sciogliere un partito arcaico e ingessato per fondarne uno nuovo nelle forme e nei contenuti, accattivante e moderno, capace di mettere in cantina tutta la fuffa del Novecento e di indirizzare il Paese verso il futuro. Affascinante e intenso, nei modi e nelle idee, capace di exploit inattesi, di suscitare entusiasmi e speranze tra editorialisti e blogger ggiovani, tutto senza mai avvicinarsi - neppure di striscio - alla vittoria. E pure questa volta non si è smentito e, dopo tanto baccano, ha perso il ballottaggio e non è stato eletto sindaco della propria città.

Ora, bisogna vedere se ‘sto post va fatto solo stasera o copiato pari pari tra sei settimane


DIARI
4 febbraio 2008
Suibhne convocato. Di nuovo Italia - Francia.
Cari e care, ho un po' di notizie da darvi ma per ora ve ne do soltanto una. Voi ricorderete questo, questo e probabilmente anche questo. Bene, pare che mi abbiano preso a parlare ad un convegno di medievisti a Parigi, tra il 24 e il 26 giugno. Molti di voi non se ne sono ancora accoriti, ma stando in Svizzera ho ben chiaro che ci stanno per essere gli Europei e in quei giorni è possibile che ci sia una semifinale Italia - Francia. Quindi potrei trovarmi a Parigi a parlare in francese di cose francesi davanti ad una platea di francesi. La vedo brutta e mi sento già sommerso di pernacchie, distratto da gruppi di disturbo pittavini, contestato da bretoni che parleranno in bretone stretto, irriso da falangi di normanni, savoiardi e guasconi uniti sotto il drapeau tricolore, sento già l'inno di Mameli sbeffeggiato eccetera eccetera...

Io dovrò stare calmo, concentrato, leggere quello che devo dire e non insultare la madre del presidente della sessione, se non voglio pure prendermi una capocciata...

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VIAGGI
4 luglio 2007
13 mesi

Tredici mesi fa, giorno più giorno meno, andavo ad Arras. Domani ci torno perché c'è un convegno e devo ricambiare il favore a una relatrice che è venuta a sentire la mia conferenza a Carpeneto. Poi la sera ci spostiamo a Lille, nella speranza di infilarci nel carrozzone del convegno, sbafare una cena e cocktail esclusivi. Perché se c'è una cosa importante, ai convegni, è il buffet.
Torno giovedì sera, venerdì ci sentiamo. Comportatevi bene.


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DIARI
28 giugno 2007
Oscure presenze. Ricominciano le indagini.

Fate così: protendete un poco le labbra e pronunciate uò uò uò. Non con tono partenopeo, piuttosto con un filo di stupore nella voce. Ecco, sono giorni che a tratti, durante la giornata, nel mio studio del 3ème sento un ripetuto " - pausa - - pausa - ". In un primo tempo mi sono detto: toh, qualcuno che fa le flessioni. Poi, malizioso, ho immaginato che qualcuno stesse sollazzando i lombi. Però no, non è possibile. E' troppo costante, uguale a se stesso, monocorde per essere il risultato di uno sforzo o di una scopata. Neppure un funzionario di un partito che ha un albero nel simbolo e che sta per sciogliersi in un contenitore di cui non si è ancora capito niente dando il colpo di grazia alla sinistra italiana scoperebbe in modo così monocorde. Tranne qualcuno, forse, ma non siamo qui per parlare di questo.
Ho pensato potesse essere un colombo parigino, grosso e grasso, di quelli che si appollaiano, in effetti, nell'angusta corte su cui si affaccia la finestra del bagno. Ma no, è un suono troppo umano. Ripetuto per decine di minuti, in momenti diversi della giornata, qualcuno o qualcosa stilla una sequenza di  - pausa - - pausa - . Stavo per decidere di fregarmene quando un pensiero mi ha bloccato. Vi ricordate Seven? vi ricordate la fine che fa il drogato accidioso? legato a un letto, immobilizzato per un anno, completamente deforme e pressoché mummificato ma ancora vivo. Cazzo, mi sono detto, che verso farà uno legato a un letto, immobilizzato per un anno, completamente deforme e pressoché mummificato ma ancora vivo? Secondo me fa  - pausa - - pausa - , più o meno. Ora, non prendetemi per un fissato con le trame gialle ma sono convinto che nel mio palazzo qualcuno tenga sgregato un drogato accidioso.

Per ora ho solo due prove, il  - pausa - - pausa - e, la cosa fa ancora più paura, un sorprendente ritrovamento... Io abito al 5 piano e ultimo piano. Arrivati al 4 la scala si biforca e da una parte si arriva nel mio studio e dall'altra nello studio di qualcuno di sconosciuto, mai visto ma un paio di volte udito (una domenica c'era addirittura una voce di bambino... come in Profondo rosso, ora che ci penso!). Bene, se invece di salire da me - cosa che vi consiglio - salite verso Lo Sconosciuto - e dio solo sa quanto non sia consigliabile - avrete una singolare sorpresa. La scala, infatti, non si interrompe all'altezza dell'appartamento ma prosegue, anche se il passaggio è ostacolato dalla rete di un letto. Se foste un deficiente che fa tanto il figo perché ha un blog, fa il filologo romanzo e vive a Parigi, certamente non vi curereste dell'avvertimento e non solo salireste verso Lo Sconosciuto, ma vorreste anche superare la rete. Ecco, se foste davvero così deficienti da farlo sapete cosa trovereste?

La scala finisce nel muro e, appena girato l'angolo, trovereste questo

se7en

Se fosse un film, adesso il protagonista continuerebbe le sue indagini in solitaria, scoprirebbe che il vicino di casa è in realtà un crudele serial killer e alla fine, con qualche ferita sulla fronte e in canottiera, si asciugherebbe la fronte dicendo qualche frase ironica. Se fosse la realtà, invece, e voi foste quel deficiente che fa tanto il figo perché ha un blog, fa il filologo romanzo e vive a Parigi beh, allora direste "Ommerda!" scappereste, vi inciampereste nella rete del letto e correreste in equilibrio precario fino in strada, fareste quello che dovete fare durante la giornata, tornereste a casa e, solo allora, scriverste un post ironico. Ripromettendovi di continuare le indagini quanto prima, però.


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permalink | inviato da suibhne il 28/6/2007 alle 19:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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