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Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
13 ottobre 2009
Crunch. Crunch. Crunch.

Non c'è niente, davverno niente, di più fastidioso dei rumorini insignificanti in un silenzio completo. La carta di una caramella al cinema, i colpi di tosse a teatro, il tamburellare di un piede a un funerale... oppure il masticare crunchante e vigoroso delle M&M's di questo Tintin cresciuto che mi sta seduto davanti, in BnF. E non ne mangia una, ovviamente! Una caterva, ma una per volta così da dilatare il rumore, spalmarlo per minuti. E non pare accorgersi del fatto che tutti lo stanno fissando. Beh, tutti... io più degli altri, forse...

Alzo il volume di iTunes...

9 settembre 2009
Nei bassifondi di Parigi. François Villon.
Mai vista tanta gente in una biblioteca municipale. O meglio: mai visto tanta gente in una biblioteca municipale che gira tra gli scaffali, consulta, ricerca e si informa e senza utilizzarla come aula studio. Ne consegue che c'è abbastanza silenzio, qui alla Bibliothèque Municipale François Villon, à Belleville. Abbastanza, non troppo perché non ho mai visto così tanti bambini piccoli in una biblioteca municipale e, si sa, i bambini piccoli ogni tanto frignano. E poi c'è una bibliotecaria, una sola, che parla a voce alta.

I pochi tavoli sono al piano interrato, mentre la sezione jeunesse è al primo piano. Mi siedo vicino a un ragazzo askhenazita che sta leggendo un manuale di ornitologia e se ne andrà quasi subito, davanti a me un ragazzo coi capelli troppo fini ricopia su un blocco le istruzioni di un manuale per ottenere uno stage.

La biblioteca François Villon è un luogo familiare e strano, che mi ricorda - ben più grande, in verità - le biblioteche di quando ero bambino, con tanti libri un po' vecchiotti negli scaffali bianchi, i tavoli da scuola e le sedie di legno, un sacco di gente e qualche computer, il wifi gratis offerto dal comune di Parigi e dalla regione Île-de-France, in collaborazione con Orange, cioè France Telecom, cioè - se ben ho capito - sempre lo Stato. Davanti a me, una signora verde pisello fruga nella sezione Arte, dalle parti di Max Ernst. Mi guardo in giro, ci sono cinque portatili di cui tre mac (due macbook e un mcbook air, addirittura!) che rendono Cupertino assai vicina a Belleville di quanto fossi solito ritenere. Accanto al ragazzo coi capelli fini si siede una signora, con un impudico manuale di ginecologia. Si alza perplessa e torna con Santé au féminin, immagino abbia qualche problemino là sotto e rileggo la morfologia dell'articolo determinativo in piccardo. Poca gente che studia, confronto alla mia esperienza, qualche ragazza cerca DVD, qualche signore legge il giornale o consulta le enciclopedie, una rotondetta che non ha pudore a presentarsi con un top di pizzo rosa scartabella tra i dizionari.

Mentre sbadiglio e penso che è una fortuna aver scoperto che la BnF era chiusa prima di arrivare là in fondo, e che è vero quel che diceva Madame X (Vada nelle biblioteche municipali! son così sorprendenti!) si avvicina un signore con pochi denti, e quei pochi un po' marci, che mi sorride molto, si scusa millanta volte e mi chiede di aiutarlo a connettersi col wifi. Io lo aiuto, perché mi piace aiutare la gente, cosa che secondo un test su facebook vuol dire che assomiglio a Jack Shepard. Il signore si scusa ancora e mi ringrazia ancora, mentre mi siedo entra il meno probabile utente di una biblioteca, vestito con una giacca di pelle rossa, una bandana, che tintinna mentre cammina e che porta in mano un monopattino, sì, un monopattino.

Non riesco a definire un odore, in questa biblioteca, e la cosa mi sorprende un po'. Vorrei farmi dare le chiavi del bagno, ma il signore di prima dice che non riesce a connettersi, lo aiuto - lui ha un odore, che è l'aglio temo... - ma il suo computer non riesce a connettersi, ne sono desolato, ottengo le chiavi del bagno e - quando esco - vi scrivo un post.
7 agosto 2009
Riportando a casa tre anni di fotocopie. Congedo.

Tre anni di fotocopie sono immensamente pesanti. Stamattina son andato in dpt, che è chiuso anche se i dipendenti ci sono e non si capisce perché non tengano la porta aperta e si limitino a giocare a solitario col computer in attesa dell'ora di uscita. Sono salito al piano di sopra, deserto: non c'era Panzone, non c'era Stronzetto, non c'era l'Ovale, nessuno, nessuno, nessuno. Solo tre anni di fotocopie, un paio di libri che avevo lasciato sedimentare su uno scaffale. Riempio lo zaino e fatico a farci stare tutto, perché tre anni sono lunghi, sapete? Che poi io dico "tre" ma tutto sommato sono di più, son quattro, quasi cinque... Mi sembra di essere uno di quei personaggi da telefilm americano, che lascia l'azienda perché è stato licenziato oppure va in pensione, si trasferisce o chissà che, e riempie una scatola di cartone con tutti i suoi oggetti: la foto della moglie, il mug con la frase simpatica in cui teneva tutte le matite appuntite, i passatempi moto perpetuo...


Signore, signori, questo è il congedo dal dpt, definitivo probabilmente. Le prossime acide irritazioni verranno dalla BnF, probabilmente, o da qualche sezione della Sorbonne. State pur tranquilli che ci saranno, ci sono già state...

2 febbraio 2009
In the springtime. Parigi in aereo, si spera.

Bene, io domani vado a Parigi, ve l'avevo detto? Come sempre, prima della partenza, ho fatto la valigia (volevo portare solo il bagagli a mano ma il pesto non passa nessun controllo e lei vuole il pesto e se lo merita pure e finalmente staremo un po' assieme dopo tanto tempo) e sto pensando a quali contrattempi ci potranno essere. Attualmente, visto che non parto da Genova ma da Malpensa e non con l'odiosamata my.air ma con la sua easyjet, i contrattempi che sto figurandomi sono 1) vado a prendere il pulman che collega Genova con Malpensa e il pullman non esiste, quindi devo prendere il treno è sarà un disastro perché arriverò troppo tardi; 2) il pullman esiste, en effet, ma è pieno e non posso prenderlo quindi prenderò il treno e sarà un disastro perché arriverò troppo tardi; 3) il pullman esiste, ci sono posti ma siccome la neve sta distruggendo il mondo non può partire oppure 3bis) rimane bloccato in Piemonte oppure 3ter) rimane bloccato in Lombardia oppure 3quater) trova traffico e arriva, ma troppo tardi; 4) il pullman arriva a Malpensa in tempo ma la neve impedisce agli aerei di partire; 5) l'aereo parte, ma cade; 6) l'aereo parte ma non può atterrare a Parigi e viene dirottato in qualche posto di parlata normanna o bretone.


Poi magari non succede nulla di tutto questo e domani all'una e mezza atterrerò a Parigi. Io non l'ho mai vista Parigi in inverno, sapete? Un novembre, una volta. E delle primavere che sembravano degli inverni. Ma l'inverno, quello per cui l'amour s'éteint car c'est l'hiver, proprio no...




Non credo mi sentirete molto in 'sti giorni... qualche chiacchiera dalla BnF, forse... (chissà che farà il marronconiglio en hiver...) ah, notizia per lui, soprattutto: martedì 3 ho prenotato il posto 103 nella sala V. Un caffè?

23 novembre 2008
Pomeriggio a Shanghai. Fotocopie.

Ho rimandato ma alla fine ho dovuto farlo. Ho messo a posto (leggasi: sto mettendo a posto) le fotocopie che ho fatto in questi anni, alla disperata ricerca di tre stanze di un lebbroso provenzale che so di aver fotocopiato ma non so dove siano. Spostare, impilare, catalogare, infilare fogli in buste di plastica dà, però, una prospettiva interessante sugli ultimi anni. Si percepiscono tutte le idee stupide che ho avuto e che son naufragate, tutti gli spiragli di ricerca che son stati giustamente sovra me richiusi, tutte le ambizioni che coltivavo e anche l'impeto, la brillantezza e la fortuna di alcune scelte. Insomma, è un lavoro interessante, so quasi sempre dove e perché ho fotocopiato gli articoli, riconosco quelle tre pagine che ho fotocopiato nel Mittellateinisches Seminar di Berlino, inverno 2002, e che volevo pagare al professore che mi ha risposto "No, lasci stare... son stato studente anche io", ricordo quando avevo una fotocopiatrice a casa e ho fotocopiato tutta l'Avviamento all'analisi del testo letterario, del nostre emperere magne (si riconosce la fotocopiatrice, come in un noir anni Trenta, perché aveva un difetto e lascia su ogni pagina una striscia nera che taglia via un carattere per riga), riconosco cose fotocopiate a Pavia, Siena, Firenze, Milano, in Dpt, in copisteria, alla BnF, a Zurigo, fotocopie che mi hanno spedito per cui ho sacramentato. Fotocopie sbagliate, con pagine capovolte e righe tagliate, fotocopiate troppo piccole, fotocopiate troppo grandi, con spreco di carta e con risparmi sopraffini.


Attualmente il mio problema è non morire sommerso. Perché in tutto questo itinerario che vi ho descritto con la trepidazione e la fragilità di uno che sta per finire la tesi o, meglio, che deve consegnarla entro fine gennaio ho accumulato tanta carta da sfrattare centinaia di indios dell'Amazonia, da far piangere Grazia Francescato e da far perdere la tranquillità a Sting e al suo amico col piattino nel labbro. Ma oltre a tutto questo è praticamente impossibile mettere ordine quando trovi due articoli infilati l'un l'altro. E' peggio di una partita di Shanghai questo pomeriggio, e mentre canto tra me e me, appunto, della babyface girl from Shanghai che never smiles and never cryes, mi chiedo a cosa cazzo stessi pensando quando ho fotocopiato Il Sangue nei poemi cimrici del Canu Aneirin.

6 agosto 2008
La maglietta con le palme, mentre saluto la BnF

Ho appena deciso che oggi è l'ultimo giorno di BnF, tra poco vado a fare un giro da Giber Joseph, leggo un po' al Luxembourg (voglio finire questo prima di atterrare a Genova, sabato alle 16) e cerco un cartone per la strada. Poi domani faccio il pacco, vado alla posta, passeggio e mi godo il bel tempo, venerdì faccio le valige e poi vedremo. Attualmente il mio unico problema è contattare la padrona di casa, visto che non mi risponde alla mail e ho perso il suo numero di telefono quando mi è morto il cellulare. Perché voi non lo sapete, ma sabato il mio cellulare ha deciso di non funzionare più e soltanto perché l'ho appoggiato su un mobiletto vicino alla doccia e non mi sono accorto che il getto d'acqua lo colpiva in pieno. In pratica pare che un cellulare immerso nell'acqua dopo un po' non funzioni... cose dell'altro mondo... ad ogni modo, credo che non racconterò al tecnico Vodafone che mi sostituirà l'apparecchio in garanzia le particolari condizioni nelle quali ha smesso di funzionare.

Ad ogni modo, ho deciso pochi minuti fa che questo è l'ultimo giorno di BnF e chissà se e quando tornerò: ho deciso che iniziano le vacanze. Anche se a ben pensarci, forse, l'ho deciso inconsciamente stamattina, quando mi sono messo infradito e una maglietta con le palme.

1 agosto 2008
Lo scrivano fiorentino

Quando ero bambino e passavo l'estate in campagna, il primo agosto era un giorno tremendo: con gli altri bambini cominciavamo a dirci, con una certa gravità, che le vacanze stavano per finire, confrontavamo quante pagine del libro delle vacanze avevamo ancora da fare (io non ne ho mai finito uno) e ci preparavamo mentalmente al funereo Ferragosto, giorno di grigliata, bruschette e giochi vari che sanciva il vero e proprio inizio della fine. Ricordo anche che c'era chi iniziava a pensare a cosa avrebbe voluto per Natale.

Oggi è il primo agosto 2008, il cielo è grigiastro e io ho un sonno tremendo, qui in BnF. Dopo l'ennesima strofa in cui Huon de Saint Quentin si lamentava di come fosse scellerato il papa a lasciare che il Saladino si prendesse Damietta, ho deciso che potevo levare gli occhiali, appoggiare la testa sul tavolo e riposarmi qualche istante.

Mi sono addormentato, come il piccolo scrivano fiorentino, e ho iniziato un sogno strano, in cui cadevo e fluttuavo ma sapevo di non doverlo fare. Poi ad un tratto Brian Molko ha iniziato a gridare nelle mie cuffie che era un Pure Morning e mi sono svegliato.

Ma ve lo immaginate la faccia di Johnny Dorelli se il padre dello scrivano fiorentino fosse stato interpretato da Brian Molko? Per non parlare del capo struttura di Rai Uno...


Lo scrivano fiorentino
nel profondo della notte
scrive sotto il lumicino
cento e mille e piu' fascette

30 luglio 2008
Ennesima internazionale

Mentre stamattina mi chiedevo come mai fosse il 30 luglio, si morisse di caldo e io stessi andando in biblioteca, mi interrogavo su un sondaggio di cui ha informato oggi la radio: il 60 per cento dei francesi è favorevole all'annessione del Belgio vallone (ma gli fate pure la domanda!?), mi domandavo perché non mi sembrasse ancora estate e pensavo a cosa fare a Ferragosto, ho visto in lontananza, nello spiazzo della BnF, un gruppo di tre ragazzi che mi hanno per un attimo fatto credere di essere in via Balbi e non davanti alla Bibliothèque nationale de France.

Avevano i pantaloni lunghi, blu, ostentatamente non jeans, cintura nera e camicia azzurrina scialba, ma poteva essere biancastra. In mano, ed è stato il campanello d'allarme, dei giornali, una cartellina rigida blu scuro in finta pelle e dei volantini con stampigliato in rosso.
Lotta Comunista? mi dico Pure qui? Mi avvicino e "Ciao, ti interessa un corso sul marxismo?" Diamine! Deve esistere da qualche parte una Ennesima Internazionale in cui formano dei giovani missionari di Lotta Comunista! Come capita a quei mormoni con cartellino attaccato al petto che ti dice il nome e di dove sono, di solito si tratta di uno stato americano sfigato dove vince sembre Bush. O come capita ai preti o a Scientology. Per tutte e quattro queste buffe categorie non riesco a capire cosa spinga dei giovani ad aderire, ma si sa che non capisco mai 'ste cose...

Però io me la immagino la sede dell'Ennesima Internazionale: file interminabili di pantaloni blu ostentatamente non jeans, cinture nere, camice azzurrine scialbe, ma pure biancastre... Soprattutto piloni di cartelline rigide blu scuro in finta pelle, con tanto di molletta di metallo in alto. E immagino quelle sconfinate aule dove ripetono a memoria Ciao compagno! Ti interessa un corso sul marxismo? e poi Ci vediamo davanti allo Spizzico di Brignole e poi andiamo tutti nella sede di via Archimede, Ma lasciami il tuo numero così mi confermi se vieni! Cinque euro per il giornale? Sottoscrizione per il Primo Maggio Proletario! E' l'Ennesima Internazionale che decide dove mandarli, perché non so se avete notato, i ragazzi di Lotta comunista non sono mai della città in cui sono in missione. Un po' come i carabinieri ma con meno barzellette a riguardo.

E poi i immagino quando vengono diplomati, tra tamburi marziali (non certo bonghi da molle riflusso di una sinistra che ha tradito il proletariato) e mazzi di kimilsunghia, in una sezione che assomiglia da morire a una ex sezione dei DS.

29 luglio 2008
Indocina ed eurocentrismi

Ecco, io ora mi sento un po' in imbarazzo con tutti 'sti passanti di ieri e di oggi... Cioè, questi sono andati a vedere il sito di Repubblica, hanno cliccato su Netmonitor e hanno trovato il link al post tontolone di domenica, quello banalotto su Ferrero, la Nutella e il casino in cui stiamo finendo. Allora hanno cliccato e son passati di qui, chissà che si credevano di trovare... chissà cosa vi credete di trovare... Non so, satira, politica, analisi interessanti... E invece no, io vi parlo di tutt'altro di solito, dopo che mi sono emancipato e da quando sto meglio... Che fare? Beh, io continuo come il solito, e mi scusino i passanti occasionali se non parlo di Ferrero, Adinolfi e i pasticceri trozkisti.

Ecco, l'imbarazzo di parlare a più gente del previsto è un po' l'imbarazzo di poco fa. Io me ne tornavo tranquillo e placido al mio posto V. 94 in BnF, risoluto a concludere un capitolo dopo essere stato in bagno. Anche dei bagni vi dovrei parlare, ma non ora. Stavo attraversando serenamente il corridoio breve tra il Café des Temps e quello des Lettres quando vedo due che si sbracciano, sedute sulle scale di legno. Sono un'amica di una mia collega, italoaustrotedesca che sta a Parigi e fa la comparatista, e una sua amica che ho conosciuto qualche giorno fa en passant e che, con eurocentrica ignoranza, definisco asiana. Non mi pare giapponese, non mi pare cinese ma potrebbe essere una sinogiapponese o chissà che altro... Mi dicono "Mangi con noi?" e pare brutto rifiutare. Mentre mi sgranocchio la baguette col chorizo (eh sì...) l'italoaustrotedesca che sta a Parigi si alza e va a prendere un caffè lasciandomi con l'asiana. Si fa lo small talk solito, di che ti occupi tu, di che mi occupo io, Ah, Medioevo! interessante! Ah, Nouveau Roman, mecojoni... Poi le spiego dov'è Genova, le dico della crisi dell'italiano come lingua straniera, visto che lei dovrebbe leggere saggi in italiano ma non è in grado, e lei mi dice che ad Hanoi c'era una cattedra di italiano ma ormai è vacante. Io mi propongo per reintrodurre lo studio di Dante e scopro scaltramente che è vitetnamita. Continuiamo lo small talk e dopo poco arriva Ugly Betty, proprio lei. Però senza alcuna possibilità che non sia ugly, mi spiace. Malgrado ciò è molto sorridente e inizia a farci il terzo grado: e di che vi occupate? Io le dico soltanto littérature française au Moyen Age e lei dice subito: Sei di origine italiana? Ora, è mai possibile che non ho mai trovato un francese che capisse che sono italiano (straniero sì, non madrealingua certo, ma nessuno becca mai che sono italiano) e sta arpia orribile arriva da Hanoi per umiliarmi dopo tre parole? Decido di odiarla, rimarcare il mio snobistico eurocentrismo e faccio bene.

Qualche istante dopo, infatti, iniziano a ticchettare in vietnamita che apprendo essere una lingua molto nasale e, appunto, piena di tikitik che neanche fossero i Fichi d'India. Io metto su la faccia maviparecorrettoparlareinvietnamitadavantiame? che è all'incirca l'espressione un po' tirata di Cristo pantocratore, solo con più sorriso e più denti. Ogni tanto la Vietnama originale mi traduce dei brani del colloquio, per impedirmi di scappare e per educazione, credo. Apprendo che le due - com'è piccolo il mondo - si erano conosciute all'Alliance Française di Hanoi duecentomila anni fa e che per caso si sono rincontrate in BnF. Continuano a ticchettare, intermezzate da Bien sur, Nation e c'est pas vrai! Credo di capire anche un café ma potrebbe non essere. Ad un tratto la Vietnama originale dice: noi ci scambiamo le coordinate (sic!) vuoi farlo anche tu? E che fai, dici di no? Quindi ora, riuscito a sfuggire, ho la mail di una vietnamita che mi prega di restare in contatto perché sta pensando di fondare una rivista internazionale franco-giappo-vietnamita e dice perché non fare una sezione anche italiana e poi magari per la tesi le serve del materiale che è in Italia e può chiedermi di aiutarla... Profittatrice.

Ora son qui, con 'sto abbonamento del Velib' in mano con quattro nomi scarabocchiati sopra. Resta da scoprire, prima del nostro prossimo incontro fortuito che, credetemi, farò in modo di evitare, quale dei quattro nomi sia il nome di battesimo. Che poi non sarà di battesimo visto che non è cattolica. Che poi che ne so che non è cattolica? Perché, un vietnamita non può essere cattolico? 

Dio quanto sono eurocentrico...

25 luglio 2008
Grondare. Pcium.

Il naso può colare psicosomaticamente? Vi spiego, io sono un po' raffreddato causa aria condizionata bastarda, tempo altalenante (oggi fa caldo, ieri pure, due giorni fa si moriva di freddo) e causa il fatto che ogni tanto io son raffreddato punto e basta. Tra l'altro oggi ho pure il torcicollo che in francese si chiama, senza alcun senso del ridicolo, torticolis, e che è un'altra di quelle cose che ogni tanto ho. Come anche le afte ma lasciamo stare. Ad ogni modo, vi spiego perché psicosomatico: il naso mi cola quando leggo 'sti cataloghi di biblioteche di duchi borgognoni o 'sti grundriss allora mi alzo, corro in bagno per rubare carta igienica o al café du temps per rubare delle serviettes (ho finito i fazzoletti di carta, dannazione... l'altro ieri a furia di tirare su col naso una signora francese me ne ha buttato - esasperata e pietosa - un pacchetto intero) e come per magia il naso non gronda più. Che il mio corpo voglia dirmi Esci, che ci fai in biblioteca a fine luglio? Oppure è solo il fatto che tenere la testa china agevola lo scorrimento del muco verso l'esterno del corpo?

Mentre mi pongo queste domande e aspetto le vostre risposte, salgo alle loges per vedere due microfiches e avremo la risposta, visto che lo schermo dove si leggono mi obbliga a tenere la testa dritta.

Pcium.

23 luglio 2008
Ciao Guido

Io volevo scrivere un post in cui vi raccontavo le novità del marronconiglio, vi riferivo del nuovo incontro col Brutto (sempre più brutto e in più con una scollatura a V imbarazzante da cui fuoriuscivano peli su peli brutti che son brutti) e poi volevo andarmene allegro a casa, che stasera vado al cinese e poi al cinema a vedere Bon baisers de Bruges (eh già). E invece dalla Germania mi arriva una notizia tristissima, per un bambino che voleva andare a pranzo da Aiazzone, vendere mobili e diceva Provare per credere.

Ciao Guido, salutaci Guido. Stanno finendo gli anni 80.

Io mi chiamo Lallo
il castoro del Canadà
e mangio solo legno
di prima qualità.

18 luglio 2008
China di Bruxelles, ovvero KBR e anni Settanta

Sto per riconsegnare il manoscritto e un po' mi dispiace. Mi ci sono affezionato, a questo copista pasticcione che sbaglia a numerare i componimenti che scrive e che gratta via con una lametta Gillette le stanghette rosse di troppo che ha messo. Anche io, come il mio copista pasticcione, facevo un sacco di errori quando disegnavo a china, alle superiori, e i fogli che consegnavo alla professoressa piccola, con capelli color topo e che - dicevamo - portava una sfiga tremenda, beh, i fogli che le consegnavo erano tormentati da avvallamenti e solchi provocati proprio dalle lamette Gillette che compravo solo per questo scopo. Poca barba ora, figuratevi dieci, quindici anni fa. 

E quindi saluto i bibliotecari mal vestiti, scostanti, precisi ed efficienti (il che significa KBR - BnF 3 - 1, visto che i BnF sono ben vestiti, odiosi, imprecisi e incapaci), sia quello con il petto in fuori che assomiglia all'ex pro Rettore, sia quello che sembra un rexista della prima ora ma che forse è solo fiammingo. Saluto il conservatore che è molto più affabile dal vivo che per mail (no, lui devo ancora salutarlo ma sono le cose che odio fare e rimando per scrivere a voi), saluto la caffetteria in radica anni '70, le scale marmorizzate, l'odore di INPS prima delle riforme ringiovanenti, l'atmosfera Ansaldo per cui ti aspetti da un momento all'altro che dall'ascensore le cui porte stentano a chiudersi ("E' come la formazione del governo" diceva ieri un signore anziano che confermava il post che avevo appena scritto) esca un geom. o un rag. se non una sig.na con gli occhiali che cerca di farsi sposare da un avvocato ma che resterà zitella. Saluto i cassettini di legno dello schedario, saluto quel mobiletto art nouveau che sta là dietro la colonna e non si capisce chi ce l'abbia messo e perché. saluto, con vera gioia, però, la demente catalogazione dei libri di questa biblioteca e saluto anche i moduli in fiammingo. Saluto, ed è la fine, il cielo grigio. Tra un po' esco di qui e devo scegliere come impiegare le mie ultime ore bruxelloises


Stasera alle dieci e mezza torno a casa, che è a Paris ancora per tre settimane.

8 luglio 2008
Nemesi del Brutto

Rapido, per aggiornarvi. Ho visto il Brutto da vicino, poco fa, e propongo di ribattezzarlo l'Orribile o il Repellente. Ciononostante, miei cari, ieri sera è uscito con una tipa, perché ci sono più Normali di quanto si creda, credo. Com'è andata?, gli chiede la Giusta che sta per diventarvi simpatica, Già, com'è andata?, dice la Normale già inacidita.

Beh, insomma... era piuttosto strana...
In che shensho?
chiede lecitamente la Giusta.
Bah, non so... era come se si aspettasse qualcosa... eravamo lì che parlavamo di arte moderna e...

E a questo punto la Giusta vendica decenni di saccenze, schianta il cuore della Normale, allibisce il Brutto (o l'Orribile o il Repellente) e conquista la vostra stima.

Eravamo lì che parlavamo d'arte moderna e... e
 la Giusta commenta Che palle!

Non bisogna mai giudicare dalla prima impressione, vedete?

6 luglio 2008
Marronconiglio

Era da un po' che non succedeva, miei cari, ma temo sia capitato qualcosa e bisogna ritornare nei Suibhluoghi oscuri


C'è un coniglio che mi segue. 


Andiamo per ordine, come si deve fare in questi casi. L'altro ieri ero in BnF e discutevo di santa Elisabetta d'Ungheria con una groupie slovacca che mi era venuta a sentire al convegno. Mentre non so che dicessimo sorseggiando un caffé, guardo fuori dal vetro e vedo un coniglio. Ora, io non so se voi avete presente come è fatta la BnF: quattro torri fatte a libro aperto e sottoterra un giardino inaccessibile, con alberi inchiavardati perché non rompano i vetri dei grattacieli, una folta vegetazione senza criterio e felci, tante felci. Io ho sempre creduto che il giardino inaccessibile fosse disabitato, mentre lui sostiene che in realtà quella specie di foresta amazzonica sia abitata da una tribù importata dal Brasile per permettere a Lévi-Strauss di continuare i suoi studi ancorché centenario. Ad ogni modo, si parlava di santa Elisabetta e io strabuzzo gli occhi: Un coniglio! le dico, nella speranza che lo vedesse anche lei. Che buffo, dice, il che mi fa pensare che lo veda pure lei. 

Ieri, invece, stavo seduto sulle scalette di legno della BnF a prendere un the alla menta con un mediolatinista della Normale (questa Normale, non questa) e rispunta, nello stesso identico angolo, il coniglio marrone che mi guarda e sgranocchia un filo d'erba. Un coniglio! gli dico, nella speranza che lo vedesse anche lui. Già, mi risponde, credo sia nato lì... Confesso che in questo momento lo stupore si è spostato dal coniglio al mediolatinista: nato lì? non sapevo se raccontargli come nascevano i bambini o spiegargli che la generazione spontanea non è più tanto di moda, poi si è applicato e ha capito da solo l'errore. 

Oggi di nuovo, uscivo dal bagno e trotterellavo per il corridoio quando vedo una tipa che sta impalata davanti alla vetrata e guarda fuori. C'era il marronconiglio che sgranocchiava il solito filo d'erba e mi guardava. Guardava me, capito? E voi sapete che io non sono uno che ha manie di persecuzione o chissà cosa. E' evidente, miei cari, che il marronconiglio mi vuol dire qualcosa. Non so, è un messaggero di un'altra dimensione, è come Vincent in Lost, o forse è come un orso bianco in Lost o - dio non voglia! - come le nuvolette nere in Lost!  Ma chi l'avrà mandato e per dirmi cosa? Io l'ho osservato un po' e ho cercato di capire, ma non ho capito... non credo voglia che lo segua, anche perché dovrei rompere un vetro e morire dissanguato nell'attesa dell'arresto. Ma ammettiamo anche, per assurdo, che il coniglio non sia lì per un disegno ancora incomprensibile  tracciato da qualcosa più grande di me (la CIA, dio, Benjamin Linus, Maria De Filippi): cosa diavolo ci fa un coniglio intrappolato in un giardino inaccessibile? chi ce lo potrebbe aver messo? 


E' evidente che mi vuole dire qualcosa, devo solo aspettare di capire cosa e spero non sia né uccidere mio padre né spostare la BnF. Quello che è sicuro è che il coniglio è là per me: stasera ho comprato del cibo cinese dal traiteur cinese sotto casa e mentre stavo uscendo con il mi bel sacchettino pieno di cose che contraddicono questo post, la signora cinese mi chiama e mi dà una cosa. 


Questa


Bianconiglio



Ancora dubbi? La BnF vuole parlarmi e ha mandato un coniglio. Vi terrò aggiornati.

5 luglio 2008
Iodio. Chi parla di cose che non sa e avrà un futuro assai triste

Stavo bevendo un caffè ciofeca e volevo leggere, con la passione che merita, il solito Littell, poco fa, ma non ho potuto. Mi ero trovato una comodissima postazione nel café des Lettres, con una fonte di luce potente alle mie spalle, un tavolino dove poggiare il gobelet, e invece niente. Quelli parlavano e io non potevo. Con “quelli” intendo un gruppo così composto: lui, polo a righe orizzontali (anche io oggi ho una polo a righe orizzontali maa differenza di lui, posso permettermelo perché non diventano ondeggianti dune a livello della panza), calvo al massimo entro cinque anni, barba non particolarmente curata, lei, assai curata, maglioncino giusto, scarpe giuste, atteggiamento giusto, odiosa, l’altra, banale, capelli normali, abbigliamento normale, occhiali normali (montatura di metallo argentato, pensate…). Sono appollaiati sul trespolo attorno a un tavolino, hanno appena terminato di mangiare e si sentono in dovere di parlare di letteratura. Nel giro di quattro secondi netti li decodifico come italianisti e ignoranti. Su “italianisti” potrei sbagliarmi, su ignoranti bah, magari sbaglio anche qui ma sentite cosa si dicevano. Il mènage mi è stato chiaro dopo un po’ ma a voi lo rivelo subito:tutti volevano fare bella figura e quindi si riempivano di parole stonate e di concetti smodati, esprimevano giudizi tagliati con l’accetta ma senza una minima competenza. Ecco, io odio come poche cose al mondo chi si prende troppo sul serio, chi studia una cosa e quando ne parla cambia tono, espressione del volto, inclinazione del cranio. Ora, tipa Giusta, perché devi commentare Tabucchi, se poi mi dici che non l’hai mai letto? E perché devi farlo con quelle parole che sembrano copiancollate da un manuale di letteratura per le scuole? scuole medie, tra l'altro. E tu, tipo Brutto, perché devi confondere continuamente il termine “sociale” e “politico”? politica non è una parolaccia, una cosa di cui non si deve parlare anche se lo so che dalle tue parti (che poi sono le sue) è così. E perché, tipa Normale, devi dire che in Sostiene Pereira non c’è un adeguato approfondimento storico? E cosa è, un tema della maturità? Non si può scrivere un libro con una ambientazione, evitando di snocciolare dati e date? Soprattutto, Giusta, non ti consento di farneticare su racconto & romanzo. Perché no, tipa Giusta, non vuol dire niente che “se uno scrive un racconto o scrive un bel racconto o scrive una cosa proprio brutta” e vuol dire ancora meno se lo dici con ‘sto accento lagunare e ‘sta espressione beota. No, Giusta, i libri non si misurano in pagine e quindi un racconto non è un romanzo scritto in meno pagine, no. E soprattutto il problema della letteratura, ammesso che tu possa davvero individuarne uno, non è che escono troppi racconti perché tutti dopo aver scritto un romanzo scrivono dei racconti perché ci si mette di meno e perché devono pubblicare qualcosa per forza. Ma tutti chi?

Mentre tutte ‘ste farneticazioni avvenivano, io mi contorcevo sulla sedia, cercando sguardi di complicità da qualche italofono ma l’unico che c’era, stava leggendo Fred Vargas e non voleva che nessuno lo decrittasse come italiano, lo stronzo. Io mi contorcevo, sarei intervenuto ma non mi pareva il caso. Alla fine è risultato che la Giusta è la donna più cretina mai nata, commentava ogni frase e contestava ogni virgola per partito preso. Come faccio io, ok, ma io lo faccio meglio. La tipa Normale diceva molte sciocchezze ma ho capito dopo un po’ per quale motivo cercasse di dimostrarsi saggia e l’ho scusata. Inspiegabilmente, perché il mondo è inspiegabile quanto stupido e stronzo, la Normale voleva fare bella impressione sul Brutto. Non soltanto culturalmente: quella se lo voleva proprio fare. Il che ha dell’orrido, ma voi potete solo immaginare quanto. Secondo me la Normale, che era molto più carina del Brutto, come dice il nome, è una di quelle che sopravvaluta la testa delle persone perché credono che stia bene così, perché credono che le apparenze siano una cosa disdicevole e che la bellezza sia solo quella interiore. Di più: credono che sia meglio essere un po’ brutti e che se uno non lo è beh… sarà superficiale. La Normale, e quelli come lei, crede che uno che studia Joyce (il Brutto se ho ben capito ama Joyce, il che spiega perché dicesse meno stronzate delle altre e perché fosse così taciturno) debba essere la persona giusta per lei: Sa tante cose.... La Normale, e tante e tanti come lei, non sarebbe nauseata all’idea di andare con un bel figo che studia giurisprudenza o che fa ilcommesso in un negozio di telefonini, ma sente che in qualche modo non dovrebbe farlo perché la bellezza è una cosa brutta. Non so se sia colpa del cattolicesimo o di Alessandro Canino, del comunismo austero o di Ritanna Armeni, però alla fine la Normale assomiglia a quelle che vanno a miss Italia, con ladifferenza che alla fine lei resterà coerente alle frasette che va dicendo e si metterà con uno come il Brutto che pensa più a Joyce (o alla chirurgia vascolare, o al diritto amministrativo, o alle turbine) che a lei, soffrirà come una cagna per tutta la vita e poi, quando avrà 50 anni, scriverà a Natalia Aspesi una lettera coltissima e appassionata che verrà pubblicata sul Venerdì con una crudele risposta della giornalista. Ora, io esagero ma è evidente che nell’interesse della Normale per il Brutto non c’è nulla di spontaneo e almeno l’attrazione dovrebbe esserlo, no? Come se questo non bastasse (voi avete capito, la Normale mi fa incazzare ma alla fine mi riempie di tenerezza) la Giusta se ne frega del Brutto ma vuole fare la star e si mette a contestare ogni frase della Normale e poco importa se le frasi fossero effettivamente contestabili. Il risultato è un teatrino piuttosto fastidioso ma anche decisamente interessante, con dinamiche un po’ piatte a causa dell’insipienza del Brutto e della sciattezza dei personaggi. Vi risparmio le disquisizioni su Pirandello ("In fin dei conti è sempre rimasto un teatrante”), su Sciascia (“Non era tanto bravo a scrivere romanzi, infatti scriveva racconti lunghi” e soprattutto “Ma quante pietre miliari della letteratura italiana ci ha dato la Sicilia? Fino al celeberrimo Camilleri, no?” senza farsi mancare l’atavistico “Secondo me gli scrittori che vengono dal Sud non sono tanto bravi con i romanzi, preferiscono scrivere racconti” e Tomasi di Lampedusa e Verga si fottano) e su Caos Calmo (l’unico libro di cui parlano di cui è evidente che l’hanno letto).

Non vi risparmio la scena finale, però. “Andiamo a prendere un caffè?” dice la Normale, e si alzano come un sol uomo, dirigendosi verso l’uscita. Poi la Normale si rivolge tremebonda al Brutto: “Il modo il cui tu analizzi i romanzi è… a 360 gradi… tu fai attenzione anche agli aspetti narrativi, alla costruzione dei personaggi… il mio sguardo è più sulla storia, la vicenda, l’ambientazione…”. “Ma no" risponde lo scellerato "non credo sai? Anche tu quando leggi, leggi con attenzione…”.

Negli occhi della Normale un brillio sgomento e nel mio profondo la certezza che soffrirà tanto.

30 maggio 2008
Asiani e Tricia Tanaka (o Takanawa)

Dopo essermi chiesto da per un’oretta buona il motivo per cui in sala W, alla BnF, ci fossero così tanti asiatici, dopo essermi sentito un po’ Almirante un po’ Brice Hortefeux, mentre ingannavo il tempo cercando di capire se il tipo accasciato davanti a me, di cui si vedevano solo le mani, fosse asiatico o europeo valutando il colore della pelle (Risposta mia: è europeo, le mani sono da bianco sfaccendato ma invece è giapponese, ha gli occhi da giapponese, gli occhiali tendenza e la pettinatura da Tokio Hotel, che non sono giapponesi ma non importa), ho scoperto che la sala W non ospita solo la storia dell’arte e i transfughi dalla sala V, littérature française, piena e straboccante, ma ha anche una sezione di littératures orientales. Ora, per quale motivo il dio della BnF abbia stabilito che la successione alfabet-tassonom-culturale fosse: U Letterature straniere, V Letteratura francese, W Storia dell’arte e letterature orientali, per quale motivo – insomma – il dio della BnF abbia previsto un cordone sanitario di libri su Cimabue, Caravaggio e Magritte lo ignoro.

Però poco fa una specie di Tricia Tanaka bibliotecara (o più probabilmente una Tricia Takanawa), ineffabile come una maschera di cera, mi ha dato i libri sbattendoli sul tavolo, alla mia richiesta di un antivol me l’ha sbattuto sul tavolo senza emettere un suono, ha scritto sul suo quadernino il mio cognome e poi il mio nome al posto del numero di tessera, ha quindi escamato Putain!, cancellato il mio nome con un tratto deciso, mi ha guardato con odio e ha scritto il numero giusto. Secondo me Tricia Takanawa lavorava nell’ufficio del dio della BnF, prima, e il dio, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, ha previsto un cordone sanitario di storici dell’arte (che sono sempre o leziosi o deliziosi, sempre sempre) tra i suoi compatrioti e i perfidi asiani. Sì, mi pare l’unica possibilità razionale.


Oggi finisce la quarta serie di Lost, a proposito…

20 maggio 2008
Gli insetti della carta, Suibhne e i manoscritti

Questo post sarà postato stasera, con l’orario di adesso, ma già che son qui, in attesa, vi comunico… sono nella sala manoscritti occidentali (che si dice occidentaux e non occidental come dico sempre io) della Biblioteca Nazionale di Francia, sito Richelieu. La sala è come ve la immaginate: pavimenti di legno, banchi di legno intarsiato, piano di lavoro in pelle rossa, silenzio (ma meno del previsto), facce serie e seriose, un catalogo di minuscoli cassettini in legno, che nessuno usa visto che ci sono anche i computer per la consultazione informatica, tre sorveglianti, una all’ingresso, gentile, che ti dà un quadrato di plastica verde, spesso e duro, di 10 centimeti di lato su cui è stampigliato il numero di posto dove andarti a sedere, una infondo, che prende le tue richieste, scritte su minuti foglietti copiativi, come quando da bambino andavo alla De Amicis, ma solo a matita perché “Seul le crayon est autorisé” dicono scritte ovunque, come sugli autobus c’è scritto “Non parlare al conducente”, poi cambia la tua plaque verte con una plaque orange, uno al centro, che viene definito conservateur e che dovrebbe essere tecnicamente uno stronzo, a cui comunichi le richieste impossibili, cioè gli dici che oh, ti serve vedere il manoscritto tal dei tali, compili (a matita!) un formulaire ben più lungo e dettagliato (Nome? Cognome? Indirizzo? Telefono? Mail? Titoli accademici? Soggetto della tesi? Direttore della tesi? Perché vuoi vedere il manoscritto, eh? Vuoi mica il microfilm?) che poi comunicherà al President. Perché tutte le biblioteche del mondo hanno un direttore, ma la Bibliothèque Nationale de France ha un President, che io immagino ancora più circonfuso di luce celeste che il Megadirettoregenerale della ditta di Fantozzi. Lo vedo là, regale (perché in Francia i presidenti sono reali, ve ne sarete accorti, e la rivoluzione e tutte quelle cose là sono tutte balle) mentre il tizio che di solito ti porta i microfilm gli porge il mio foglio, scritto a matita, sì, ma chissà con quanti errori ortografici… io le ho controllate tutte le s dei plurali, ma magari che ne so… ho sbagliato le desinenze verbali che questi stronzi qui mica fanno le riforme ortografiche che risolvono l’esistenza… il rapporto conflittuale tra dottorando e bibliotecario è noto, ci si detesta cordialmente, nella maggior parte dei casi e soprattutto in Italia, però ci si sente più o meno paritari. Il rapporto con i conservatori è del tutto differente, dalle loro scelte più o meno capricciose dipendono i destini di giovani ricercatori. Si raccontano leggende, sui conservatori capricciosi. Si racconta di quello che doveva vedere un manoscritto per la tesi di dottorato e non glielo volevano dare “Sticazzi” dice quello, e consulta solo il microfilm. Finisce la tesi, sta per consegnarla, poi il conservatore capriccioso gli fa vedere il manoscritto e tadan! lo sventurato scopre cose che il microfilm non può mostrare (che ne so… i colori delle rubriche, la fascicolazione…) e la tesi salta. Nelle versioni più drammatiche lui abbandona il dottorato e si fa frate, in altre si limita a fare un tour de force fino alla consegna, in altre ancora viene morso da un insetto della carta (si evince quindi che il codice non fosse pergamenaceo) e diventa un supereroe filologo contro le forze del male, che percorre il continente insegnando ai dottorandi a usare la macchina per i microfilm, evitando di fare saltare il negativo, mettendo dalla parte giusta la microfiche, combattendo contro i conservatori cattivi.

Ecco, io lo so che adesso il Presidente sta ridendo satanico e sta sbarrando la casella " incommunicable" sulla mia richiesta, gridando “Su être va il circonflesso, merdaccia!”. Ma so anche che c’è il supereroe filologo, che non ha ancora nome, ma che non può che chiamarsi LachMan: mi difenderà, manderà le sue mosche ammaestrate a scagazzare sulla e di être così che gli sembri un circonflesso e lo induca a barrare la casella “original autorisé”.

È un’ora e venti che aspetto che mi comunichino qualcosa e a ogni carrellino di metallo che passa ho un microbrivido. Perché qui i manoscritti li porta in giro una signora nera (ho il sospetto che sia quella che faceva la stronza in salle Y l’anno scorso e che è stata punita da LachMan che l’ha fatta declassare a portacarrello) con un carrello di metallo degli anni ’80, che sembra una barella per autopsie. Poco fa, invece, si è presentata la conservatrice che sta al centro della sala e che mi ha dato il foglietto bianco. Io non ho capito bene e devo avere fatto una faccia da scemo perché mi dice “C’est vous qui avez démandé bien le XXX?” e io dico “Oui, oui, merci…”.

Original autorisé, e una firma in un alfabeto sconosciuto, che deve essere l’alfabeto del pianeta dei Presidenti di Biblioteca. Grazie LachMan!

13 maggio 2008
There's a new boy in town and he's looking good

Dicono che dovrei farmi crescere la barba, ma non so. Nasce a chiazze e non ho ancora capito se quando ne ho un po' sembro uno che si è appena svegliato, uno scappato di casa, un undicenne, un folle affetto da alopecia oppure un uomo bello e tenebroso. Non ho ancora capito, in pratica, se sembro Mickey Rourke o Mickey Mouse, e la cosa non è indifferente.

Ad ogni modo, in attesa che un nuovo Suibhne sia anche visivamente intuibile, oggi ho fatto qualcosa che mi allontana sideralmente dalle mie abitudini. Sì, piu' di quando mi sono iscritto in palestra. Sì, più di quando ho votato quello che ho votato, un mese fa. Sì, più di tutto. Voi sapete che sono noto per finire le cose poche ora prima della scandenza, vero? E anche che a volte finisco qualche ora dopo, esatto. Beh, non so se sia per questo oppure per Parigi o per il fatto che mi son detto "Prima lo faccio, prima me lo levo dalle palle", ma ho già finito l'intervento per il convegno di giugno e l'ho finito 42 giorni prima. Ora, non so quante ore siano quarantadue giorni, ma di sicuro non poche, ne converrete. Chi lo sa, magari è l'inizio di un nuovo corso, con meno occhiaie e con conclusioni meno frettolose? O magari è un caso?

Non so, per ora esco dalla biblioteca, canticchio la sigla di Alice e vado a comprarmi una fetta di carne per stasera e una tortina dalla mia amica. Poi vado a fare una passeggiata e intanto valuto se comprarmi o no il volume della Plèiade su Levy-Strauss che compie gli anni.


(tutti i link saranno inseriti stasera da casa... ci sono un po' di casini informatici in BnF oggi pomeriggio e molti computer sono inagibili... già ho una fila di saccentelli in attesa che liberi la postazione, e ora la libero, state tranquilli, però prima amici, lettori e groupies, volevo che sapeste...)

DIARI
30 aprile 2008
E tutto il mondo è paese

Rapido dalla BnF, un anno dopo. Esattamente un anno dopo, tra l'altro. Mi faccio rinnovare la tessera (quest'anno, incuranti dei risultati delle elezioni italiane, la carta è rossa), scendo, mi siedo al posto V. 102 (se c'è qualche lettore in BnF sa dove trovarmi, se vuole), noto che il mio vicino di posto ha il mio stesso mac e il mio stesso portamac e che probabilmente è italiano (scopriro' poco dopo che effettivamente lo è), vedo poco distante il mio nemico dello scorso anno (declassato a inutile caccoletta quando ho sentito il suo insulso intervento a un convegno), vedo la vecchia troia cinese e vado a prendere un caffè.
Entro, un anno dopo, nel Café des Lettres, lontano millanta chilometri da Zurigo e millemila dal dipartimento e mi sento chiamare. Una italianista del Dipartimento. Una delle meno offensive, certo, una delle meno ottuse, forse. Ma è la prima cosa che incontro a Parigi: una italianista di Genova.
Fuori piove e non so se prendere 'sto incontro come un buono o un cattivo (oh, che tentazione di vederlo cattivo) auspicio...
Pero' sta spuntando il sole, sono a Parigi e le persone che erano con l'italianista sembravano simpatiche... ma si': buon auspicio.


Credo.

DIARI
25 luglio 2007
La mia strana euforia e il primo addio

Ultimi minuti dell'ultimo giorno in BnF. Letto le ultime cose che avevo da leggere e che non avevo ancora letto, discusso con un impiegato del servizio riproduzioni, fatte dopo lunghissime traversie le fotocopie che non avevo ancora fatto, sbirciato anche l'ultimo libro che ho ritirato (un numero di meta' Ottocento della Revue de bibliophilie belge, numero sbagliato pero' e allora lo restituiro' all'oblio in cui era rimasto negli ultimi centocinquant'anni) sono pronto a uscire. Ora riconsegnero' i 9 documenti di oggi, sorridero' al bibliotecario della sala M e percorrero' a piedi tutti i corridoi interni alle sale, cosi' da salutare con uno sguardo i miei compagni di lavoro che vedo sempre e che mai ho salutato. Il vecchio con gli occhiali gialli, quella che secondo me ci conosciamo ma non so se è vero e non voglio fare quello che dice "Hey, ma io ti conosco", la troia cinese, il mio nemico, i giapponesi, la povera nana e la povera donna cannone, i bibliotecari della Sala V, dalla donna anni 40, a Kathy Bates, al negrone coi rasta, al negro cattivo che il primo giorno non mi voleva fare andare in bagno, all'indiano in completo, alla ragazzina svogliata, all'obeso brizzolato...
Strana sensazione di euforia, ci credereste? Un po' ultimo giorno di scuola, un po' l'impressione di aver finito un lavoro, un po' le emozioni della vigilia delle vacanze. Anche se vacanze non ne faro' e sara' invece un agosto di lavoro, tra l'intervento per il convegno di settembre e un capitolo della tesi da consegnare. Ho una leggera tachicardia, la testa leggera, la voglia di uscire al sole e una malinconia rassegnata che sta sotto sotto, tanto sotto che sembra che non ci sia.


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DIARI
19 luglio 2007
Riniti giapponesi

Come qualcuno di voi forse già sa, sono malato. Ho un raffreddore piuttosto serio che mi fa starnutire almeno ogni quindici minuti e che mi obbliga a soffiarmi in naso spessissimo, con la grave conseguenza che mi si stanno screpolando le narici. Speriamo non ci siano complicazioni, ma l'aria condizionata della BnF, che ben poco rispetto ha per l'ambiete, potrebbe essere fatale.
La BnF è piena oltre che di personaggi usciti da Freak o scappati dal circo Barnum, anche di giapponesi. Ce ne sono una quantità sorprendente, tutti con occhiali di tendenza e visi tra il serio e l'ironico. Ci sono anche dei giapponesi più in là con gli anni e quelli assomigliano a personaggi destinati a morire in un film di Godzilla o in Megaloman, con occhiali spessi, riga in mezzo e camicia senza maniche di poco conto. C'è poi quella che io chiamo, tra me e me, la troia cinese per il solo fatto che avrà sessant'anni, sta sempre alla postazione U 31 con un dizionario dei sinonimi e contrari ma preferisce fare sfilate in giro per la sala, truccata da baldracca e vestita peggio. Di solto ha delle camicette ipotetiche, fatte di rete di maglia a trama piuttosto ampia, uno scialle e una gonna corta, ha la pelle lucida come chi usa troppe creme e non come chi non usa quella opacizzante e ha capelli cotonati e trafitti da colpi di sole. Perché la chiami affettuosamente troia è evidente, la definisco cinese, invece, perché sembra uscita da un film taiwanese. Ad ogni modo, non di lei dobbiamo parlare ma del mio problema.
Come ricorderete sono molto malato, starnutisco e mi soffio il naso. Solo che poco fa ero nel café des Lettres a bermi un caffé ed ero solo, assieme a due giapponesi, un uomo e una donna di meno di quarant'anni, seduti davanti a me. Tiro fuori i fazzoletti di carta e sto per soffiarmi il naso quando...
Mi viene in mente che in Giappone soffiarsi il naso è assai disdicevole, scandalizza e fa ridacchiare sotto i baffi, come quando parla Bossi o quando, avendo mangiato al ristorante messicano, scappa qualche suono poco opportuno. Certo, qui sono in Francia e, come direbbe il Président La France tu l'aimes ou tu la quittes, però sono in evidente minoranza... Che faccio, mi soffio il naso e li scandalizzo oppure tiro su, come farebbe un giapponese o un bambino delle elementari a cui la maestra direbbe "Non ce l'hai il fazzoletto?"
Ci ho pensato un pochino, mentre sentivo che il tempo per decidere stava per scadere. Poi ho deciso: tamponato il naso, in attesa di finire il caffé, uscire e soffiarmelo sonoramente. Ero fiero del mio rispettosissimo atteggiamento quando uno starnuto ha rovinato tutto e ho dovuto correre ai ripari con molto più rumore del previsto, tra l'altro... Sbircio i giapponesi per verificare gli effetti. Niente, immobili. Tranne le palle degli occhi di lei, che hanno cominciato a ruotare per ostentare noncuranza.


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DIARI
10 luglio 2007
Le fragole del due novembre

Se a Parigi sembra di essere in ottobre, in BnF siamo direttamente al Giorno dei Morti. Freddo, cupo, gente con la sciarpa che cammina velocemente negli ancor più gelidi corridoi che costeggiano le sale di lettura e si sfregano le mani per riscaldarsi e pensando, chissà, che al paese proprio fa caldo e la gente va al mare.
Ad ogni modo, fuori fa troppo freddo perché la gente decida di usufruire delle due ore d'aria gentilmente concesse dal direttore della biblioteca ai ricercatori, soprattutto considerando le asticelle burocratiche che cercano di impedire l'esercizio di questo elementare diritto octroyé. Per questo motivo diventa una impresa trovare un posto dove sedersi nei café delle quattro torri. Qui li chiamano café ma, a parte quello des Temps, i café des Lettres, des Lois e des Nombres sono tre stanze con altrettanti distributori di caffé e snack, molto, molto peggiori dell'area macchinette in via Balbi 2 a Genova, se non altro perché qui non c'è City né Metro. Di solito la gente si porta da mangiare da casa, anche in considerazione dei costi proibitivi del café des Temps, l'unico dotato di un personale in carne ed ossa, che esiste solo per gli uomini di mezza età che ritengono indegno prepararsi qualcosa in precedenza o che, più semplicemente, non pensano al fatto che anche tra i libri puo' venire fame. Ad esempio davanti a me poco fa c'era un tipo un po' stempiato che, visto che era finita la quiche di verdure che voleva, ha pensato che un equivalente potesse essere la piemontaise au jambon, vale a dire un pentolino di plastica pieno di maionese in cui erano affogate cose la cui natura non voglio appurare. Non contento si è fatto dare anche un sacchetto di patate fritte che usava come cucchiaio. Disgustoso.
Ma la cosa per cui vi ho scritto questo post è un'altra. Vicino a me si è appena seduta una signora di una cinquantina d'anni, con faccia e modi scontati di una prof di italiano delle medie, una tinta un po' troppo brillante e un sorriso gentile. Ha appena preso un caffé e lo posa sul tavolino. Poi apre la borsa e tira fuori una coppa di fragole succulente e una tavoletta di cioccolato di dimensioni mai viste. E inizia a mangiare. Sarà uno scempio nutritivo, ma l'ho trovato un gesto incantevole di una persona che si vuole bene.

DIARI
29 giugno 2007
Danubio blu

Oggi è una giornata un po’ strana. Il tempo è grigio e non stupisce. Ho faticato moltissimo a svegliarmi a un’ora decente, e neppure questo stupisce, ma ce l’ho fatta. Oggi sono in sala R, vale a dire Histoire de la science et sciences appliquées, ambiente che non mi compete affatto se non fosse che la marchetta di qualche giorno fa mi ha procurato un ingaggio per un convegno su “Medicina e Magia nel Medioevo” e mi sono ributtato sui miei testi medici e sulla lebbra. Se i ricercatori della salle V, quella di francese, sono detestabili hanno almeno un pregio: sono giovani, allegri, hanno visi distesi e, quando vanno nel café des lettres a fare una pausa, parlano e ridono. In salle R invece non c’è quasi nessuno e chi c’è è vecchio e ha le sopracciglia aggrottate. Prendete quello davanti a me: non solo ha una faccia antipatica (mi ricorda qualcuno ma non so chi…) e picchetta con spocchia su un Mac, ma continua a tirare su col naso, facendo un rumore odioso e dimostrandosi davvero maleducato. Visto che non mi faccio i cazzi miei ho sbirciato i foglietti con cui ha richiesto i libri che non sta leggendo e non pare voler leggere. Si chiama Johann Strauss, poverino. Però dovrebbe prendersela con i suoi invece che dar fastidio a me, non vi pare?

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