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Voglio sui miei taccuini scrivere le bazzecole che mi frullan per il capo, dar di morso a chi mi attacca, liberar la mia bile...
13 ottobre 2009
Crunch. Crunch. Crunch.

Non c'è niente, davverno niente, di più fastidioso dei rumorini insignificanti in un silenzio completo. La carta di una caramella al cinema, i colpi di tosse a teatro, il tamburellare di un piede a un funerale... oppure il masticare crunchante e vigoroso delle M&M's di questo Tintin cresciuto che mi sta seduto davanti, in BnF. E non ne mangia una, ovviamente! Una caterva, ma una per volta così da dilatare il rumore, spalmarlo per minuti. E non pare accorgersi del fatto che tutti lo stanno fissando. Beh, tutti... io più degli altri, forse...

Alzo il volume di iTunes...

9 settembre 2009
Nei bassifondi di Parigi. François Villon.
Mai vista tanta gente in una biblioteca municipale. O meglio: mai visto tanta gente in una biblioteca municipale che gira tra gli scaffali, consulta, ricerca e si informa e senza utilizzarla come aula studio. Ne consegue che c'è abbastanza silenzio, qui alla Bibliothèque Municipale François Villon, à Belleville. Abbastanza, non troppo perché non ho mai visto così tanti bambini piccoli in una biblioteca municipale e, si sa, i bambini piccoli ogni tanto frignano. E poi c'è una bibliotecaria, una sola, che parla a voce alta.

I pochi tavoli sono al piano interrato, mentre la sezione jeunesse è al primo piano. Mi siedo vicino a un ragazzo askhenazita che sta leggendo un manuale di ornitologia e se ne andrà quasi subito, davanti a me un ragazzo coi capelli troppo fini ricopia su un blocco le istruzioni di un manuale per ottenere uno stage.

La biblioteca François Villon è un luogo familiare e strano, che mi ricorda - ben più grande, in verità - le biblioteche di quando ero bambino, con tanti libri un po' vecchiotti negli scaffali bianchi, i tavoli da scuola e le sedie di legno, un sacco di gente e qualche computer, il wifi gratis offerto dal comune di Parigi e dalla regione Île-de-France, in collaborazione con Orange, cioè France Telecom, cioè - se ben ho capito - sempre lo Stato. Davanti a me, una signora verde pisello fruga nella sezione Arte, dalle parti di Max Ernst. Mi guardo in giro, ci sono cinque portatili di cui tre mac (due macbook e un mcbook air, addirittura!) che rendono Cupertino assai vicina a Belleville di quanto fossi solito ritenere. Accanto al ragazzo coi capelli fini si siede una signora, con un impudico manuale di ginecologia. Si alza perplessa e torna con Santé au féminin, immagino abbia qualche problemino là sotto e rileggo la morfologia dell'articolo determinativo in piccardo. Poca gente che studia, confronto alla mia esperienza, qualche ragazza cerca DVD, qualche signore legge il giornale o consulta le enciclopedie, una rotondetta che non ha pudore a presentarsi con un top di pizzo rosa scartabella tra i dizionari.

Mentre sbadiglio e penso che è una fortuna aver scoperto che la BnF era chiusa prima di arrivare là in fondo, e che è vero quel che diceva Madame X (Vada nelle biblioteche municipali! son così sorprendenti!) si avvicina un signore con pochi denti, e quei pochi un po' marci, che mi sorride molto, si scusa millanta volte e mi chiede di aiutarlo a connettersi col wifi. Io lo aiuto, perché mi piace aiutare la gente, cosa che secondo un test su facebook vuol dire che assomiglio a Jack Shepard. Il signore si scusa ancora e mi ringrazia ancora, mentre mi siedo entra il meno probabile utente di una biblioteca, vestito con una giacca di pelle rossa, una bandana, che tintinna mentre cammina e che porta in mano un monopattino, sì, un monopattino.

Non riesco a definire un odore, in questa biblioteca, e la cosa mi sorprende un po'. Vorrei farmi dare le chiavi del bagno, ma il signore di prima dice che non riesce a connettersi, lo aiuto - lui ha un odore, che è l'aglio temo... - ma il suo computer non riesce a connettersi, ne sono desolato, ottengo le chiavi del bagno e - quando esco - vi scrivo un post.
13 agosto 2009
Antivigilia di ferragosto, con polacchi smaialanti e sputazzate in un microfono

Città vuota, come in una ovvia canzone di Mina. Per le strade solo turisti (avvistati oggi: numerosissima famiglia mediorientale che occupa militarmente il chiostro di Sant'Andrea per fotografarsi in ogni modo possibile, gruppi di donne nordeuropee rossocrinite con immensi zaini che scalano l'erto centro, famiglie numerose che vengono dalla Francia (solo i bimbi francesi sono queruli e strillanti come quelli italiani), coppia di giapponesi silenti che sorride anche se non sa decifrare la cartina, triade polacca che smaiala mangiando calzoni davanti alla cattedrale che se li vedesse Walesa altro che Madonna che canta all'Assunzione!) e immigrati, oltre a qualche rara orda di giovanotti che non è al mare e preferisce strillare. 


Dove sono tutti, mi chiedo? Dove? In vacanza perché tra due giorni è Ferragosto? In casa a vedere repliche di programmi invernali?


No, son tutti quanti alla Berio, l'intera città sta là dentro tanto che trovare un posto è arduo assai. Ma perché questi studiano? non potrebbero lasciarmi nel deserto totale a scrivere la recensione che sto scrivendo, dicendo noi come fossi il papa, che io mi pare superbo? Trovo un posto - circondato da giuristi - tra lo scaffale di cucina e hobby (casella arancione del Trivial, se fosse questo il caso, Dewey 600 e qualcosa, tra Il grande libro del giardino  e Zuppe, Risotti, Polente) e quello di finanza e Bill Gates, con a sinistra tutta la letteratura italiana che c'è.


Gli utenti d'agosto son educati, però, non parlano quasi mai, son vestiti in modo sobrio (di solito qui si viene a sfilare) e danno all'edificio un vago sapore di biblioteca vera e propria. Ci penso mentre mi mangio il mio grappolo d'uva sgranato nel mio tupperware, fingendo di leggere un libro in giardino, mentre si sentono uccellini che cinguettano e l'afa dà tregua. Non sembra quasi la solita Berio, quella che mi fece scrivere un message in a bottle e dove mi scambiarono per sapiente (o bibliotecario). I bibliotecari, però, son sempre gli stessi, c'è sempre il solito lavoratore socialmente utile e c'è sempre la solita signora a leggere gli annunci del tipo "Si fa presente alla gentile clientela che il prestito libri è sospeso alle ore 18.30". Chissà perché scelgono lei... All'inizio credevo fosse un disco, ma il fatto che ogni volta il panico la blocchi su una parola diversa mi fa dedurre che no, è proprio una donna eletta alla lettura. Chissà perché scelgono lei, che non ha una voce particolarmente bella e che sputa regolarmente nel microfono. Chissà perché non le dicono di stare, almeno, un po' distante...

7 agosto 2009
Riportando a casa tre anni di fotocopie. Congedo.

Tre anni di fotocopie sono immensamente pesanti. Stamattina son andato in dpt, che è chiuso anche se i dipendenti ci sono e non si capisce perché non tengano la porta aperta e si limitino a giocare a solitario col computer in attesa dell'ora di uscita. Sono salito al piano di sopra, deserto: non c'era Panzone, non c'era Stronzetto, non c'era l'Ovale, nessuno, nessuno, nessuno. Solo tre anni di fotocopie, un paio di libri che avevo lasciato sedimentare su uno scaffale. Riempio lo zaino e fatico a farci stare tutto, perché tre anni sono lunghi, sapete? Che poi io dico "tre" ma tutto sommato sono di più, son quattro, quasi cinque... Mi sembra di essere uno di quei personaggi da telefilm americano, che lascia l'azienda perché è stato licenziato oppure va in pensione, si trasferisce o chissà che, e riempie una scatola di cartone con tutti i suoi oggetti: la foto della moglie, il mug con la frase simpatica in cui teneva tutte le matite appuntite, i passatempi moto perpetuo...


Signore, signori, questo è il congedo dal dpt, definitivo probabilmente. Le prossime acide irritazioni verranno dalla BnF, probabilmente, o da qualche sezione della Sorbonne. State pur tranquilli che ci saranno, ci sono già state...

19 marzo 2009
Il Novissimo e Roccacannuccia

A venti giorni dalla discussione sono ancora in uno stato semi-vacanziero. Il "semi" è dovuto al fatto che sì, dormo (ancora) di più, perdo (ancora) più tempo, vado (ancora) più in giro e non ho (ancora!) pensato a come organizzare il discorso in francese alla discussione, prima dello stillicidio di domande (mi aspetto, ad esempio, bombardamenti dalla Svizzera). A fronte di questo, però, penso al futuro con fiducia vacanziera e sto ambendo a posti in due continenti e quattro paesi, per ora, il che dà l'idea di un ampio ventaglio di chances anche se voi sapete benissimo che è solo una impressione. Ad ogni modo, per rifinire domande e progetti continuo a frequentare le biblioteche e a fare quello che in 'sto momento della mia vita - ve ne accorgerete anche per la mollezza di questo blog, da un po' di tempo a questa parte - non ho più voglia di fare, cioè scrivere. Peggio ancora, in lingue che maneggio con troppo rispetto per risultare efficace. Ad ogni modo, oggi sono all'Universitaria, il mio Nemico Numero  Uno non mi ha trattato male e questa è già una notizia. Mi son seduto tra la folla di studenti silenti (i ciellini là in fondo, non ne conosco più neanche uno il che significa che sono passati tanti anni da quando ci facevamo reciprocamente la lotta, un ex brigatista che ha pagato il suo debito là davanti, qualche italianista sparso per la sala, i soliti due o tre pazzi) e scribacchio 'sto progetto che salverahahahah il mondo.


Come ben sapranno i bibliotecari e gli utenti di biblioteca i libri più facilmente irreperibili, quelli più a lungo presi in ostaggio dagli Incompetenti sono i vocabolari in quest'ordine: 1) italiano (ho visto gente studiare storia con un vocabolario davanti, non ho visto quasi mai nessuno consultarlo veramente...), 2) inglese, 3) latino (ma solo in determinati periodi dell'anno o in determinate biblioteche), 4) francese e altre lingue. A me serviva un vocabolario di categoria 4 ma ne ho trovato soltanto uno un po' vecchiotto. Poco male, mi sono arrangiato perché tanto i veri problemi son sempre e solo quelli sintattici. Però ho anche notato come è cambiato il modo di fare vocabolari e mi son sorpreso a scartabellare in su e in giù (volume acefalo per caduta meccanica di una carta e lacune sparse, tra l'altro) per vedere che parole non ci sono. Non c'è, ad esempio, pionieristico, ma c'è pioniere, che fa ovviamente pionnier. Penna è ancora unicamente plume e tra innocentista, partisan de l'innocence, innocènza, innocence, da una parte, e innocuamente, inoffensivement, innocuità, innocuité c'è anche Innocenzo, Innocent e meno male perché non sapevo come chiamare Lotario di Segni. 


C'è anche, ed è l'occasione di questo post, Roccacannuccia. Io non avevo la più pallida idea che si usasse "Roccacannuccia" per indicare un paese immaginario, né ovviamente che in francese la stessa cosa si dicesse Landerneau. Che voi sappiate si usa ancora o è un relitto Sixties, come le cravatte sottili o i revival estivi, le zebre a pois e i balli del mattone? Esiste anche l'espressione è di Roccacannuccia a indicare "persona gretta", che andrebbe tradotto in c'est un vilain crasseux.


Chissà se qualcuno, negli ultimi quarantacinque anni, ha cercato Roccacannuccia sul Novissimo Vocabolario che odora di ultimo piano, o di aula scolastica il primo giorno di scuola.

30 dicembre 2008
Suibhibliotecario

Ecco, io non so che faccia ho, ma probabilmente viene avvertita come una faccia molto sapiente oppure strana. Sono nella civica biblioteca che tanto odio, stranamente silenziosa perché hey, è il 30 dicembre e il 30 dicembre la gente organizza il veglione e non sta a scrivere di necrologi di ottocento anni fa. Sono seduto ad un tavolo, oggi ho gli occhiali, un maglione viola e una sciarpa perché fa freddo e scrivo sul mac che «sono facilmente individuabili per chi ascoltava la poesia e, tutto sommato, anche per noi moderni, grazie alla miniere del Nécrologe. Tutti i testim...» Scusa, mi dice una ragazzina con il piumino, mi puoi mica aiutare? Io, che vi ricordo ho velleità superomistiche o deliri di onnipotenza, secondo lui, rispondo Certo dimmi pure. Sto cercando un libro... Oggesù, non sa la collocazione e pensa che il mio computer sia connesso alla rete? e non riesco a trovarlo... Inizio a fare la faccia strana, credo, e dico E che libro è? Un anno sull'altopiano, dice, di... Lussu... Sì, Emilio Lussu, dico io per farle capire che lo so e perché voglio farle credere di aver chiesto alla persona giusta, Ma ce l'hai la collocazione? Sì, sì... 940.4... però non lo trovo, mi puoi aiutare a cercarlo? Io non so perché lo chieda a me, in questa biblioteca tutto sommato abbastanza piena. Non so se saranno gli occhiali, il maglione viola, l'aria sapiente, saccente o dolente, non so se sembri un bibliotecario o se sembro soltanto una persona buona, fatto sta che l'ha chiesto a me. Mi alzo, guardo nello scaffale e, come il solito, i libri son malmessi. Due secondi, otto, dieci secondi e lo trovo, glielo do e mi dice Grazie! avevo chiesto anche al bancone ma non son stati d'aiuto!


Fatta la mia buona azione quotidiana, la allontano, mi siedo e guardo il ragazzetto che studia diritto commerciale e che mi guarda interrogativo. "Che gente che c'è a 'sto mondo" gli dico e lui distoglie lo sguardo.


Aggiornamento di due ore dopo: Trotterello per la sala alla ricerca di Lingua, testo, enigma che non troverò perché non c'è e un'altra ragazzina mi ferma: Scusi... Dimmi... Per trovare Lussu? Giusto cielo, ma che cazzo ho oggi che mi scambiano per bibliotecario e quale cazzo di professoressa ha dato come compito delle vacanze Lussu?

14 novembre 2008
La vendetta

Oggi pomeriggio ho tentato la gabola, la truffa ai danni dello Stato, l'azione smaliziata e contro le regole che ha reso celebre l'Italia e l'Italianità. Oggi pomeriggio non avevo voglia di arrivare fino in università e ho scelto l'odiosa biblioteca comunale, quella rumorosa proprio tanto. Però, mi son detto, potrei fregare tutti e andare nella sezione conservazione! La sezione conservazione è l'equivalente ligustico della salle Y, ricordate? le differenze, inutile dirlo, sono molteplici: si muore di caldo e non di freddo, l'arredamento è molto più bello qui e c'è un sacco di legno ovunque, che fa sapienza, Nord Europa e civiltà. Una cosa, invece, è identica: entrarci è difficilissimo. Se là c'era la cattiva insegnante di danza di Saranno Famosi, qui ci sono tante dipendenti incompetenti che però hanno ordini tassativi: NON si possono portare testi propri (se no ci vengono gli studenti), NON si possono portare borse (e mi pare pure giusto), si deve scoraggiare SEMPRE l'accesso a TUTTI, verificando più volte che la persona sia motivata e non abbia proprio altro da fare. 


Io ormai ho una esperienza in bibliotecari e so come comportarmi, mi dico, e riuscirò a entrare anche se non mi serve nulla conservato in sala conservazione. Salgo al quinto piano, apro la porta e già avevo messo su faccia e abbigliamento da giovane ricercatore che ha poco tempo da perdere con bibliotecarie incapaci: trench nero, camicia + maglione, saccenza e frasi secche, precise e senza alcuna possibilità di replica. "Buongiorno, dovrei consultare i cataloghi dei manoscritt...". "Il catalogo è là" dice tremebonda la prima bibliotecaria (perché la sala è vuota e le bibliotecarie sono due, mentre sotto le sale straboccano e i bibliotecari sono uno su 100 lettori). "No, non i manoscritti della biblioteca" dico alzando gli occhi senza occhiali al soffitto "il - e prendo la rincorsa - Catalogue des manuscrits des Bilbliothèques de France" nasalizzando più che posso, arrotando più di Mireille Matthieu, dando colpi di glottide a fine di parola, cercando di stordirla. E ci riesco, perché sgrana gli occhi e dice "Dovrebbe..." "Sì, lo so - interrompo io - mi dà la chiave per lo stipetto? ecco il documento..." Mi dà tutto quel che richiedo, con rispetto mai visto e una cortesia che apprezzo, accompagnandoli con il solito foglietto da compilare non si sa mai perché, in cui le dico che sono maschio, laureato e che consulto libri di letteratura, storia dell'arte e generali. Esco, metto trench, borsa e cose varie nello stipetto, chiudo, rientro e lei mi dice "I cataloghi delle biblioteche di francia sono quelli verdi là in fondo" Che tenera, penso, li ha cercati per fare bella figura! "Sì, lo so, grazie" dico, sempre più nel personaggio. Prendo il volume terzo del catalogo dell'Arsenal (a me non piace l'Arsenal, non mi ricordo se vi ho mai spiegato perché ma credo di sì) e lo spaparanzo là davanti tanto per dissimulare. Gli metto vicino un Codici miniati fiamminghi e olandesi che non guarderò neppure e mi metto, finalmente, in silenzio, a leggere per la millesima volta 'sti Vers de la mort di 'sto chierico artesiano. 


Alla seconda strofa la Vendetta dello Stato. Tu non puoi stare qui ma ci stai lo stesso? io lo so e ti punisco: entra una signora roca e fastidiosa: "Per le visite guidate si sta qui?" "Eh sì" dice la seconda impiegata "tra un po' viene il mio collega e iniziate". Le signore roche, come ben sapete, non stanno mai zitte e molestano, tanto tanto tanto. Per questo parla con la bibliotecaria, in attesa dell'uomo, e inanella una quantità di domande cretine mai viste:


Ma si possono prendere in prestito i libri?

Ah ma ci sono solo io? ma perché, è poco interessante?

Posso lasciare il cappotto? ma non è che scompare qualcosa? allora lo lascio? ma se poi la signora si distrae e me lo rubano?

Sono un'insegnante, vorrei portarci anche la classe...


Ecco, un'insegnante, porca puttana. Adesso è arrivato pure il Collega e inizia la visita guidata, le mostra manoscritti e incunaboli e già alla prima teca fa un sacco di errori. Io mi sento un reietto, chiedo scusa allo Stato, mi metto le cuffie e ascolto La versione dell'acqua [di cui poi vi parlerò].


Scusate, aggiungo alcune domande della professoressa:

Ah ma costavano così tanto le illustrazioni (che sarebbero le miniature)? ma che spreco...

Le è suonato il telefono e dice "No no, mi dica pure" lasciando l'Uomo da solo davanti alla teca e strillando per cinque minuti "Le posso dare la risposta lunedì? ma fino al 2010-2011?". Strilla talmente tanto che le dicono di abbassare la voce, cosa che qui i bilbiotecari non fanno mai, anzi.

Però sa rispondere alla domanda "Cosa è un manoscritto?". "Un libro scritto a mano", dice "Eh, non tutti ci arrivano" dice l'Uomo.

18 luglio 2008
China di Bruxelles, ovvero KBR e anni Settanta

Sto per riconsegnare il manoscritto e un po' mi dispiace. Mi ci sono affezionato, a questo copista pasticcione che sbaglia a numerare i componimenti che scrive e che gratta via con una lametta Gillette le stanghette rosse di troppo che ha messo. Anche io, come il mio copista pasticcione, facevo un sacco di errori quando disegnavo a china, alle superiori, e i fogli che consegnavo alla professoressa piccola, con capelli color topo e che - dicevamo - portava una sfiga tremenda, beh, i fogli che le consegnavo erano tormentati da avvallamenti e solchi provocati proprio dalle lamette Gillette che compravo solo per questo scopo. Poca barba ora, figuratevi dieci, quindici anni fa. 

E quindi saluto i bibliotecari mal vestiti, scostanti, precisi ed efficienti (il che significa KBR - BnF 3 - 1, visto che i BnF sono ben vestiti, odiosi, imprecisi e incapaci), sia quello con il petto in fuori che assomiglia all'ex pro Rettore, sia quello che sembra un rexista della prima ora ma che forse è solo fiammingo. Saluto il conservatore che è molto più affabile dal vivo che per mail (no, lui devo ancora salutarlo ma sono le cose che odio fare e rimando per scrivere a voi), saluto la caffetteria in radica anni '70, le scale marmorizzate, l'odore di INPS prima delle riforme ringiovanenti, l'atmosfera Ansaldo per cui ti aspetti da un momento all'altro che dall'ascensore le cui porte stentano a chiudersi ("E' come la formazione del governo" diceva ieri un signore anziano che confermava il post che avevo appena scritto) esca un geom. o un rag. se non una sig.na con gli occhiali che cerca di farsi sposare da un avvocato ma che resterà zitella. Saluto i cassettini di legno dello schedario, saluto quel mobiletto art nouveau che sta là dietro la colonna e non si capisce chi ce l'abbia messo e perché. saluto, con vera gioia, però, la demente catalogazione dei libri di questa biblioteca e saluto anche i moduli in fiammingo. Saluto, ed è la fine, il cielo grigio. Tra un po' esco di qui e devo scegliere come impiegare le mie ultime ore bruxelloises


Stasera alle dieci e mezza torno a casa, che è a Paris ancora per tre settimane.

7 luglio 2008
Manoscritti, acqua santa e le rughe sulla fronte

La maggior parte di voi pensa che un microfilm sia una piccola pellicola segreta, nascosta in statuette finto azteche, nel tacco di un agente segreto, in un falcone maltese o nel rossetto di una spia russa. Pensate che siano cose desuete, che esistono solo nei vecchi film di spionaggio perché oggi ci sono i chip, i byte e le schede di memoria che contengono molti più dati di un microfilm e lo fanno in molto meno spazio e con maggior precisione. In realtà i microfilm sono ancora vivi e vegeti e sono croce e delizia di filologi e studiosi vari che non possono accedere alla fonte originale (sia manoscritto lontano, manoscritto fragile, libro antico o anche soltanto preclusa per bastardaggine bibliotecaria) che diventano ciechi e tristi cercando di leggere da uno schermo opaco un testo sgranato. Per quanto si metta a fuoco, infatti, il microfilm si vede male, è una legge di natura credo. Con la comparsa del digitale e dei file pdf (o anche solo immagine) si sperava che le cose cambiassero ma ovviamente no: per quale motivo una biblioteca dovrebbe spendere soldi per mettere su file dei libri che sono già stati sottoposti allo stress della fotografia microfilmatrice? quindi si mettono su file soltanto testi non microfilmati e agli filologi e studiosi vari non resta che sforzare gli occhi, diventare sempre più ciechi e incrementare le rughe sulla fronte.


Ad ogni modo, se avete una vaga idea di cosa sia un microfilm, non immaginate neppure l'esistenza delle microfiche, vero? Notate che ho messo il corsivo, il termine va letto alla francese e non stiamo assolutamente parlando di vagine nane, vulve pigmee e, aggiungo, neppure di microscopici pezzetti di plastica con cui puntare al casinò. La microfiche è un negativo fotografico, in pratica. Ricordate quando esistevano ancora le macchine fotografiche, si portava il rullino al fotografo che, tre giorni dopo, vi consegnava le vostre 36 foto (se non ne avevate bruciato una dozzina tirando fuori il rullino dalla macchina, ovviamente) e i negativi? ecco, le microfiche sono fatte esattamente come quei negativi, vanno posti su una lastra di vetro che ha una specie di manubrio. Sotto il vetro c'è una fonte di luce e sopra un obiettivo che proietta, ingrandita, l'immagine del negativo su uno schermo. L'immagine è sempre sgranata e illeggibile, ma la presenza del manubrio e lo sviuuuuuu che si può fare nello spostarla sul carrellino del lettore microfiche lo rende molto più divertente del pericolosissimo microfilm. Ad ogni modo, oggi ero all'IRHT che consultavo cose, quando ho avuto bisogno della riproduzione del ms 844 della Bibliotheque nationale. Xena me l'ha portato quasi istantaneamente (era molto gentile, oggi), ho aperto la scatoletta di cartone e ... caspita, mi sono ritrovato all'asilo dalle suore nel 1983. Perché il ms 844, beh... quantomeno la sua riproduzione, profuma di acqua santa? mi sono guardato in giro, non ci sono santi e c'è solo una giapponese che parla un francese disperante e che ha gli occhi strettissimi, ma non credo sia colpa del microfilm.

31 gennaio 2008
Il miele e la follia
Credo di averle ufficialmente viste tutte. Visto che non riesco sempre a connettermi dalla mia postazione privata in biblioteca, spesso vado ai computer pubblici che stanno tra le postazioni degli studenti. Sarebbero riservati alla ricerca bibliografica, ma ce ne sono talmente tanti che ognuno può farci quel che vuole. Altre volte, invece, mi metto in qualche postazione internet per studenti e mi connetto con il cavo ethernet. Questo è il preambolo, tanto per farvi capire i movimenti delle prossime righe.

Ieri, a metà pomeriggio, volevo controllare la posta e sono andato per due volte al computer per studenti messo a livello interrato, come la mia biblioteca. Alla mia sinistra c'era una ragazza che studiava diritto, alla mia destra una anziana signora con una marea di fogli e un libro in inglese appoggiato in verticale sul tavolo. La seconda volta la signora mi si rivolge in svizzero, le dico wie bitte? E mi dice che il computer le serve e che posso andare anche al piano di sopra. Le dico OK, la detesto e me ne torno alla mia postazione.

Oggi avevo più cose da fare e quindi ho preso il mio ethernet e sono andato sempre al piano interrato, nella stanza accanto dove c'è una presa per collegarsi. Mi siedo e vedo che lì vicino c'è la signora di ieri, con un cappotto ocra appoggiato sul tavolo che sta cucendo. Sì, cuce un cappotto con ago e filo in una biblioteca di filologia romanza. Inizio a far quel che devo, con le cuffie nelle orecchie, e lei inizia con una tiritera di un paio di minuti in svizzero e non capisco subito che si rivolge a me, anche perché fa finta di niente e continua a parlare cucendo. Le dico Ich hab leider nichts verstanden e lei inizia in italiano:

Ecco... lei vieni qui con passo decisivo... anche ieri lei è arrivato dove c'ero io... non guarda neanche se ci sono altri posti e viene subito dove ci sono... allora non vorrei che lei avesse idee e venisse perché ci sono io... come mai si mette qui?

Io sgrano gli occhi e non ci credo... beh, perché ieri volevo controllare la posta e oggi ho il computer e voglio connettermi a questa presa...

sì ma lei lo ha sempre il laptop... non è che l'ha comprato oggi... io penso che lei viene per me... ma io le devo dire che non è il caso... qui non c'è miele per lei, deve cercarlo altrove...

Non sapendo che dire, ho abbassato la testa sullo schermo e non ho più detto niente. Sono ancora sconvolto, mi sento in parte cretino e in parte mi vergogno per lei. Vi rendete conto della gente che gira per le biblioteche? Autobus e biblioteche sono luoghi di follia estrema, bisogna capire se sono i pazzi ad andare in autobus in biblioteca oppure se viaggiare in autobus per andare in biblioteca rende pazzi.

Nel secondo caso sono spacciato.

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permalink | inviato da suibhne il 31/1/2008 alle 14:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
DIARI
31 gennaio 2008
Un'oca, il sonetto e Fibonacci
Sto scrivendo un capitolo della tesi di dottorato che mi fa dannare. Non tanto perché sia difficile, quanto perché noiosissimo, pieno di particolari minuti e di ripetizioni inevitabili. Come spesso capita, quando si è colti dalla routine ci si lascia folgorare dalle note: si sposta l'occhio dal numerino apicale al pié di pagina e oooh si decide che il testo citato sarà fondamentale per dare nuova linfa, maggiore respiro e un punto di vista eclettico e originale al proprio lavoro. Illusione, dolce chimera, ovviamente, però è bello andarsi a cercare il libro (perché ovviamente a Zurigo si trovano tutti i libri di cui si può avere bisogno), scoprire che è un agile volumetto, respirare l'odore di acaro e cultura che promana dai libri rarissimamente consultati, sedersi nella propria sedia design, vicino alla macchia di caffé che non se n'è mai andata, e leggersi, come regalo, Nascita del sonetto. Metrica e matematica al tempo di Federico II di Wilhelm Pötters. Lo studioso prende per mano l'ignorante umanista e lo accompagna, senza risparmiargli qualche accusa di insipienza, per i sentieri della matematica e della geometria. Mentre Pötters mi spiegava che non è che Giacomo da Lentini abbia strizzato gli occhi, guardato il cielo, sorriso e composto una poesia di 14 endecasillabi, come preso da folgorazione, imprimendo il proprio marchio su tutta la poesia occidentale, ma seguiva precisi rapporti geometrici, tra cerchio e quadrato circoscritto, io strabuzzavo gli occhi e mi ricordavo le elementari.

Quando in quarta la maestra ci disse “Comprate un quadernone a quadretti che sabato iniziamo geometria” io sono andato con mia nonna a comprarne uno, con una grande oca che volava, su sfondo verdino e verdone. Descritto così fa cagare, ma vi assicuro che è stupendo. Poi ho fatto le medie e pure un liceo scientifico, ma per me la geometria è quel quadernone, quei quadrettini, quelle formule scritte in rosso e quelle tre stanghette poste a formare un p greco. Tutte le formule geometriche che ancora conosco (e che sono pochine, è vero) mi sembra di averle imparate in quei sabati mattina, con la matita in mano, la replay blu sul banco e la maestra che disegnava alla lavagna. Il tutto mentre fuori era brutto tempo e i caloriferi di ghisa riscaldavano l'aula. Fa strano, in una futuribile biblioteca di Zurigo, nel silenzio di vent'anni dopo, ripensare a quelle mattine con la focaccia sotto il banco o messa a scaldare sul calorifero. Soprattutto perché all'epoca non sapevo chi fossero Giacomo da Lentini, Fibonacci o Wilhelm Pötters e perché da grande non volevo fare il filologo romanzo ma il cavaliere o il premio Nobel.
Beh, per questo sono ancora in tempo però...
12 gennaio 2008
Le sette piaghe di Suibhne
Vorrei raccontarvi quello che mi è successo tra ieri e oggi, perché anche voi sappiate che Dio è potente e che bisogna portargli rispetto. Ieri pomeriggio mi trovavo in Biblioteca Universitaria e mettevo a punto l'articolo che devo consegnare entro domani, digitando saccentello e pretenzioso sul mio Mac. Avevo lasciato l'alimentatore nello stipetto al piano terra e sfruttavo la potente batteria, quando ho pensato di fare il simpatico e aggiungere all'articolo una frase in cui si diceva che Dio era un personaggio della letteratura medievale. In realtà non dicevo esattamente così, ma la frase era messa nel modo giusto per strizzare l'occhio al lettore accademico che mal sopporta B XVI e tutto il resto. Mi pareva di aver fatto una grande furbata ma dimenticavo l'Antico Testamento, quando Dio ha dato il meglio di sé in quanto a capricci e permalosità.
Ieri notte arrivo a casa abbastanza presto, era l'una e mezza, e decido di accendere il computer per controllare le mail, le novemila community a cui sono iscritto e controllare se tutte le groupies stavano bene come speravo. Apro la borsa, scuoio il mac dalla second skin che odora di macchina nuova (quindi di nausea) e faccio per prendere l'alimentatore. Che non c'è. E non è neppure nella tasca davanti. E neanche è per terra, dietro al letto, sotto la poltrona, tra i libri, nei cassetti o in dispensa. Dannazione, devo averlo lasciato nello stipetto 71 (Prima piaga di Suibhne). La cosa sarebbe soltanto un po' scazzante, se non fosse che un mac senza corrente è un pezzo di plastica profumato ripieno di un articolo che devo consegnare domani ma che è inaccessibile. Perché io sono sbadato e mi ero dimenticato di salvare anche sulla chiavetta USB (Seconda piaga di Suibhne). Mentre disfavo il letto e controllavo in posti in cui – data per acquisita l'impenetrabilità dei corpi solidi – non poteva essere ma – data l'onnipotenza di Dio – non si sa mai, ho iniziato a pensare a come risolvere il problema. Beh, di sabato mattina l'universitaria è aperta e chi diavolo vuoi che si sia portato via un alimentatore di mac?
Stamattina mi sveglio alle otto e mezza (Terza piaga di Suibhne), prendo l'autobus mentre si scatenava la quarta piaga di Suibhne, vale a dire un nubifragio di proporzioni, giustappunto, bibliche. Giunto in fondo alle scale vengo trafitto da un'immagine di dolore: lassù, dietro la porta a vetri, mi aspetta Numero Uno, il nemico più pericoloso di tutti. Gli spiego la situazione e lui sogghigna, mi dà la chiave dello stipetto 71 che è, ovviamente, vuoto (Quinta piaga di Suibhne). Gli chiedo se per caso hanno trovato un alimentatore per computer nella sala di lettura e mi dice “Guarda un po' là, ci sono le cose che hanno trovato ieri” e mi indica una gomma e un sacchettino. Bastardo, pure nei momenti di dolore. OK, vado da FNAC a comprarlo perché è tardi, è tardi ormai. Parlo con un commesso che pare un po' smarrito, si attacca al computere e poi mi dice “Sì, ti serve l'alimentatore da 65. Però non ce l'abbiamo” (Sesta piaga di Suibhne). E a questo punto, per la prima volta, ho pensato a Dio ne ho capito la potenza e mi è venuto in mente che, effettivamente, potevo non trovare nessun alimentatore per mac, nel qual caso addio articolo consegnato in tempo, addio vita, addio per sempre addio. Deglutisco, avvampo e incedo a passi rapidi (abbastanza da seminare il pensiero Oddio sono spacciato) vero il mac store che è proprio lì dietro. Entro, parlo con un panzone che non capisce il mio dramma e cerca di darmi un cavo per collegare il mac alla TV. Poi capisce e anche lui si pone la domanda “Che adattatore ci vorrà”, scopre anche lui che serve quello da 65, apre un cassetto e



primo piano dei miei occhi che si spalancano, percussioni sempre più martellanti



e tira fuori una scatoletta con dentro quello che mi serve. Poi mi dice il prezzo, che è la settima piaga di Suibhne.

Ora, ad articolo quasi ultimato, mi è venuto in mente che – chissà – magari l'avevo lasciato in Dipartimento e non in Universitaria, oppure – chissà – verrà fuori nel prossimo ripulisti generale. Ma poi ho anche pensato che le piaghe erano sempre sette, vero? Non si è mai sentito qualcosa a base otto? Vero? Eh?
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